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La necessità della verità nella vita di un popolo

La liturgia di oggi si concentra sulla necessità della verità nella vita di un popolo. E’ facile perdere i riferimenti dettati da Dio. Per questo viene ispirato qualcuno che ha la capacità, ma anche l’onestà di cercare la verità e soprattutto di proclamarla, senza paura. Le parole del profeta Ezechiele sono dettate direttamente da Dio. A lui si deve obbedienza, anche se, a volte, la sincerità produce grandi sofferenze. Il profeta se ne lamenta, ma è fedele alla sua missione.
Le deviazioni alle indicazioni della coscienza morale sono sempre in agguato. La Bibbia usa parole dure e senza sconti verso un popolo che si è allontanato dalla retta via. Lo stesso San Paolo, nella lettera ai Corinti, parla di una spina che gli è stata procurata e dalla quale chiede di essere liberato.
Infine il Vangelo di Marco riporta il celebre detto, ripetuto ancora oggi che “nessuno è profeta in patria”, attribuito a Gesù.

Una genia di ribelli

Il brano di Ezechiele, posto all’inizio del Libro, chiarisce la missione del profeta. La condotta religiosa di Israele ha perduto la retta via. Un sincretismo religioso crea confusione e allontana i pii israeliti dai dettami offerti dalla legge e dai profeti. Ezechiele comprende che la deportazione porterà il popolo ebraico in esilio per mano di Nabucodonosor e Gerusalemme sarà distrutta.
Nella disperazione occorre offrire speranza e non perdere le linee fondamentali dell’obbedienza a Dio.
Questa è la sua missione, che compirà con fedeltà e con sofferenza. E’ necessario, dice il brano, che tutti sappiano che c’è qualcuno che vive per la verità. Non tutti daranno a lui ascolto; importante che non si perda la sostanza delle cose di Dio.

Un brano del Salmo 122 esprime chiaramente la richiesta di perdono per l‘arroganza e il disprezzo di Dio:

«Pietà di noi, Signore, pietà di noi,
siamo già troppo sazi di disprezzo,
troppo sazi noi siamo dello scherno dei gaudenti,
del disprezzo dei superbi.»

Alla radice di ogni disobbedienza c’è superbia di quanti seguono la propria strada, rifiutando la direzione del Creatore e Signore.

Alla mia carne una spina

In un passaggio celebre san Paolo, nella seconda lettera ai Corinti, parla di una spina posta nella sua carne. I Corinti sapevano di una sofferenza di cui San Paolo soffriva. Ma nei suoi scritti non c’è alcun riferimento.

Sono state fatte molte ipotesi:
a) un problema fisico o malattia - un dolore nell'orecchio o nella testa secondo Tertulliano (in De Pudicitia 13.17 all'inizio del terzo secolo); una forma di oftalmia (interpretando la malattia di Gal 4:13-15 come un problema degli occhi); la malaria; oppure
b) quelli che si opponevano a Paolo (Crisostomo, Omelie 26, siccome "Satana" significa "avversario"); oppure
c) un dolore spirituale perché i Giudei respinsero il Vangelo, come Rom 9:1-3; oppure
d) una tentazione, sessuale oppure spirituale; oppure
e) un difetto di pronuncia, interpretando 1Cor 2:2 in questo modo.

Non si saprà mai che cosa abbia turbato la serenità dell’Apostolo. La risposta però è molto chiara: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza».
Dunque san Paolo si dimostra fragile e accetta questa sua fragilità, con la coscienza che nessuno è perfetto, ma chiamato anche alla sopportazione.

E si meravigliava della loro incredulità

Il brano di Marco descrive la presenza di Gesù nella sua terra. Come spesso accade, i suoi concittadini non sono attenti a ciò che dice, ma fanno obiezione a lui che parla.
«Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo»
Il Vangelo descrive con linearità la situazione di chi parla fuori dal coro. Le novità, i fatti rivelati o compiute non sono giudicati per quel che dicono o rappresentano, ma vengono contestate, mettendo in discussione l’autorità di chi li espone. Nei casi più gravi addirittura si insinuano cattiverie e malignità per minare la credibilità di chi è autore delle novità.
Si tratta di un vero e proprio inganno perché l’attenzione non è posta sulla questione ma viene smentita con menzogna, o almeno con il dubbio.
Una prassi purtroppo che ritorna anche ai nostri giorni: la facilità delle comunicazioni sembra lo strumento adatto ad adottare questo metodo scorretto.
Eppure la verità se è tale, prescinde dall’autorità di chi la dice, anche se, momentaneamente viene negata. Solo lo sforzo dell’onestà intellettuale riesce a scoprire la verità anche se suggerita da persone che non sono delegate a esprimerla. E’ necessaria una grande sensibilità e attenzione per scoprire verità: rendersene conto tardi comporta spesso danni già prodotti.


10 Luglio 2018  – Anno B
XIV Domenica Tempo ordinario
(1a Lettura Ez 2, 2-5 – 2a Lettura: 2 Cor 12, 7-10 - Vangelo Mc 6, 1-6)

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