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22 febbraio 2019 ore: 15:01
Immigrazione

"Suburra" e il "business" dei migranti: parte la seconda stagione

Nella narrazione entra con prepotenza il tema dello sfruttamento dei migranti, con una Claudia Gerini nei panni di chi fonda una onlus per lucrare sull'accoglienza. Abbiamo sentito la sceneggiatrice, Barbara Petronio: "Un'idea nata molto tempo fa dalle cronache giudiziarie, che abbiamo fatto diventare uno dei trend narrativi della serie"
Suburra la serie
ROMA - Suburra, La serie, la cui seconda stagione è disponibile da oggi, 22 febbraio, su Netflix, è un potente noir, puro racconto di genere, che però trae il suo spunto dalla realtà. I clan mafiosi di Ostia, le connivenze tra politica e malavita, le trame del Campidoglio: tutto quello che va sullo schermo è qualcosa che abbiamo trovato anche nelle cronache. Da oggi, con la stagione 2, c’è anche il nervo scoperto dell’Italia odierna: le migrazioni. C’è un personaggio, Sara Monaschi (Claudia Gerini) che crea ad hoc una onlus per accogliere 500 migranti che arrivano a Roma e hanno bisogno di una sistemazione. La recita di Sara, l’empatia sceneggiata nei confronti di queste persone – che non si sforza nemmeno di guardare in faccia – non inganna lo spettatore, a cui è chiaro fin da subito che il suo obiettivo è quello di sfruttare la situazione a suo favore, di lucrare sul loro bisogno. E' quello che è stato chiamato il “business dei migranti”, entrato da tempo nelle cronache giornalistiche e in quelle politiche.
 
All’inizio della prima puntata sentiamo dire dallo speaker di una radio, che si occupa di calcio come tante nella Capitale, che 500 “extracomunitari” sono in arrivo a Roma. “Se li stringiamo possiamo ospitarne a centinaia. Sono 35 euro a testa, una bella cifra” è la prima frase pronunciata da Sara, una frase che non lascia dubbi sulle sue intenzioni. “Dobbiamo cercare di non dividere le famiglie” aggiunge, con ipocrisia, per avere la possibilità di ospitarne il più possibile. “In realtà Sara non passa davanti ai migranti senza mostrare interesse” ha raccontato Claudia Gerini. “Per lei sono uno strumento di potere, di guadagno, una sua conquista. Con le sue aderenze in Vaticano riesce a farsi assegnare i migranti. Non è che non gliene importi: sembra che il suo prodigarsi sia autentico. Probabilmente lo è. Sembra un’attrice che voglia far vedere come sia preoccupata e si impegni tanto nel tema dei migranti”.
 
“L’idea del business dei migranti - ci racconta la sceneggiatrice Barbara Petronio - nasce dalla cronaca: non però da quella attuale, ma da quelle di quattro anni fa, quando, durante gli scandali di Mafia Capitale, venne alla ribalta che alcune organizzazioni, attorno alle quali si muovevano interessi economici, erano legate all’arrivo dei migranti e alla loro gestione” . “Su questa base, già per la prima stagione di Suburra avevamo pensato a questo tema: nel finale c’è un incontro tra Sara Monaschi e un esponente del Vaticano che traccia questo pensiero. Nella seconda stagione lo abbiamo sviluppato appieno rendendolo uno dei trend narrativi”.
 
Nel frattempo però il fenomeno è diventato molto più scottante e la seconda stagione di Suburra arriva sugli schermi in un momento in cui il tema (presentato come “business”) dei migranti è utilizzato anche in ambito politico come leva per sminuire le operazioni di accoglienza. “Spesso la capacità di prevedere il futuro si lega molto alla capacità di leggere il presente”, ragiona la sceneggiatrice. “Come in tutte le situazioni c’è chi agisce in totale buona fede rispetto a quello che sta facendo e chi agisce con furbizia e perpetra dei crimini, chi lo fa con spirito umanitario e chi si catapulta in un settore dove percepisce giri del denaro”, dice. “Ovviamente non c’è la pretesa di dire che chiunque si occupi dei migranti lo faccia in questo senso: noi raccontiamo una realtà romanzata, i nostri protagonisti sono personaggi che afferiscono a una sfera criminale e quindi loro se ne occupano in quel modo”.
 
Ma per Petronio c’è un altro aspetto interessante in questa vicenda. L’atteggiamento di Sara Monaschi, quel suo commuoversi a comando, quel trovare le parole giuste, recitare, mantenere un interesse di facciata, fa riflettere perché lo troviamo in genere nella nostra società. “Quando uno affronta una tematica come questa, e ha la possibilità di farlo attraverso lo sguardo di un personaggio di finzione, trova che la cosa più semplice sia farle dire ‘voglio proteggere le famiglie’, quando in realtà ha in mente tutt’altra cosa. Ma è un atteggiamento che spesso vediamo anche nei politici, che a volte nascondono altre intenzioni". 
 
Visto il clima incandescente, gli autori si aspettano delle polemiche? “Ho scritto Romanzo criminale e all’epoca c’era il sindaco di Roma che disse che la criminalità si sviluppava perché i ragazzi emulavano i protagonisti di quella serie”, risponde Barbara Petronio. “Le polemiche potrebbero esserci, ma devo dire che non mi intaccano. Anzi, ritengo che se ci fossero e fossero finalizzate ad approfondire di più questo argomento, senza proclami, sarebbe interessante che un prodotto di intrattenimento stimolasse la discussione”. (Maurizio Ermisino) 
 
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