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Dio non fa preferenze

Dopo le immagine del buon pastore e della vite e i tralci, i testi di questa settimana affrontano direttamente il motivo ispiratore dell’azione di Dio. Il termine usato da San Giovanni, sia nella 2a Lettura che nel Vangelo è quello dell’amore. Una parola talmente usata, nelle sue varie accezioni, che rischia di essere abusata.

Un primo spunto del significato della parola viene offerto dagli Atti degli Apostoli che, a proposito dell’incontro di Pietro con Cornelio, dapprima fa precedere l’azione di Cornelio e poi di Pietro da una duplice visione. A Cornelio un angelo chiede di cercare Simone, detto Pietro; a Pietro l’angelo obbliga di mangiare anche degli animali che gli israeliti ritenevano “impuri”. L’angelo risponde: «Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo più profano»

In sostanza lo spirito suggerisce ai due di incontrarsi. Cosa che avviene. Nell’incontro Cornelio addirittura si prostra ai piedi di Pietro, in segno di rispetto. Pietro si schernisce e dice: «in verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga».

Dio non fa preferenze

E’ un’affermazione rivoluzionaria rispetto alla concezione del Dio israelita. Tra le molte prescrizione del popolo ebraico c’era la distinzione tra animali puri e impuri. I primi dovevano avere tre caratteristiche: l’unghia spartita, il piede forcuto e la ruminazione. Per questo erano puri il bue, la pecora, la capra, il cervo, la gazzella, il daino, lo stambecco, l’antilope, il capriolo e il camoscio. Erano impuri tutti gli altri, anche quelli che oggi si mangiano come il coniglio, il maiale e il cavallo. Uguale differenza esisteva per i pesci che per essere puri dovevano avere la pinna e le squame.
Prescrizioni che richiamavano chiaramente l’adorazione degli animali, come era evidente nell’antica Grecia e nei popoli mesopotamici.
La visione del Dio predicato dai discepoli del Signore è un Dio unico e vero: per questo non soggiace a imitazioni e ad adorazioni mitologiche. Egli è il creatore di tutto e ogni essere del mondo è sua creatura.
Lo stesso Gesù – episodio narrato da Giovanni al capitolo 15 nella lavanda dei piedi – ricorda a Pietro che non occorrono abluzioni per dichiararsi mondi.
Una concezione universalistica e senza eccezioni che ancora oggi stenta a farsi strada. C’è sempre il rischio che qualcuno, umano o animale, venga considerato di un livello inferiore rispetto a gruppi privilegiati.
Un Dio che si dichiara padre non può avere esclusioni o privilegi. Una considerazione che lascia riflettere anche chi, non conoscendo il Dio cristiano, adora e riconosce altri fedi.
Ciò non significa abbandonare o minimizzare la propria fede, ma certamente invita a rispettare chiunque, con la sua storia, adora il suo Dio.

Il salmo può cantare:

«Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza,
agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia.
Egli si è ricordato del suo amore,
della sua fedeltà alla casa d'Israele. 

Tutti i confini della terra hanno veduto
la vittoria del nostro Dio.
Acclami il Signore tutta la terra,
gridate, esultate, cantate inni!” 

Chi non ama non ha conosciuto Dio

I brani dell’epistola e del Vangelo di Giovanni insistono sul fondamento dell’azione di Dio. Il motivo per cui Dio interviene sulla terra è il suo amore. Sembra incomprensibile questo punto di partenza della spiritualità. Eppure l’indicazione data dalle Scritture non lascia scelte. Forzando un po’ la spiegazione dell’azione di Dio, con strumenti ed emozioni umane, solo l’amore può far sorgere qualcosa diverso da sé. Un po’ come un genitore che ha pensato alla progenie per un trasporto di amore. Come se volesse continuare, per mezzo della figliolanza, la sua vita e le sue capacità. L’amore è diffusivo.
Il mistero cristiano ha la stessa logica: Dio crea per amore, salva per amore, accoglie con altrettanta benevolenza.
Le relazioni religiose e morali di ogni cristiano, se poggiassero sul concetto di amore e benevolenza, risolverebbero i misteri della felicità, della convivenza, del futuro.
Le domande ultime della vita, permeate, dalla benevolenza di Dio fa essere riconoscenti e leali, allargando a tutto il mondo (creature e natura) il bene che è la fonte della nostra esistenza.
Una visione positiva e propositiva: un invito a concepire la vita in termini costrutti, ringraziando per quanto l’intelligenza e il cuore riescono a suggerire e – di fronte ai misteri – a rivolversi e ad affidarsi a Dio, fonte della vita.
Sono dunque respinte tutte le concezioni dell’egoismo, del piacere e soprattutto del potere.
L’uomo è felice quando offre e riceve amore, perché significa attenzione, benevolenza, perdono e incoraggiamento.

6 Maggio 2018  – Anno B
VI Domenica di Pasqua
(1a Lettura At 10, 25-27. 34-35. 44-48 – 2a Lettura: 1 Gv 4, 7- Vangelo Gv 15, 9-17)

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