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Dio mise alla prova

La liturgia di questa domenica pone due volti contrastanti e difficili da comprendere. La richiesta del sacrificio ad Abramo del figlio Isacco, tratto dal Libro della Genesi; la trasfigurazione di Gesù come episodio misterioso e dai significati controversi.
Il filo conduttore è una risposta che richiede una profondissima fede; uguale fede viene richiesta nell’episodio della Trasfigurazione. 

Dio mise alla prova
Gli studiosi della Bibbia hanno individuato quattro linee di spiegazione dell’episodio di Abramo. La prima spiegazione sottolinea la volontà delle scritture per affermare la presenza di Dio in luoghi speciali che diventeranno, nel tempo, sacri, a cui seguiranno le costruzioni di templi. Una seconda spiegazione vorrebbe far comprendere il rifiuto di sacrifici umani che nel tempo delle narrazioni erano ancora in uso in alcune religioni mesopotamiche.
Il terzo filone di spiegazione vorrebbe far emergere la fede forte di Abramo come risposta all’invito di Dio. Infine una quarta spiegazione farebbe emergere la risposta di Dio in un patto di benedizione per sempre ad Abramo e alla sua discendenza.
Indubbiamente si tratta di una narrazione antica nella quale vanno a convergere elementi pedagogici rivolti ai futuri lettori. Non ha senso porsi la domanda se il fatto sia avvenuto o se si tratta soltanto di una narrazione simbolica.
Non è sicuramente una richiesta disumana di Dio: infatti il testo dice: «Dio mise alla prova» per sottolineare che si trattava non di volontà omicida, ma di un tentativo, indubbiamente forte, di risposta di fede.
Il filo conduttore, come risposta positiva potrebbe essere il martirio. Una condizione troppo spesso dimenticata. Esistono fedi così profonde e radicate fino ad arrivare, per esse, al dono della vita. Non soltanto in termini cruenti, come la morte o la persecuzione, ma anche nella quotidianità di una vita dedicata per la causa.
Esistono molte persone che, per amore e generosità, non tradiscono mai la causa a cui si dedicano. Il pensiero va agli scienziati, agli artisti, ma anche alle persone comuni che dedicano tempo, energie e sacrifici fino alla sfinimento.
Sono prove che, a volte la vita riserva. Impressiona la “normalità” che alcuni hanno nei confronti di prove gravosissime perché dolorose, piene di sacrificio e lunghe nel tempo. Il tutto come se fosse ovvio, senza sentirsi eroi o martiri.

Il salmo canta:
«Ho creduto anche quando dicevo:
«Sono troppo infelice».
Agli occhi del Signore è preziosa
la morte dei suoi fedeli. 

Ti prego, Signore, perché sono tuo servo;
io sono tuo servo, figlio della tua schiava:
tu hai spezzato le mie catene.

A te offrirò un sacrificio di ringraziamento
e invocherò il nome del Signore.» 

Ed essi tennero per sé la cosa

L’episodio della trasfigurazione appare un ricordo e un atto di fede dei discepoli, dopo la morte e risurrezione del Signore. Il clima è solenne: la montagna, le nubi, la luce, la compagnia di Mosé e di Elia. Il cuore della narrazione è: «Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!».
La fede dei discepoli è proclamata. Veramente Gesù è Figlio di Dio, colui che ha rivelato il volto di Dio. Ha autorità più di Mose ed è il vero profeta meglio di Elia.
Ritorna la caratteristica di Dio: quell’amore che dalla creazione chiede una risposta solidale e fiduciosa. Tutto il progetto di Dio ha la valenza della salvezza. La risposta è nell’amore che si può esprimere nei confronti della creazione, del mondo e della sua salvezza. Cristo è portatore di questa salvezza.
La chiave di lettura, ancora una volta, è il rapporto amicale con Dio stesso. I passaggi della creazione, della salvezza e della gloria sono sempre contraddistinti da benevolenza.
Solo così si può rispondere all’invito di Dio – come ha fatto Abramo – che chiede una vicinanza resa più umana dalla venuta di Gesù sulla terra.
La venuta di Cristo è un ulteriore dono di Dio che rende più facile e diretto il rapporto con lui. Un grande rispetto delle creature che sperimentano Dio nella propria condizione di limite.
La meta è la gloria di Dio nella quale saremo immersi nella pace dell’eternità. Una pace non mortifera, ma piena di luce e di bene.
La beatitudine non è solo un sogno, ma desiderio di immortalità, in pienezza di vita. Un desiderio che spinge, sulla terra, ad agire come Gesù ha indicato. Si tratta di un invito a una via che è nata da Dio e a Dio ritornerà.
Per questo si parla di beatitudine: è la risposta di una pienezza della quale in vita si sente l’esigenza. Può essere soddisfatta solo dopo il passaggio della vicenda umana, in un futuro non fantastico ma di risposta di bene.

25 Febbraio 2018 – Anno
Seconda Domenica di Quaresima
(1ªLett.: Gn 22,1-2.9a.10-13.15-18 – 2ªLett.: Rm 8,31b-34 – Vangelo: Mc 9,2-10)

 

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