4 luglio 2020 ore: 00:00
Disabilità

Avete mai sentito parlare del para-trap?

È uno sport bellissimo, ma purtroppo (ancora) ignorato dai più. Tra gli ultimi arrivati nella famiglia paralimpica, da noi in Italia è in espansione, grazie anche all’impegno della Fitav

ROMA - È uno degli ultimi arrivati nella famiglia paralimpica: se a breve qual­cosa riuscirà a muoversi a livello internazionale, promette di diventare una delle realtà più belle dell’intero movimento degli sport praticati da persone disabili. Stiamo parlando del tiro a volo paralimpico, meglio conosciuto come para-trap, disciplina che il presidente della Federazione italiana tiro a volo, Luciano Rossi, il giorno in cui entrò a far parte del World shooting para sports, definì “il dono che la Fitav e l’Italia fanno alla comunità internazionale del tiro sportivo”. Già, perché per raccontare questa storia (scritta da Stefano Tonali sul magazine SuperAbile Inail) bisogna partire dal binomio tra Italia e para-trap: già dal 2010, infatti, il movimento tiravolistico italiano si è fatto promotore del riconoscimento di questo sport all’interno dell’International Paralympic Committee, un lavoro premiato, nel 2017, con l’assegnazione nel nostro Paese – più precisamente a Lonato del Garda – della prima Coppa del mondo, subito seguita, un anno più tardi, dai Campionati mondiali, che si sono disputati ancora una volta nella località bresciana.

Chi per prima ha accettato questa sfida e l’ha portata avanti con grande passione e professionalità è Emanuela Croce Bonomi, vice presidente vicario della Fitav, delegata dal consiglio all’attività paralimpica e vera e propria madrina del progetto del para-trap: “In Italia il movimento è molto buono, andiamo come il vento, possiamo contare su un allenatore nazionale molto valido come Benedetto Barberini e, dal punto di vista tecnico, mi ritengo molto soddisfatta», dichiara. «Il problema sono le altre federazioni internazionali, che si stanno muovendo troppo lentamente rispetto a noi. Spesso, infatti, queste federazioni non permettono ai loro atleti di prendere parte a eventi internazionali o, se lo fanno, li spingono ad andare a loro spese. In questo modo il para-trap non può crescere su scala mondiale. Di atleti validi ce ne sono, ma in questo modo difficilmente riescono a emergere”.

Dello stesso parere il tecnico della Nazionale italiana, Benedetto Barberini: “Grazie al lavoro svolto dalla Fitav e dal Cip siamo stati i pionieri di questa disciplina», racconta. «Ma abbiamo necessità di coinvolgere le federazioni straniere, che stanno crescendo poco, rischiando di vanificare i nostri sforzi. Noi, per esempio, possiamo garantire almeno un atleta per classe. Gli atleti di altre Nazioni, al contrario, non solo sono spesso costretti a partecipare alle gare a loro spese, ma a volte viene anche negata loro la possibilità di andare”.

La nostra Nazionale è reduce dalla prova di Coppa del mondo di Osijek, in Croazia, dove ha conquistato ben due medaglie d’oro, con Saverio Cuciti e Mirko Cafaggi, nelle categorie standing PT2 e PT3: “Sono molto contento per questi due ori», osserva Barberini. «Non siamo riusciti a vincere una terza medaglia nella categoria sitting, ma c’è mancato veramente poco. Continueremo a lavorare per mantenere alta la qualità del nostro team: finora le cose stanno andando molto bene. L’obiettivo, un giorno, è quello di partecipare alle Paralimpiadi, ma per raggiungere un traguardo del genere è necessario che raddoppi il numero di Paesi che al momento praticano il para-trap”.

In Italia sono una quindicina gli atleti che gravitano intorno alla Nazionale, ma il numero dei partecipanti alle gare nazionali si stima attorno ai 70: «Una cifra in continua crescita», prosegue Barberini, “perché nei confronti di questo sport esiste un grande interesse. Alcuni atleti vengono da altre esperienze sportive, come Mirko Cafaggi, che praticava motociclismo e solo dopo l’incidente si è avvicinato al tiro. Dal 9 al 14 ottobre saremo in Australia per i Campionati del mondo, dove puntiamo a portare otto-nove atleti”, precisa il tecnico. “Nel 2020, poi, i Mondiali si svolgeranno a Lonato del Garda, un’assegnazione che ci rende molto orgogliosi”.

“Nel maggio del 2013 sono stato investito da una macchina mentre ero in moto con mio figlio», ricorda Emilio Poli, uno degli atleti della Nazionale italiana. «Lui ha riportato diverse fratture ma, fortunatamente, è guarito, mentre io ho subito l’amputazione della gamba sinistra e una lesione al braccio sinistro che è ormai privo di mobilità. Ero un maresciallo dell’Aeronautica, quindi già prima del 2013 sparavo. Dopo l’incidente, con un amico, sono andato a vedere se riuscivo a tenere ancora un’arma in mano. Ho conosciuto la Fitav e ho scoperto che aveva un programma paralimpico. Mi interessava fare qualcosa di appassionante e spensierato, volevo praticare uno sport all’aria aperta. L’obiettivo era quello di entrare a fare parte della Nazionale e devo dire che, piano piano, qualcosa ho realizzato. Dovrei essere convocato per i prossimi Mondiali, ma le decisioni finali spettano al nostro allenatore: da parte mia sto lavorando per esserci». Non sono molti al mondo a tirare con un braccio solo: «Oltretutto io ho anche la protesi a una gamba», aggiunge, «per questo gareggio con gli standing, visto che la Federazione internazionale ha accorpato le categorie, e questo mi porta a competere con gente che presenta disabilità minori rispetto alla mia”.

L’esordio di Poli con la Nazionale è avvenuto in Coppa del mondo a Lonato, dove è entrato in finale, terminando al quarto posto. Lo scorso anno, in Francia, sempre in Coppa del mondo, ha vinto la medaglia d’argento e poi ai Mondiali di Lonato ha conquistato la finale. “E ora sto lavorando per essere convocato ai Mondiali in Australia: l’obiettivo minimo è quello di raggiungere la finale, ma non nascondo che punto alla medaglia». Per l’atleta, una delle cose più belle del para-trap è legata alla responsabilità nei confronti degli altri: «Nel tiro la sicurezza viene prima di tutto e sapere di svolgere bene questo compito è qualcosa che mi dà una grandissima soddisfazione. Siamo un bel gruppo, molto affiatato, che si sostiene sempre, anche a distanza. Da parte mia sono sempre disponibile nei confronti di chiunque mi chieda informazioni e consigli. Il para-trap ha bisogno di farsi conoscere maggiormente non solo in Europa ma in tutto il mondo. Se vogliamo arrivare alle Paralimpiadi, dobbiamo aumentare il numero delle Nazioni praticanti. Nel frattempo, noi proviamo a divertirci”.

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