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Percepire Dio, qualcosa di intimo e di familiare

Dopo il ricordo del Battesimo di Gesù, la liturgia offre un quadro complessivo di ciò che sarà la comunità dei credenti. L’immagine scelta è quella della famiglia. Dice infatti il profeta Isaia, riferendosi alla nuova Gerusalemme:

«Nessuno ti chiamerà più Abbandonata,
né la tua terra sarà più detta Devastata,
ma sarai chiamata Mia Gioia
e la tua terra Sposata,
perché il Signore troverà in te la sua delizia
e la tua terra avrà uno sposo.

Sì, come un giovane sposa una vergine,
così ti sposeranno i tuoi figli;
come gioisce lo sposo per la sposa,
così il tuo Dio gioirà per te.»

Premura affettuosa
E’ significativa l’immagine che descrive i contatti tra Dio el la sua gente. Ancora una volta vengono scelti simboli che si riferiscono alla vita quotidiana. L’incontro tra Dio e il suo popolo avverrà come in il grande evento della famiglia. Legami forti, tenerezza, unità saranno le caratteristiche di quest’incontro tra Dio e quanti in lui credono.
La stessa definizione di Dio quale Padre si riferiscono all’ambito familiare. Tutto ciò non è secondario. Il dialogo tra Dio e i suoi fedeli si svolgerà nella disponibilità che Dio ha per le sue creature; le creature risponderanno a Dio perché in lui troveranno pace, sicurezza e gioia.
Se solo riuscissimo a interiorizzare questo clima di rispetto, di sicurezza e soprattutto di premura, il rapporto con Dio sarebbe non solo positivo, ma tendente a creare il clima di fiducia, speranza, ma anche di risposta.
Perché questo avvenga è necessario prima di tutto percepire Dio come qualcosa di intimo e di familiare, nel dialogo sincero ma affettuoso all’interno di una famiglia.
Sullo stesso tema, anche se con approcci diversi ritorna il brano della Lettera ai Corinti. Occupandosi delle comunità fondate, ai cristiani di Corinti, imbrigliati nelle discussioni e nelle divisioni, l’Apostolo assume il simbolo del corpo. Come ci sono molte membra nel corpo, così ci sono molti doni all’interno della Chiesa. Ciò che chiama “doni”, potrebbero essere chiamati “vocazioni”, “spiritualità”, “specificità”.

«A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune: a uno infatti, per mezzo dello Spirito, viene dato il linguaggio di sapienza; a un altro invece, dallo stesso Spirito, il linguaggio di conoscenza; a uno, nello stesso Spirito, la fede; a un altro, nell’unico Spirito, il dono delle guarigioni; a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia; a un altro il dono di discernere gli spiriti; a un altro la varietà delle lingue; a un altro l’interpretazione delle lingue. Ma tutte queste cose le opera l’unico e medesimo Spirito, distribuendole a ciascuno come vuole.»

Anche se il simbolo assunto per esprimere unità non è la famiglia, l’immagine del corpo lascia intravedere  una grande libertà nella Chiesa, nell’unità.
Dio, pur nel legame di famiglia, deve essere conosciuto e raggiunto attraverso le proprie tendenze, la propria storia, le proprie attitudini. Importante è attribuire a Dio l’iniziativa e mai dimenticare che chiunque attua qualcosa di buono è grazie a un dono ricevuto da Dio.
San Paolo affida l’iniziativa allo Spirito: questa certezza tiene lontana ogni forma di superbia. Agendo nella Chiesa e nella vita è la grazia che agisce in ciascuno. Questa verità fa rispondere con prudenza, mai dimentichi che il dono è un privilegio. Una missione affidata da accogliere con rispetto e alla quale si risponde con gioia, mai dimentichi che il fare il bene è una risposta e non una virtù.

Le nozze tra Dio e il popolo
Il Vangelo di Giovanni, dopo aver raccontato l’incontro del Battista con Gesù, che era stato salutato con l’espressione “Ecco l’Agnello di Dio”, racconta la chiamata dei primi discepoli: Andrea e Simon Pietro, Filippo, Natanaele.

«Il terzo giorno, vi fu una festa grande di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli”.

Il racconto narra l’episodio del vino che manca, dell’intervento di Maria, del miracolo della conversione dell’acqua in vino per concludere: «Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.»
Gli studiosi hanno molto discusso sul significato di questo episodio, ponendosi molte domane, anche perché “il segno” di cui parla Giovanni non è chiamato miracolo, ma appunto segno della gloria del Signore.

Gli stessi Padri della Chiesa, nel tempo, hanno dato interpretazioni diverse e particolari.
Il miracolo narrato, riferendosi alle nozze, ritorna sui temi biblici che descrivono un ambito di comunione e di spiritualità nei confronti di Dio.
Gesù aggiunge la certezza che è possibile conoscere Dio attraverso le sue parole e i suoi gesti. Essere stato chiamato “agnello di Dio” significa appartenenza e sicuro rapporto con lui. Inoltre, con il segno di Cana, si esprime la “gloria” di Gesù.
San Giovanni  continuerà nel racconto della vita di Gesù seguendo due filoni: quello dell’amore e quello dell’autorità di Cristo quale figlio di Dio. Oltre la chiamata dei suoi discepoli e il miracolo delle nozze di Cana, guarisce un infermo vicino alla vasca di Betesda, promette di inviare il consolatore, prega per i suoi discepoli durante la passione, appare ai suoi discepoli dopo la risurrezione. Il messaggio cristiano è chiaro: ha in Gesù la rivelazione; i contenuti sono rapporti affettuosi e gioiosi.

20 Gennaio 2018 – Anno C
II Domenica del tempo ordinario
(1a Lettura Is 62,1-5 – 2a Lettura Cor 12,4-11 – Vangelo Gv 2,1-12)

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