Immigrazione

Migranti. Dalla Palestina al campo di Leros: “I volontari mi hanno restituito la dignità”

di Camilla Canale
Ahmad è partito da Gaza per raggiungere l’Unione Europea nel 2018, in cerca di pace e lavoro. Un viaggio rischioso: in fuga da polizia turca e trafficanti, la paura della morte, il sovraffollamento, le condizioni del campo di accoglienza e l’attesa dell’asilo. Solamente l’Ong austriaca Echo100plus è riuscita a donargli nuova speranza
Leros ritratto di rifugiata

Ahmad A. ha 25 anni ed è palestinese, penultimo di otto fratelli. È arrivato in Germania dopo un viaggio durato due anni in cui ha attraversato Egitto, Turchia, Grecia, Belgio e Francia. “Ho lasciato Gaza il 21 dicembre 2018. Sono partito perché un mio amico voleva andare in Europa a cercare pace e lavoro. Tutti i palestinesi vogliono lasciare Gaza: puoi morire in ogni momento, vivi in costante pericolo. In alcuni giorni puoi essere sereno, andare a trovare amici e parenti, girare per le strade ma dopo un’ora tutto può cambiare. Le bombe arrivano dal cielo e lo scenario muta. Ma quando la guerra si interrompe, le persone escono dai loro rifugi e dimenticano tutto. Siamo abituati al conflitto, non abbiamo paura, la nostra vita è imprevedibile”. Come molti migranti, Ahmad è partito con l’aspettativa di un futuro migliore in Europa ma la realtà vissuta non è sempre stata fedele ai suoi sogni. La fuga dalla polizia turca, i trafficanti spietati, la paura della morte, il sovraffollamento, le condizioni del campo di accoglienza di Leros e la lentezza nel ricevere i documenti di asilo hanno provocato in lui un profondo sconforto. Fin quando non ha incontrato i volontari di Echo100plus, una Organizzazione non governativa austriaca, fondata nel 2012 da un’idea di tre amiche (Gabriella Dixon, Catharina Kahane e Gabriella Herberstein), che supporta i rifugiati con attività di integrazione nell’isola di Leros e ad Atene.
Sono passati due anni dalla partenza di Ahmad A., ma i ricordi non sono sbiaditi.

Il viaggio dei migranti per arrivare in Grecia

“Da Gaza è facile arrivare in Egitto – prosegue Ahmad A. – ma per attraversare i confini bisogna pagare. Io sono professore di arabo, aiutavo mio padre nel minimarket di sua proprietà e lavoravo come costruttore. In questo modo ho potuto pagarmi il viaggio. Ho lasciato l’Egitto in aereo e sono arrivato in Turchia, dove sono rimasto 15 giorni”.
Le autorità turche di polizia sono molto severe, a fronte dell’accordo stilato tra Erdogan e l’Unione Europea nel 2016, volto ad interrompere l’immigrazione irregolare e colpire il modello di business dei trafficanti di esseri umani. “Si chiamano trafficanti ma sono più di questo: quelli che lucrano sul pericolo altrui possono essere chiamati assassini. Le barche che loro ti danno posso essere facilmente distrutte. I migranti sono in pericolo solo per un loro tornaconto economico. Non sono trafficanti, sono assassini”.

Ahmad A. ha passato tre giorni insieme ad altre 40 persone a nascondersi nella foresta nel distretto di Didim, sulla costa turca, a meno 10 gradi, aspettando il segnale per salpare alla volta della Grecia. Nessuno di loro ha mai visto il volto dei trafficanti. “Loro mandano qualcuno come guida con cui sono in contatto e a cui spiegano come agire. Ci siamo nascosti in un camion e in una casa abbandonata e aspettavamo la loro telefonata per prendere la barca e raggiungere Leros. Sentivo di morire ogni ora. Non puoi dormire, non puoi mangiare. Qualche volta, uno di noi ha rischiato la vita per andare a comprare del cibo. In quei giorni mi chiedevo spesso “ma perché rischio la vita per questo?” Volevo tornare indietro. Se la polizia fosse venuta ad arrestarci sarebbe andato bene, purché ci togliesse da quella situazione”. Il primo gennaio 2019, a mezzanotte, il gruppo di migranti ha lasciato la Turchia con una barca precaria con un piccolo motore. I passeggeri pregavano per salvarsi.

L’hotspot di Leros e il primo caso di coronavirus

Le navi dei migranti arrivano nella notte, fuori dagli occhi indiscreti dei residenti e abitanti dell’isola. “Abbiamo raggiunto un’isola militare greca a metà percorso, dopo tre ore di viaggio. Lì la polizia ellenica ci ha recuperati e portati a Leros con una grande nave”, continua Ahmad. Vicina alla Turchia, l’isola nel mar Egeo ospita da quattro anni uno dei cinque hotspot presenti nel Paese. Sono dei centri temporanei sulle frontiere esterne dell’Unione in cui si registrano i dati personali dei cittadini stranieri appena sbarcati che intendono chiedere l’asilo. Gli altri campi d’accoglienza della Grecia si trovano a Lesbo, Samos, Chios e Kos.

“Il campo profughi di Leros – spiega la fondatrice di Echo100plus, Catharina Kahane – è circondato dal filo spianato. Assomiglia ad una prigione ma da cui si può entrare e uscire. All’interno si trovano una serie di containers costruiti dai militari che ospitano i rifugiati. Numerose nazionalità costrette alla convivenza in uno spazio limitato. La maggior parte di loro proviene dalla Costa d’Avorio, Gambia, Iran, Afghanistan, Repubblica democratica del Congo, Iraq, Palestina e Somalia”.

Il campo è stato aperto a marzo 2016 con la capacità di contenere fino a 980 persone ma è quasi costantemente sovraffollato. Le persone più fragili, come donne sole e bambini, sono accolti da un’altra struttura chiamata Pikpa. A marzo di quest’anno erano circa 3.400 i rifugiati, più di 2 mila vivevano fuori dal campo. Attualmente sono diminuiti a 1.100. 

Con l’avvento della pandemia, il flusso migratorio si è ridotto e solamente tre settimane fa le autorità hanno accertato il primo caso di Covid-19 nell’hotspot. “Il campo è stato in quarantena fino al 12 ottobre – racconta ancora Catharina Kahane – dopo aver scoperto il 15 settembre che una donna palestinese incinta era positiva. Fortunatamente non ha viaggiato e non ha contagiato molte persone. Un gruppo mandato dal ministero della salute greco ha potuto fare test a tutti, compresi i volontari, lavoratori e poliziotti. Sono state messe in quarantena 39 persone con 8 positivi, in una tenda a 50 metri dal campo. Noi ci siamo impegnati a rendere consapevoli le persone sulle pratiche da adottare per prevenire i contagi ma difficilmente le persone che manifestano lievi sintomi lo rendono noto”.

Il lockdown imposto per prevenire la diffusione del Covid-19, ha aumentato il malessere dei migranti che spesso vivono una lunga attesa per ricevere l’asilo. Emanuela Choppin de Janvry, volontaria di Echo100plus da 17 agosto fino al 5 di settembre, racconta che “il periodo di chiusura è stato molto deprimente per i migranti. Nel campo non ci sono svaghi, le persone non fanno nessun tipo di attività e questo li porta a perdere la fiducia nel loro futuro. Solamente quando vengono nella struttura dell’associazione ritrovavano la grinta”.

Echo100plus: l’alternativa al “nulla” del campo

“Appena sono arrivato ho presentato la domanda di asilo – racconta Ahmad –. Il primo mese ho vissuto in una tenda di 4 metri con 20 persone. Dopo 25 giorni le autorità mi hanno dato l’Ausweis, un’identificazione temporanea che permette la libera circolazione nell’isola, e mi hanno comunicato che avrei dovuto attendere un anno per la risposta alla domanda di asilo. Mi sentivo in un inferno. Ero partito per cercare pace, vita, lavoro ma ho iniziato a rimpiangere la mia esistenza di Gaza. Un anno era troppo. L’attesa uccide ogni cosa”. Ahmad ha dovuto affrontare la disillusione, la disperazione “del nulla”.

“Molti di loro – spiega Gabriella Herbersteinq altra fondatrice di Echo100plus - sono arrabbiati quando arrivano nel campo. La loro dignità svanisce. Alcuni migranti chiedono di tornare indietro e le autorità offrono di pagare la spesa del viaggio. Noi, però, gli offriamo qualcosa da fare durante il giorno nella nostra struttura temporanea chiamata hub: corsi di inglese, tedesco e greco, patente europea per l’uso dei computer. Non solo: facciamo sport, cucito, yoga, chitarra. Non ci sono limiti alle materie, che dipendono anche dalle competenze dei volontari. In alcuni periodi abbiamo introdotto corsi di filosofia, poesia, cucina. Le diverse identità culturali sono negoziate ogni giorno. Se intendono integrarsi nell’Unione Europea devono imparare ad accettare i propri vicini nel campo o nella scuola”.

“Le nostre attività erano varie – spiega ancora Emanuela Choppin de Janvry – dall’attività di registrazione dei migranti alla distribuzione di vestiti e beni di prima necessità, dai corsi e allo sport al servizio di trasporto dal campo all’hub. Noi volontari non dobbiamo essere invadenti. Ognuno di loro porta un vissuto di sofferenza: madri che hanno lasciato i loro figli, la povertà e la guerra. Amare significa anche fare un passo indietro”. Il rischio di far riaffiorare il trauma è alto. “Noi vediamo molti migranti – dice la fondatrice Katharina Kahane – in costante contatto con la famiglia che è ancora in zone di conflitto. Vivono in una costante ri-traumatizzazione. Non puoi scappare dalla guerra perché i loro cari sono ancora lì”.

L’intento della scuola è, invece, assumere uno sguardo nuovo sul futuro attraverso un lavoro di integrazione. L’obiettivo è portare gli ospiti a far emergere le loro abilità e competenze in costante rapporto con diverse nazionalità. “Vivevo un contrasto – racconta Ahmad – tra la vita del campo e quella nell’hub. Due esistenze incomparabili. Finalmente potevamo sentirci Uomini, perché nell’hotspot non ti senti un essere umano. Dopo alcuni mesi ho imparato le lingue e successivamente sono diventato un volontario che aiutava nella distribuzione dei vestiti. Dopo un anno ho ricevuto l’approvazione della protezione internazionale e a malincuore ho lasciato Leros, ma la vita va avanti”. Adesso Ahmad è in Germania e lavora come insegnante di arabo. “Sono arrivato nella terra che sognano molti palestinesi a febbraio di quest’anno, ora voglio rimanere qui e ricrearmi una vita”.

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