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Non è interessante quanto si dona, ma quanto si è disposti a donare

I brani della Scrittura che la liturgia ci offre sono simili: la continuità è data da due donne, ambedue vedove, povere e generose. Non conosciamo i loro nomi, ma si assomigliano nella loro disponibilità.
Nel libro dei Re l’attenzione è posta sul grande profeta Elia che invoca un gesto miracoloso, nel Vangelo di Marco Gesù si concentra su due modi di agire per l’offerta del tempio.

La focaccia

Il racconto della vedova di Sarepta è molto dettagliato e ha il sapore di un evento domestico. Il profeta è affamato e chiede una focaccia; la donna risponde che ha poca farina e poco olio, ma si da fare per preparare e cuocere l’ultimo pane per concludere: “la mangeremo e poi moriremo”.
Il profeta la ringrazia e chiede a Dio un segno di riconoscenza. Il brano conclude: “«Quella andò e fece come aveva detto Elia; poi mangiarono lei, lui e la casa di lei per diversi giorni. La farina della giara non venne meno e l'orcio dell'olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunciato per mezzo di Elia.»
Un modo esemplare per dimostrare che la generosità è un gesto che offre ricompensa, anche a chi non possiede nulla.
Insegnamento che collega la condotta umana alla presenza di Dio che accetta e premia ogni atto di bontà espresso nei confronti degli altri.

Due monetine

Anche nel Vangelo è presente una donna vedova che offre due monetine al tesoro del tempio. E’ poca cosa, ma l’evangelista fa notare: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».
Poco prima, nello stesso brano è riportata un richiamo forte attribuito a Gesù e rivolto ai discepoli: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».
Quasi sempre questo brano viene commentato a proposito della generosità dell’elemosina. E’ possibile leggerlo invece, insieme al testo del profeta Elia, come coscienza della propria condotta. Non è interessante quanto si dona, ma quanto si è disposti a donare, tenuto conto della propria condizione.
Un esame profondo dell’anima può raccontare quanto e come si è attenti a coloro che ci circondano. Non debbono essere necessariamente i poveri. La misura va applicata con i propri cari, con gli amici, con gli estranei, con i poveri. E non solo in denaro, ma anche in tempo, attenzioni, delicatezze, calore umano.
In altre parole si tratta di capire quanto si è disponibili a comunicare al di fuori del proprio sé. L’umanità – nel senso esatto del termine – significa relazione, attenzione, vicinanza, presa in carico.
La percentuale della disponibilità nei confronti del mondo è commisurabile con la propria storia e con la propria volontà.
Non è possibile pensare al mondo solo ed esclusivamente avendo al centro dell’interesse la propria felicità. Si rischia di diventare egocentrici ed egoisti.
La felicità esige una circolarità di contatti e di attenzioni che portano ad un benessere autentico.
Ritornando al Vangelo di Marco il concetto è chiaro: i primi hanno offerto «parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva.»
La riflessione si fa seria nel nostro periodo dove sembra che la paura, la rivalità, la voglia di primeggiare abbiano  isolato ciascuno nel proprio intimo, persino tra coniugi, persino con i figli.
E’ una strada pericolosa perché l’isolamento porta alla non risposta anche quando la necessità della compagnia e dell’aiuto dell’altro diventano indispensabili per sé.
Per ricevere aiuto occorre aver vissuto una vita generosa.

11 Novembre 2018 - Anno B
Domenica XXXII tempo ordinario
(1a Lett.: Re 17, 10-16 - 2a Lett.: Eb 9, 24-28 - Vangelo: Mc 12, 38-44)

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