24 giugno 2019 ore: 14:14
Immigrazione

Viaggio in Libano, nel limbo dei campi al confine con la Siria

di Eleonora Camilli

La vita sospesa delle famiglie nel campo di Tel Abbas a 3 chilometri dalla frontiera. E il lavoro dei volontari italiani che li assistono. Nelle ultime settimane il governo ha deciso di procedere con la distruzione di alcuni dei tanti campi informali presenti nel paese. E ha dato il via a un piano per i rimpatri

BEIRUT - I monti che tracciano il confine li vedi salendo al secondo piano di un vecchio edificio abbandonato: sono appena a tre chilometri più a nord, ci si può arrivare anche a piedi. Eppure Ahemd ha dovuto ricacciare indietro tante volte l’idea di poter attraversare di nuovo quel tratto di terra. Quando ha passato la frontiera, nel 2013, pensava che stava lasciando Hama, solo temporaneamente. Gli scontri nella città siriana si erano fatti sempre più intensi e avevano ormai coinvolto anche la popolazione civile. “Quando sono stato ferito anch’io - racconta - ho capito che era arrivato il momento di portare via la mia famiglia. L’idea era quella di tornare un giorno, ma oggi è impossibile, non c’è più niente”. Lo incontriamo all’interno della sua tenda nel campo profughi di Tel Abbas, alla frontiera tra il Libano e la Siria. Insieme a lui vivono altre 400 persone (in due campi separati ma adiacenti). In tanti sono qui da almeno sei, sette anni e per loro l’unica speranza è il viaggio. Dal 2015, da quando il Libano ha operato una stretta sul riconoscimento dei profughi, la vita nel paese è sempre più difficile. Si vive senza documenti e spesso senza diritti. Nelle ultime settimane la situazione è peggiorata: il governo ha deciso di procedere con la distruzione di alcuni dei tanti campi informali presenti nel paese. E ha dato il via a un piano che prevede anche i rimpatri verso la Siria, nelle zone considerate sicure.

Famiglia campo profughi

Come denuncia Amnesty International  c’è una vera e propria escalation di ostilità nei confronti dei profughi siriani in Libano. Dieci giorni fa, infatti, le autorità libanesi hanno ordinato lo sgombero nel campo informale Deir al-Ahmar, nella Bekaa valley dopo lo scoppio di un incendio. “La vita dei rifugiati siriani in Libano è caratterizzata da paura, intimidazioni costanti e un sentimento di disperazione - sottolinea Lynn Maalouf, direttore dell’organizzazione in Medio Oriente -. Non riuscendo a proteggere i rifugiati dagli attacchi, dalle molestie o dalle intimidazioni e imponendo politiche inique e restrittive che rendono le loro vite più difficili, le autorità libanesi stanno alimentando un ambiente che costringe i rifugiati a tornare in Siria, dove potrebbero essere a rischio di interrogatorio all'arrivo, torture, sparizioni forzate e altre violazioni e abusi", aggiunge. Perché il ritorno dei rifugiati in Siria sia veramente volontario, deve basarsi sul loro consenso libero e informato, sottolinea Amnesty International. Secondo l’organizzazione molti siriani che chiedono di lasciare il Libano non sono in grado di prendere una decisione consapevole, per una serie di motivi: le terribili condizioni che devono affrontare in Libano, comprese le difficoltà nell'ottenere o rinnovare i visti di soggiorno validi, l’impossibilità di avere accesso ai servizi essenziali, nonché la mancanza di informazioni oggettive e aggiornate sull'attuale situazione dei diritti umani in Siria. “Ciò significa che le autorità libanesi hanno violato il loro obbligo di non rimandare i rifugiati in un luogo in cui corrono il rischio reale di persecuzioni o altre gravi violazioni dei diritti umani (obbligo di non respingimento) - aggiunge Lynn -, poiché impongono loro condizioni che li costringono effettivamente a lasciare il paese”.

Amhed a tornare in Siria non ci pensa più. Dal suo telefonino mostra le immagini che arrivano quasi quotidianamente da Hama e Idlib: bombardamenti, scontri, case distrutte. “Mio fratello sta cercando di ripararsi al confine con la Turchia, ma per ora non riesce ancora a passare - spiega -. Io ora spero solo di andare via di qui, sogno il viaggio quasi tutte le notti, in qualsiasi altro paese. Voglio sono che i miei figli possano vivere sereni, crescere bene, andare a scuola, nulla di più”. Il Libano, secondo l’ultimo Global Trends 2018 dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati è il paese al mondo che ospita più rifugiati rispetto alla popolazione totale: la stima è di un rifugiato ogni 6 abitanti. Nel campo di Tell Abbas la maggior parte delle persone sono arrivate nel 2013 da Homs e dalla regione del Qusayr. “Le persone sono qui da sei/sette anni e non possono tornare a casa - spiega Caterina Ferrua, volontaria italiana di Operazione Colomba - . Sono tutti siriani, sarebbe bello poterli chiamare rifugiati, ma non possono neanche permettersi di avere questo status, che in Libano non esiste: chi non ha un permesso regolare per risiedere nel paese è automaticamente clandestino. Tutte queste persone che noi conosciamo sono irregolari sul territorio libanese da ormai anni”.

Scritta operazione Colomba

Dal campo di Tel Abbas, detto anche il “campo degli italiani” per la presenza dei volontari di Operazione Colomba, qualche anno fa è partito il progetto dei corridoi umanitari dal Libano di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese evangeliche e Chiesa Valdese. I ragazzi, che vivono nel campo con i profughi siriani, segnalano ai referenti di Mediterranean Hope, che coordina il progetto, le famiglie: di solito quelle più vulnerabili e con problemi di salute, oppure quelle che hanno le caratteristiche per potersi poi costruire una vita autonoma nel paese ospitante. “Quello che facciamo è innanzitutto stare - sottolinea Chiara Busignani, una delle volontarie -. Andar a trovare le famiglie, stare con loro, anche semplicemente condividere il momento del the. Spesso le accompagniamo all’ospedale, cercando di sostenerle per le prestazioni mediche o in situazioni di sicurezza”. “Qui siamo tutti volontari - aggiunge Luca Cilloni, fisioterapista in aspettativa -. Per venire qui ho preso un periodo di stop. Non è necessario aver competenze per essere qua, ma condividere la vita con queste persone, anche se non possiamo capirli fino in fondo perché il nostro passaporto è forte, e la carta, che è il passaporto, sembra valere più delle persone” . Michela Lovato, studentessa di psicologia, mostra la scritta che qualche giorno fa i ragazzi hanno deciso di fare sulla loro tenda al centro del campo: “Quelli che pensano che sia impossibile sono pregati di non disturbare quelli che ci provano”.“Se dovessimo dividere il mondo in due - aggiunge Matteo Chiani, uno dei volontari che è qui da più tempo - tra oppressi e oppressori, queste famiglie, costrette a restare qui,in una vita sospesa, dovremmo sicuramente metterle tra gli oppressi”.

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