12 agosto 2020 ore: 10:24
Disabilità

Il cammino di Camilla, a occhi chiusi sulla Via degli Dei

di Ambra Notari
Camilla è una giovane non vedente con la passione per lo sport e i viaggi. Pochi giorni fa ha percorso la strada che, attraverso l’Appennino, unisce Emilia e Toscana: “È stata tosta, ma ne è valsa la pena: il cammino ti insegna tanto, impari ad assaporare rumori, profumi, sapori inattesi. E la soddisfazione provata all’arrivo è impagabile”

BOLOGNA - La Via degli Dei, rigorosamente al contrario, da Firenze a Bologna. Controcorrente, come controcorrente è la protagonista di questa avventura, Camilla Di Pace. Camilla, 28 anni, ha perso la vista a 7 per una malattia degenerativa. Originaria della provincia di Latina, ha studiato a Bologna (Laurea magistrale al Dams in teatro, tesi su Pasolini). Tanti sogni nel cassetto, tanti progetti da realizzare. La sua disabilità, infatti, non le ha impedito di viaggiare e coltivare, con successo, tutte le sue passioni: dal giornalismo al calcio – Roma, nello specifico –, dalla musica alla danza.

In questa strana estate 2020, dopo la lunga quarantena, Camilla ha scelto di mettersi, nuovamente, alla prova, e ha cominciato a giocare nell’ASDD Roma, la squadra di blind football della capitale, una delle più rinomate in Italia. Al momento si allena con i ragazzi, perché le ragazze sono ancora poche: “Era il mio desiderio da sempre, sono felice di esserci riuscita. Ho iniziato a giugno, sono ancora alle prime armi. Ora le attività sono sospese, riprendiamo a settembre. Così, per tenermi in allenamento – e per abbracciare una nuova sfida – ho pensato di investire qualche giorno della mia estate nella Via degli Dei”. La Via degli Dei è il cammino che collega Piazza Maggiore a Bologna con Piazza della Signoria a Firenze: 130 chilometri fra la natura dell’Appennino Tosco-Emiliano e la sua storia lungo il corso del tempo e i secoli. Il percorso è tra i protagonisti di “In Montagna siamo tutti uguali”, un progetto di Appennino Slow in collaborazione con Noisy Vision, organizzazione che sostiene le persone con limitazioni visive o uditive ed educa la comunità sui temi dell’accessibilità e dell’inclusione sociale. “In Montagna siamo tutti uguali” riguarda il turismo accessibile e propone il trekking come veicolo per la scoperta dell’Appennino Tosco Emiliano attraverso un’avventura, accessibile e sicura, da condividere tra vedenti e non vedenti, per abbattere ogni forma di barriera.

La ‘squadra’ di Camilla era composta, in tutto, da 5 persone, 4 ragazze e un ragazzo. Camilla era l’unica non vedente. Cinque tappe previste, partenza il mercoledì, arrivo sotto le Due Torri la domenica. Prima tappa: Fiesole – San Piero a Sieve: “Ammetto che per una che come me, che è abituata a camminare sempre in città, l’impresa non è delle più semplici – spiega Camilla, che sulla sua pagina Facebook ha anche tenuto una specie di ‘diario di bordo’ –. La privazione della vista, come tutte le cose, ti dà e ti toglie. Certamente, il passo è un po’ più lento. Non è semplice districarsi tra le buche, o fare salite impervie e sconnesse, a volte può essere difficile anche farsi spazio tra le foglie. Il senso di libertà che ho provato però, è estremamente profondo. Abbiamo adottato la tecnica del cordino, che consiste nel legare un estremo di una corda alla mia vita e l’altro a quella dell’accompagnatore. In questo modo, ho potuto camminare da sola e mi sono goduta a pieno il profumo dei fiori, la musica degli animali e delle foglie”.

Seconda tappa, da San Piero a Sieve al Passo della Futa, 903 metri sul livello del mare. “Le gambe più forti, il fresco del mattino con il sole non ancora alto, hanno reso questa tappa molto piacevole. Il contorno del bosco tratteggiato di faggi e querce, il tappeto di viole e lavande, hanno fatto diventare il passo più morbido e la fatica si è fatta sentire meno. Qui abbiamo fatto forse la deviazione più bella di tutto il cammino. A Bosco ai Frati, piccolo paese del Mugello, si trova un convento medievale. All’interno è custodito un crocifisso di legno di Donatello. Con un po’ di pazienza della guida, sono riuscita a sentirlo. Esatto, ho toccato una cosa toccata dal maestro fiorentino. Poi la sorpresa finale, Passo della Futa. Un posto immerso nella natura, dove la sera per ninnananna abbiamo avuto il verso degli uccelli e per sveglia il canto del gallo”.

Il terzo giorno, dalla Futa a Madonna dei Fornelli: “Dalla c aspirata, alla z strascicata – sorride Camilla –. Dal pane sciapo, a quello salato. Dall’olio, al burro. Insomma, dalla Toscana, all’Emilia. Questa è stata forse la tappa più tosta. Molte volte camminando ho pensato di non farcela e di tornare in dietro. Ma poi pazienza e gambe in spalla mi hanno salvato. Sul confine abbiamo conosciuto Cesare Agostini, un bellissimo avvocato bolognese di 84 anni. È lo scopritore del basolato della Flaminia Militare, la prima transappenninica romana risalente al 187 a.C.”.

Poi il tratto da Madonna dei Fornelli a Badolo (“In questa tappa ho imparato letteralmente a saltare i guadi, a riconoscere tutti i tipi di pietra sotto i piedi e a districarmi nel fango. Fantastica la notte in un antico casale del ‘700, immerso nel verde. Più di mille piante, persino quelle mortali”), infine l’arrivo in Piazza Maggiore.

In mezzo, 4 notti di canzoni, cibo, emozioni condivise con gli escursionisti che, di volta in volta, si incontravano nei punti di ristoro. “È innegabile: la Via degli Dei è tosta, a chi sceglie di avventurarsi consiglio un po’ di allenamento preventivo. Però ne vale pena: la soddisfazione di raggiungere tappa dopo tappa è impagabile. Il cammino ti insegna tanto, impari ad assaporare rumori, profumi, sapori inattesi. Senti il caldo del sole da una parte, il fresco dell’ombra dall’altra. Poi voci, accenti, note conosciute e altre meno note. E capisci che, in fondo, il senso di un cammino è proprio quello: conta la destinazione, ma è il viaggio a lasciare ricordi indelebili”.

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