30 settembre 2020 ore: 10:00
Salute

“Io, medico in Uganda durante la pandemia”

di Alice Facchini
Mattia Quargnolo, 29 anni, da gennaio a giugno ha lavorato nel paese africano per contrastare la diffusione del Covid-19. Il 1 ottobre a Bologna racconterà la sua esperienza nell’incontro “Investire sui giovani dall’Africa all’Italia per far crescere competenze di salute globale”, organizzato da Cuamm con il supporto della Fondazione del Monte

BOLOGNA – Come è stata affrontata l’emergenza Covid-19 nei paesi africani? Cosa hanno imparato i giovani medici impegnati con la cooperazione internazionale? Quali sono le nuove sfide per il futuro nostro e di questo continente a noi così vicino? Giovedì 1 ottobre a Bologna si tiene il terzo incontro, di un ciclo di otto, proposto da Medici con l’Africa Cuamm in collaborazione con la Fondazione del Monte, per parlare di salute globale, nuove povertà e prospettive future per le nuove generazioni, tra Italia e Africa. “Investire sui giovani dall’Africa all’Italia per far crescere competenze di salute globale è il titolo dell’appuntamento, che porrà l’accento su come questa pandemia ci abbia avvicinato e fatto capire quanto siamo connessi l’uno con l’altro.

Tra gli ospiti ci sarà Mattia Quargnolo, bolognese di 29 anni, specializzando al terzo anno in Igiene e sanità pubblica. Mattia è stato impegnato con il Cuamm in Uganda per sei mesi, da gennaio a giugno, e ha vissuto là lo scoppio della pandemia. “Avrei dovuto lavorare in un progetto sulla salute materno infantile, ma poi con l’arrivo del Covid abbiamo dovuto incanalare tutti i nostri sforzi nel fronteggiare l’emergenza – spiega –. Se il coronavirus fosse arrivato con la stessa forza che in Europa, non avremmo avuto i mezzi per contrastarlo. Ecco perché abbiamo puntato sulla prevenzione: abbiamo fatto molta sensibilizzazione a livello comunitario, formando volontari di villaggio per dare le informazioni basiche, e abbiamo disposto in tutti i centri di salute dei punti per lavarsi le mani e provare la febbre. Infine, abbiamo organizzato task force locali per tenere monitorato il territorio e dare feedback su quello che succedeva e sulle persone che sviluppavano i sintomi”.

In Uganda, i casi di Covid-19 per fortuna sono saliti molto lentamente e in tutto sono stati registrati solo 7.200 positivi. “Il governo ha reagito prontamente chiudendo i confini e imponendo un lockdown totale, che è durato molti mesi – racconta Quargnolo –. Questo, insieme al nostro lavoro di prevenzione, ha fatto sì che il virus sia rimasto circoscritto nella zona della capitale, mentre le comunità rurali non sono state toccate quasi per niente”. Mattia racconta che, in una prima fase, la popolazione aveva paura di una nuova malattia che era considerata dei bianchi: “La gente aveva ancora in mente l’ultima epidemia di ebola, e poi vedeva che in Europa molti morivano di Covid, pensando: ‘Se il virus arriva da noi, chissà cosa succederà’. C’è stata una forte stigmatizzazione contro chi si ammalava, additato come untore e ostracizzato dalla comunità. Si sono diffuse molte fake news: c’era chi si curava bevendo alcol, pensando che avrebbe agito come disinfettante e avrebbe annientato il virus. In un villaggio, un giorno ho visto un gruppo che guardava su YouTube un video dei complottisti che dicevano che il coronavirus era stato creato in un laboratorio a Wuhan”.

In Africa, durante la pandemia i medici di Cuamm hanno lavorato per mettere in sicurezza 23 ospedali in otto paesi: oltre all’Uganda, Angola, Etiopia, Mozambico, Repubblica Centrafricana, Sierra Leone, Sud Sudan e Tanzania. Inoltre, in questi mesi di emergenza, l’organizzazione ha dato sostegno anche ad alcuni ospedali del nord Italia, mettendo a disposizione il proprio personale. “Da sempre, iscritta nel nostro dna, c’è la formazione di giovani medici, perché crediamo che avere giovani preparati, professionalmente competenti e soprattutto appassionati del proprio lavoro sia la condizione essenziale per costruire un futuro più giusto ed equo – afferma don Dante Carraro, direttore di Medici con l’Africa Cuamm –. Per questo collaboriamo con 32 atenei italiani, e in 18 anni ben 230 specializzandi italiani sono stati nei nostri ospedali in Africa a prestare servizio”.

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