10 aprile 2019 ore: 10:20
Immigrazione

Inshallah Europa, il film che racconta la nuova rotta balcanica dei migranti

Realizzato dal giornalista Massimo Veneziani con l'attivista Federico Annibale, è stato presentato nei giorni scorsi a Roma. "I fenomeni migratori sono come l’acqua che esce da una diga: se tu metti una mano su una falla, l’acqua esce da un'altra parte"
Massimo Veneziani Inshallah Europa
ROMA - Un film immediato, schietto e importante sulla nuova rotta balcanica dei migranti, tema su cui i riflettori della cronaca - concentrati sugli sbarchi sulle nostre coste - si accendono raramente. Si chiama "Inshallah Europa", realizzato dal giornalista Massimo Veneziani in collaborazione con il mediattivista Federico Annibale, ed è stato presentato nei giorni scorsi a Roma - all’Apollo 11, con il contributo dell’Associazione LIPA - nel corso del Goods Deeds Day 2019, la quinta edizione della manifestazione che invita i cittadini a conoscere meglio il volontariato e a impegnarsi in azioni buone per il bene di tutti.
 
Massimo Veneziani, che ha autoprodotto il film, impegnando le sue vacanze estive, ha risalito, insieme ad Annibale, la rotta che migliaia di migranti percorrono con il sogno di arrivare nell’Unione Europea, alla ricerca di una vita migliore. “Ad aprile scorso ci siamo resi conto che nessuno sapeva che si era aperta un’altra rotta balcanica”, ci spiega il giornalista. “I fenomeni migratori sono come l’acqua che esce da una diga: se tu metti una mano su una falla, l’acqua esce da un'altra parte. L’idea che una strada fosse bloccata ne apriva un'altra”. La partenza è da Atene, in cui, in un quartiere di anarchici con una lunga storia di occupazioni alle spalle, i migranti vivono in case occupate, al limite della civiltà. poi Giannina, in Grecia, poi il confine tra Grecia e Albania, Tirana, in Albania, e Tuzi, vicino a Podogorica, al confine tra Montenegro e Albania. Un viaggio che viene fatto a piedi, spesso nei boschi, dove si è più nascosti. Si sta anche dieci giorni senza mangiare, ci si ferma cinque minuti a bere un po’ d’acqua e si riparte. Sarajevo, in Bosnia, e poi Bihac, al confine tra Bosnia e Croazia.
 
Inshallah Europa
Qui il sindaco ha destinato uno spazio, uno stabile abbandonato e fatiscente ai migranti e, dalle 40-50 persone degli inizi, si è arrivati in breve a 900. Per molti, moltissimi, il viaggio si ferma qui. La polizia croata è inflessibile, spesso violenta, e molte persone vengono rimandate indietro. I migranti vengono spesso picchiati, e il film mostra i segni delle percosse sul loro corpo; i telefoni cellulari vengono presi e distrutti, aperti in due. Uno degli intervistati racconta di bambini che non riescono a respirare da quanto piangono, vedendo i padri e le madri venire picchiati.
 
“Inizi un percorso e, man mano che scopri qualcosa, cambi strada”, racconta Veneziani. “Scopri che più ti avvicini all’Europa più vengono fuori le storie delle percosse, anche alle donne”. “È triste constatare che da giugno sono aumentate le denunce”, commenta Annibale. “Non è colpa dell’Europa dell’est, dietro c’è un disegno europeo. L’Europa risponde con un ‘monitoreremo’, continuando a finanziare il respingimento. Che la Croazia fa in maniera immediata, senza i tempi di cui le richieste di asilo necessiterebbero”. “Respinge con modalità assurde” denuncia Annibale. “Persone spogliate e costrette a camminare a piedi nudi sulla neve. Un musulmano a cui viene fatta bere la vodka. C’è un accanimento che non mi fa essere fiero di questa Europa. Perché un pakistano deve camminare 4 mila chilometri per venire in Europa, mentre io posso comprare un biglietto aereo per andare in Pakistan? Ormai la cosa si è normalizzata, tutti camminano. Ma per me e Massimo non è normale”.
 
“Non sono venuto in Grecia per fare la bella vita, ma per scappare dalla guerra, era l’unico modo”, sentiamo dire a un profugo siriano. È una delle tante risposte che il film presenta a quanti ancora si chiedono perché ci siano migliaia di persone in migrazione. Inshallah Europa ascolta le loro storie, i loro desideri. Un altro ragazzo mostra un tatuaggio con una mappa del mondo, ma diviso da righe verticali, che simboleggiano i confini. Ci sono ragazzi che arrivano dall’Afghanistan, perseguitati perché di minoranza hazara, e chi dal Kashmir, dove ormai ogni giorno viveva sotto le bombe indiane. Ma la migliore risposta, quella che racchiude tutte è molto semplice. “Cerco un paese che rispetti i diritti umani, nient’altro”. (Maurizio Ermisino)
 
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