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Il cammino percorso

La scena che il brano della prima lettura racconta è una grande assemblea convocata da Giosuè, successore di Mosè, dopo la conquista della Palestina.
Siamo all’inizio della storia unitaria di Israele. Dopo l’esilio il popolo di Israele inizia la conquista delle terre al di là del Giordano. Le vicende vengono lette in clima religioso, con la fede di un unico Dio. Il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe assiste il suo popolo dalla liberazione della schiavitù in Egitto, fino all’acquisizione di una terra. Per questo Giosuè chiede fedeltà a quel Dio che è stato generoso. «Lontano da noi abbandonare il Signore per servire altri dèi! Poiché è il Signore, nostro Dio, che ha fatto salire noi e i padri nostri dalla terra d'Egitto, dalla condizione servile; egli ha compiuto quei grandi segni dinanzi ai nostri occhi e ci ha custodito per tutto il cammino che abbiamo percorso e in mezzo a tutti i popoli fra i quali siamo passati. Perciò anche noi serviremo il Signore, perché egli è il nostro Dio».

Il cammino percorso 

Una professione di fede indiscussa, che, nel tempo sarà a volte tradita dall’infedeltà, ma che è sempre riaffermata dai profeti e da quanti guidano il popolo.
Spesso – con infantile connessione – le disgrazie del popolo vengono attribuite ai suoi peccati, come le fortune alla sua fedeltà a Dio.

Se ne fa eco il salmo che dichiara:

«Molti sono i mali del giusto,
ma da tutti lo libera il Signore.
Custodisce tutte le sue ossa:
neppure uno sarà spezzato. 

Il male fa morire il malvagio
e chi odia il giusto sarà condannato.
Il Signore riscatta la vita dei suoi servi;
non sarà condannato chi in lui si rifugia.»

Una lettura che oggi appare di stampo utilitaristico. Il nucleo centrale dei racconti rimane con la richiesta di una fede forte e univoca.

Volete andarvene anche voi?

Al termine del capitolo sesto di San Giovanni, l’autore aggiunge una nota delle relazioni di quanti ascoltano Gesù.
«Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre».
Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui.
Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».
Si ripropone lo stesso scenario narrato nella prima lettura. Questa volta l’interlocutore non è un Giudice o un profeta, ma Gesù stesso.
Non sono evidenziati i parallelismi di infedeltà uguale al male e di obbedienza uguale al bene, ma viene posta la domanda che rispetta la libertà. La risposta di Pietro è commovente. Quel “da chi andremo?” esprime la totale fiducia in Gesù, con l’affermazione finale “abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio”.
La professione di fede non poggia solo sulla fede (abbiamo creduto), ma su qualcosa che giustifica la fede (abbiamo conosciuto). 

I seguaci del Signore sono dunque convinti e sicuri della persona del Signore. Proseguiranno l’opera a loro affidata e percorreranno terre e popoli per annunciare quanto il Signore ha predicato e quanto ha dimostrato.
E’ passato molto tempo dal primo incontro dei discepoli con Gesù che inizia la sua missione. Dubbi, fraintendimenti, speranze disilluse hanno accompagnato gli apostoli nel cammino di Gesù in Palestina.
Dopo il lungo pellegrinare sono ora convinti della sincerità del Maestro, perché l’hanno conosciuto e per questo l’hanno seguito.
Un’indicazione che accompagnerà coloro che si professano cristiani, anche se non tutti resteranno fedeli, nonostante le promesse.
Una lezione che vale anche oggi, anche se la demarcazione tra chi crede e chi non crede non è così netta e decisa.
La religiosità odierna tende alla sintesi personale che permette – arbitrariamente – di scegliere che cosa, come e quando credere. Semi di fiducia e di speranza, ma anche di contraddizione e di arroganza. Ciascuno diventa arbitro della propria fede, ma anche giudice dei propri comportamenti, senza confronto e senza riferimenti.
Un percorso che tende alla responsabilità personale, ma che rischia l’arbitrarietà. Affidarsi al proprio io, senza riferimenti, è rischioso perché l’autocommiserazione e l’autoassoluzione sono in agguato.

26 Agosto 2018 – Anno B
XXI Domenica del Tempo ordinario
(1ª Lettura: Gs 24, 1-2.15-17.18 - 2ª Lettura: Ef 5, 21-32 – Vangelo: Gv 6, 60-69)

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