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"Che cosa vuoi che io faccia per te?"

La liturgia di oggi offre il volto di Dio chiamato “padre,” per ricordare agli israeliti che la promessa della terra, con tutti i benefici della propria identità di popolo, sono opera di Dio.
Il racconto della fine delle lotte tra tribù viene interpretato come opera pacificatrice e unitaria di Dio stesso.
Un modo di rileggere la storia tutto particolare: viene ricordata e interpretata in termini religiosi, per sottolineare l’origine divina della storia che diventa il perno di lettura delle vicende umane. Un modo oggi inusuale perché le logiche della storia umana sono suggerite dalle volontà e dalle intelligenze umane, senza che Dio intervenga nei singoli episodi.
Tutta le vicende della storia di Israele vengono riassunte in una storia religiosa che verrà letta, riletta e interpretata in chiave religiosa, anche se sono evidenti le influenze di egemonie, guerre e anche gravi inadempienze.
Ai giorni nostri questa lettura è bandita, anche se rimangono molti misteri di come le circostanze si intrecciano per diventare poi realtà.
Il brano della lettera agli Ebrei continua nell’esaltare la figura di Cristo, mediatore presso Dio, della missione di salvezza.
A Cristo è affidato il compito di salvezza, conferito dallo stesso Dio he ha proclamato Gesù suo figlio.
Infine il Vangelo, in un racconto pieno di verità, ricorda un miracolo speciale di Gesù per Bartiméo, diventato cieco. La descrizione è dettagliata, movimentata in tutti i passaggi, per essere definita nella sostanza del miracolo.

Erano partiti nel pianto

Il brano del profeta Geremia fa parte del Libro delle Consolazione, una sezione dell’intero scritto attribuito al profeta.
La prospettiva in cui si colloca il passo è la riunificazione dei due regni del Nord e del Sud della Palestina, dopo l’esilio babilonese.
L’opera della riunificazione è opera di Dio: si ricorda l’esilio oramai superato, ma occorre andare oltre per costituire un vero regno. L’inno proclama:

«Il Signore ha salvato il suo popolo,
il resto d'Israele.
Ecco, li riconduco dalla terra del settentrione
e li raduno dalle estremità della terra;
fra loro sono il cieco e lo zoppo,
la donna incinta e la partoriente:
ritorneranno qui in gran folla.
Erano partiti nel pianto,
io li riporterò tra le consolazioni;
li ricondurrò a fiumi ricchi d'acqua
per una strada dritta in cui non inciamperanno,
perché io sono un padre per Israele,
Èfraim è il mio primogenito».

I riferimenti sono commoventi: la terra piena d’acqua, per una strada diritta dove non inciamperanno. Ma soprattutto saranno tutti, una folla: il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente compresi.
Una lezione grandiosa. Le nostre civiltà non riescono a creare unità. Si combattono, sono gelose, non includono, ma discriminano. Oltre le guerre, persiste il clima di rivalità e di invidia. Una vera disgrazia che lascia indietro i deboli e i fragili.

Che cosa vuoi che io faccia per te?

La domanda che Gesù rivolge a Bartimèo e semplice e sincera: che cosa vuoi che io faccia per te? E’ una domanda che ritorna spesso nella vita di ogni giorno. Nei confronti dei propri cari, degli amici, ma anche a chi si rivolge per chiedere qualcosa.
Quella domanda significa essere a disposizione, per aiutare a risolvere il problema. Il cieco è diretto, chiede di riavere la vista perduta. La risposta di Gesù è altrettanto decisa: Và, la tua fede ti ha salvato.

Questa volta Bartimèo segue Gesù e non fa come i dieci lebbrosi, di cui uno solo torna a ringraziare. (Lc 17, 11-19)
La fede di cui parla Gesù è la fiducia nella potenza di Dio. Tradotta oggi potrebbe diventare la fede di quanti – seguendo il Vangelo – si attivano per risollevare dalle sventure, anche se il miracolo rimane opera del Signore.
In fondo il cieco ha creduto che Gesù potesse fare il miracolo. La fede di oggi è riposta spesso in persone che ritengono di poter essere d’aiuto. Gesù chiede, promette e realizza. Solo così diventa credibile. Molti chiedono il miracolo ed esprimono speranza in chi possa risolvere i mali. Il problema vero che non sempre si è disposti a dire: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». Eppure è quanto desideriamo nei momenti difficili della vita. Vorremmo che qualcuno sempre rivolgesse la domanda su che cosa si può essere utili. Non è sufficiente mettersi a disposizione, occorre avere costanza per rispettare la risposta.
E’ una riflessione profonda che si allaccia non solo all’essere cristiani, ma a diventare cittadini i cui confini sono il mondo e non la lingua, la razza, la propria condizione. Se fosse presente questa disponibilità la vita di ognuno ne gioverebbe. Non si tratta di rinunciare a qualcosa, ma di tener presente che da soli non si vive.

21 Ottobre 2018 - Anno B
Domenica XXX tempo ordinario
(1a Lett.:  Ger 31, 7-91 - 2a Lett.: Eb 5, 1-6 - Vangelo: Mc 10, 46-52)

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