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Raggiungere la felicità, un percorso di fatica e umiltà

Se la liturgia di domenica scorsa era di consolazione, quella di oggi affronta il tema della salvezza. La storia dell’umanità dice che, pur nello splendore dell’universo, la vita del mondo è piena di limiti sia derivanti dalla natura, ma anche dall’uomo. Le creature umane hanno l’obiettivo della felicità: occorre però creare gioia e armonia.
Il mistero del creato è l’insieme di spiritualità e di corporeità; di bene e di male, di salute e di malattia, di giovinezza e di vecchiaia.
E’ il prezzo che si paga per la libertà. Nella libertà insiste la scelta tra bene e male, tra salvezza e perdizione.
Il profeta Isaia immagina un salvatore. Lo descrive con linguaggio della natura, quale albero giovane e come radice che resiste all’arsura del deserto.
Attraverso la fatica e i dolori offrirà salvezza. Alla fine vedrà la luce e si “sazierà della sua conoscenza”. E’ anche vittima  in olocausto per altri.

Si sazierà della conoscenza della luce

Pur nella descrizione di un generico salvatore, il profeta Isaia, offre il motivo delle persecuzioni che affliggeranno il “servo del Signore”. Pur essendo forte egli patisce il male fino a diventare reietto e uomo di dolori.
Ma gioisce perché portatore di luce. Si sacrificherà, in altre parole, per salvare l’umanità si dirige verso la luce, saziandosi della sua conoscenza.
In quest’ultimo passaggio si rivela la risposta del futuro dopo la morte. Spesso ritorna la domanda “che sarà dopo di noi?”.
Una radice di risposta è nella luce; in altri passaggi si fa riferimento direttamente alla vita. Il paradiso è la rivelazione dei misteri. Sciolti i legami del copro l’anima potrà finalmente vedere la verità, in una prospettiva che in vita non è concessa.
Prevarrà la parte nobile dell’esistenza e la contemplazione della verità suprema che è Dio consolerà ogni cuore.
La beatitudine è lo stato di perfezione che avvolge chi ha condotto una vita coerente per raggiungerla.
Nela condizione attutale possiamo soltanto individuare raggi di luce che attraversano la tenda di fango, come dice la scrittura. Nella beatitudine vedremo Dio direttamente.

Il calice che io bevo

Il brano di Marco riporta la discussione degli apostoli non ancora consapevoli della missione del Signore. Essi sperano in una qualche gloria. Per questo Giacomo e Giovanni chiedono di sedere sul trono del Maestro.

La risposta di Gesù è lapidaria:

« … chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».
E’ uno dei passaggi con i quali Gesù definisce la sua missione. Non è politica, non è nazionalista, non è di potere. La dimensione che offre è molto più alta. Parla di salvezza in rapporto direttamente a Dio.
Il Maestro dovrà insistere più volte con i suoi discepoli per comunicare questa sua verità.
E’ verità propriamente religiosa; non solo di annuncio come profeta, ma di colui che conosce direttamente il Padre e al quale tutto riferisce.
La grandezza del Signore consiste proprio nella dimensione che incarna. Non è solo propugnatore di culto e di rappresentanza. Egli è la risposta di Dio alla decadenza dell’umanità. Per questo motivo assurge a indicazioni profonde ed esclusive.
Promette di rivelare il volto di Dio e la sua azione. E’ la risposta alla creazione che ha prodotto anche il male del mondo. La sua venuta sulla terra è l’accompagno che Dio offre all’umanità per riscattare il male che pure compie.
Per questo si parla di umiltà e di servizio. Il progetto non è spiegazione ma suggerimenti di vita che riparino il male commesso.
Il termine ultimo di paragone è Dio: le creature non possono che ripercorre la strada della salvezza indicata da Gesù.
La sua morte ha valore universale perché rappresenta l’azione di Dio che vuole salvare l’umanità creata perché sia felice.
Raggiungere la felicità presuppone un percorso di fatica e di umiltà. Un’opera profonda che coinvolge sentimenti, pensieri, vita intera. Da qui ciò che sembra intransigenza. E’ coinvolgimento della vita.
In termini pratici l’esempio è dato dai missionari che ricordiamo in questo mese di Ottobre dedicato alle missioni, Uomini e donne, chierici, religiosi, religiose e fedeli che dedicano tutta la loro vita ad annunciare il Vangelo.
Non hanno riserve, ma offrono quanto hanno per amore di Cristo e della sua Chiesa. Vite difficili, con a rischio la salute, in territori lontani e addirittura ostili. Alcuni di essi diventeranno martiri in nome di Cristo. E’ quel servire di cui parla Gesù ai suoi discepoli.

21 Ottobre 2018 - Anno B
Domenica XXIX tempo ordinario
(1a Lett.:  Is 53,2.3.10-11 - 2a Lett.: Eb 4, 14-16 - Vangelo: Mc 10, 35-45)

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