3 luglio 2020 ore: 10:00
Famiglia

Anziani. Don Albanesi: “Basta con le Rsa, è il momento di trasformarle”

di Daniele Iacopini
Il presidente della Comunità di Capodarco da tempo convinto della necessità di cambiare radicalmente la gestione della terza età, andando oltre l’istituzionalizzazione. “L’epidemia ha mostrato i limiti terapeutici ed esistenziali che le persone anziane sono costrette a vivere. Occorre cambiare, senza far prevalere la logica del risparmio”

CAPODARCO DI FERMO - “La vita dell’anziano è la vita di tutti. Gli anziani sono più fragili, meno veloci, meno efficienti. Ma non è che a 85 anni non servono più! Accudirli e trattarli con dignità è un dovere e un riconoscimento per quello che hanno fatto per la società nel corso della loro vita. Il rischio, invece, è che sia passato ormai il messaggio secondo cui in questa società possono vivere solo coloro che sono efficienti”. Parte da queste considerazioni la riflessione di don Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco di Fermo, a proposito della condizione degli anziani. Una riflessione che ha ricevuto uno scossone violento sul piano emotivo dalle vicende verificatesi in questi mesi di Covid-19, con le numerose morti all’interno delle strutture di accoglienza e le relative indagini. Uno spaccato che ha portato da subito don Albanesi a dire: “Le Rsa vanno chiuse. O, comunque, profondamente trasformate!”.
Una sensazione forte, suffragata nelle ultime settimane anche dalla convergenza sul tema di alcune associazioni (Fish, Anffas). E sabato scorso è stato addirittura il segretario nazionale del Pd, Nicola Zingaretti, a tuonare su Facebook: “La condizione degli anziani così non va, diciamo 'basta Rsa'".
Abbiamo chiesto allora a don Albanesi di illustrare la necessità di un cambio di rotta in tal senso, partendo da una lettura dell’esistente.

Perché chiudere le Rsa?

“Perché in Italia abbiamo superato culturalmente tutte le logiche legate all’istituzionalizzazione (minori, psichiatrici, tossicodipendenti, ecc…) tranne che per gli anziani. Dopo tutte le morti, nessuno che abbia riflettuto sul modello attuale. Un modello che alcuni decenni fa sembrava vincente. Invece, penso di poter dire che l’epidemia ha mostrato i limiti non soltanto di tipo terapeutico, ma anche esistenziale che le persone anziane sono costrette a vivere. Occorre partite da un principio fondamentale: ognuno ha diritto a vivere e morire nella propria casa. Da qui l’impegno a fare in modo che l’assistenza alle famiglie sia un’assistenza vera. Oppure pensare a strutture diverse”.

Chiudere o trasformare le Rsa è decisione storica e importante. Come gestire le conseguenze di un passaggio così drastico?

Se consideriamo il processo di invecchiamento, dobbiamo dire che le condizioni fisiche e relazionali nel tempo tendono a ridursi. Se è la pluri-patologia a investire la salute dell’anziano, è ovvio che la risposta può essere solo sanitaria. Diversa è la situazione di chi lentamente, pur avendo residui di autonomia, non riesce più a vivere da solo. Da qui l’esigenza di supportare le famiglie con una rete effettiva, visto che oggi ognuno si deve arrangiare in proprio: se ha strumenti, si appella alle badanti (persone che molto spesso non hanno nessuna specialità. Quasi sempre sono straniere, in cerca di lavoro. E spesso questo lavoro viene concesso in condizioni non sempre limpide…). Quando questo non è possibile - perché la famiglia non riesce a rispondere alle esigenze - il passaggio è verso le strutture di accoglienza.

Strutture di accoglienza che nel tempo hanno mutato la propria fisionomia…

“Sì, qui si pone un problema grave. L’impostazione odierna delle Rsa è di tipo ospedaliero. L’economia di scala dice 20 o 40 posti, tra l’abitativo e il sanitario. In realtà queste strutture hanno la pretesa di essere presidi abitativi, ma sono presidi a schema sanitario. In questi posti alle persone viene imposto il tempo di vita giornaliera (ci si sveglia presto, si va a dormire presto…), il cibo è standardizzato, lo spazio personale è ridotto al minimo e le relazioni sono programmate. Privati di queste esigenze basilari per una vita serena, agli anziani rimane un posto letto e l’accudimento per le esigenze esistenziali minime. Con queste premesse, si arriva all’assurdo di due assistenti e un infermiere ogni 20 posti letto.
Non solo. Nel tempo questi moduli si sono moltiplicati, fino ad arrivare a numeri inammissibili: si parla di 200 o 300 posti letto, costruiti per un’istituzione totale! Ma in questa maniera si perde identità, si perde tutto ciò che è personale. E si arriva all’anonimato delle risposte, alla chiamata con i campanelli dell’operatore di turno…
In realtà, e vengo al punto, secondo me queste forme di accoglienza dovrebbero avere le caratteristiche dell’accoglienza familiare: 15 o al massimo 20 persone, con cucina, giardino, apertura degli orari, un cibo personalizzato (per quanto possibile). Il tutto per dare la sensazione di abitare in una casa.”

Ma i costi?

“Non prevalga la logica del risparmio! In economia la somma è sempre zero. L’altro modello, quello attuale, forse costa meno ma gioca con la dignità delle persone; le tratta come “scarti”, come dice Papa Francesco. E non è dignitoso. Servono spazi e risorse adeguate. Riprendendo lo schema seguito con l’abolizione degli istituti per minori, si potrebbe dare un tempo di 5 anni per trasformare le attuali strutture in ambienti accoglienti e umani, attrezzati adeguatamente, con un’attenta opera di monitoraggio.
Non abbiamo alternative: o si rimane in famiglia o si va in ospedale o si è accolti in strutture a misura umana. Questo schema permette un accudimento più efficace. Tutti dicono che la spersonalizzazione disorienta l’anziano. E chi è già disorientato per proprio conto – si pensi ai malati di Alzheimer - finisce per perdere ogni autonomia residua”.

L’impressione è che la nostra non sia una società a misura di anziano…

“Nonostante i dati sulla popolazione, una cultura in tal senso non esiste. Le fasce fragili della società sono i neonati e gli anziani. I primi sono sempre di meno, gli altri sempre di più. Eppure non ne abbiamo preso coscienza. Un esempio: c’è un pediatra nel sistema sanitario territoriale, ma non c’è un geriatra. E la medicina generale non è adatta a trattare problemi specifici della tarda età. Vogliamo parlare dei farmaci? Non vengono mai testati sugli anziani, per i quali si chiede al massimo di sistemare le dosi. Eppure sono loro i maggiori fruitori! E il 64% dei ricoverati sono anziani. La società non è disegnata sulle esigenze di chi è vecchio: penso alle ore perse in fila negli ambulatori, davanti a un Cup, in cerca di un ambulatorio…

Quando si diventa vecchi, si diventa scomodi?

“Non dappertutto è così. Un conto è essere anziani al Nord, un altro conto è esserlo al Sud, dove le famiglie ancora si vergognano di portare un familiare in una struttura. Ed un conto è essere anziani in un grande centro, in una grande città, un altro conto è vivere in centri più piccoli. E’ ora di occuparci di loro”

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