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"Verso di me ha teso l'orecchio nel giorno in cui lo invocavo"

La liturgia di oggi ha come tema centrale la capacità di seguire la propria strada al di là dei giudici benevoli o malevoli di chi osserva e ascolta.
Capita spesso di dover sopportare giudizi negativi sulla propria condotta o di non riceve la giusta riconoscenza. La reazione è certamente di tristezza, perché ciascuno si aspetta dalla propria condotta giusta la lode e il plauso.
A questa reazione negativa, la tentazione è quella di diventare aggressivi, meno generosi, più chiusi in se stessi.
L’unica strada possibile è invece seguire le buone intenzioni non badando a ciò che altri, a volte anche vicini, raccontano di te.
Questo meccanismo di relazioni discordanti è quasi ineludibile, anche se non giustificato, perché ognuno risponde delle proprie azioni e reazioni. Anche la cosa più bella ed onesta, può essere interpretata e giudicata male.
Da qui la sofferenza acuta perché ingiusta, con la consapevolezza che dell’ingiustizia uno può essere vittima, ma anche persecutore.
I testi biblici raccontano la difficile realtà umana, non sempre perfetta e posta in buona fede. La risposta delle scritture è appellarsi a Dio, perché egli solo può giudicare le azioni umane e approvare o disapprovare le relative condotte.

Giudizio e ingiustizia

Il brano di Isaia affronta con veridicità proprio questa situazione. Apre con l’affidamento a Dio: “Il Signore Dio mi ha aperto l'orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro.”
Il riferimento è a Dio e all’ascolto della sua voce. Proprio per questo il profeta verrà punito. Ingiustizia che egli sopporta senza vendetta: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi.” Tale atteggiamento non è dettato da paura o da sottomissione, ma di affidamento al giudizio di Dio che solo conta:

“Il Signore Dio mi assiste,
per questo non resto svergognato,
per questo rendo la mia faccia dura come pietra,
sapendo di non restare confuso.”

Occorre una forza spirituale molto alta per riuscire ad essere imperturbabile di fronte ai giudici negativi degli altri e addirittura alle persecuzioni. La finale del brano insiste su Dio:

“Ecco, il Signore Dio mi assiste:
chi mi dichiarerà colpevole?”

E’ evidente che di fronte alla consapevolezza dell’aver agito bene, nessuno può intaccare la serenità dell’anima. Resta il dolore per la non riconoscenza e la cattiveria.

Non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini

Il Vangelo di Marco ripete per Gesù la stessa condizione del profeta. Il Maestro sa bene che la sua missione è a repentaglio. Dopo i grandi festeggiamenti, l’acclamazione della folla, le sue parole sincere e leali procurano ostilità, fino al giudizio di morte.
Evidentemente i discepoli ne restano sconcertati: speravano che il nuovo Messia addirittura diventasse re, per ridare ad Israele la libertà dal nemico occupatore. Per questo Gesù chiede agli apostoli che cosa dicono di lui. Pietro si fa portavoce di tutti e risponde «Tu sei il Cristo». Tu sei il Messia, l’inviato da Dio chiamato a portare libertà e benessere.
Quando Gesù fa capire che alle acclamazioni della folla (ne fanno riferimento i Vangeli all’ingresso a Gerusalemme) seguirà il processo e la morte, lo stesso Pietro si ribella e addirittura rimprovera Gesù. L’evangelista non dice che cosa abbia detto Pietro in disparte a Gesù. Riferisce invece la risposta del Maestro: «Va' dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».
Il significato della risposta è chiaro: il Signore deve seguire la sua missione. Ha iniziato a proclamare la buona novella, ad operare il bene con i miracoli e le guarigioni. Nulla può distrarlo da questa missione. Non ne esiste un’altra, anche se i discepoli speravano in una affermazione umana di prestigio e di potere.
I Vangeli spiegheranno dettagliatamente che il Signore non ha una missione politica, sociale, civile. Offre molto di più: racconta di Dio per rivelarne il suo volto. La dimensione delle sue parole ed opere è spirituale perché connette chi crede in lui con Dio stesso: la religiosità non è esteriore, cultuale, rituale, ma interiore, così da coinvolgere intelligenza e cuore.
E’ vero che questo livello di annuncio ha conseguenze nella vita pratica: ma i racconti della sua vita non indicano mai comandi, prescrizioni, dettagli, ma vanno al cuore della coscienza perché la scoperta di Dio faccia da guida nella vita.

Ritorna l’inizio del salmo 114:

«Amo il Signore, perché ascolta
il grido della mia preghiera.
Verso di me ha teso l'orecchio
nel giorno in cui lo invocavo.»

E’ la spiritualità di cui si parla spesso nella vita dei cristiani: occorre la capacità di alimentarla, viverla e renderla efficace nella vita.

16 Settembre 2018  – Anno B
Domenica XXIV Tempo ordinario
(1a Lettura: Is 50, 5-9 – 2a Lettura: Gc 2, 14-18 - Vangelo Mc 8, 27-35)

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