14 febbraio 2019 ore: 11:29
Società

Cinema, al festival di Berlino l'Italia porta i suoi volti

Nella rassegna cinematografica due pellicole raccontano Napoli: oltre al disagio giovanile de "La paranza dei bambini" - tratto dal romanzo di Saviano - ci sono anche i sogni autentici e le cose belle di "Selfie". Ma c'è spazio anche per i rapporti familiari, la condizione femminile, la disabilità, i modelli e le convenzioni sociali
Simone Florena La paranza volto in primo piano
ROMA - In un’edizione sottotono del Festival del Cinema di Berlino, la notizia è che c’è un cinema italiano vivo. Ed è sempre più orientato a raccontare il sociale, e a farlo cercando strade nuove. Il film che è sulla bocca di tutti è La paranza dei bambini, da ieri, 13 febbraio, nelle sale, tratto dal romanzo di Roberto Saviano e diretto da quel Claudio Giovannesi che due anni fa, con Fiore, si era dimostrato bravissimo a cogliere il disagio giovanile. La paranza dei bambini – unico film italiano in concorso - racconta, con una nitidezza e una semplicità spietate, il percorso senza alternative che hanno i ragazzini di 14-15 anni a Napoli, Rione Sanità, nei quartieri della camorra: vogliono le ragazze, le discoteche e i vestiti, quindi i soldi, e quindi devono lavorare. E la camorra è la soluzione immediata, facile, pronta. E accettata anche dai genitori, che spesso, in quei territori, sono persone perbene ma in difficoltà e devono essere mantenuti dai loro bambini. Che imparano presto a sparare: crediamo che siano cose che accadono solo nel Sud del mondo, e invece accade tra noi. 
 

Ma c’è un altro film, nella sezione Panorama, che prova a vedere quei luoghi da un altro punto di vista. È Selfie, di Agostino Ferrente, un film girato attraverso gli smartphone di due ragazzi di un altro quartiere di Napoli, il rione Traiano, che hanno invece un sogno diverso da quei soldi facili di cui sopra. Uno sogna di fare il barbiere e l’altro il garzone in un bar. Ferrente prova a raccontare, per citare il titolo di un suo film, le “Cose belle”: come l’associazione Davide Bifolco, che dà ripetizioni in maniera volontaria ai ragazzi che hanno problemi a scuola. L’associazione prende il nome da un ragazzo di 16 anni ucciso dai Carabinieri che lo avevano scambiato per un criminale. 

Locandina Selfie film
Oltre al racconto dei territori c’è quello dei corpi. Sempre nella sezione Panorama è stato presentato Dafne, opera seconda di Federico Bondi: è la storia di una ragazza con sindrome di Down, e del suo rapporto con il padre. Dopo la morte della madre i due restano da soli, si avvicinano, ed è lui a capire quanto lei potrà dargli. Nel film di Bondi entrano prepotentemente la realtà e la vitalità di Carolina Raspanti, che nella vita, come nel film, fa la cassiera alla Coop. 34 anni, da Lugo di Romagna, Carolina ha una personalità forte e solare che, di fatto, ha “scritto” il film, lo ha fatto vivere insieme a lei. “Dafne non è un film sulla sindrome di Down o sulla diversità, ma sulla possibilità di risorsa che ognuno di noi ha dentro”, ha dichiarato il regista.
 
Un corpo e una condizione sono al centro de Il corpo della sposa (Flesh Out), l’opera prima di Michela Occhipinti. Siamo in Mauritania, dove una giovane donna, Verida, lavora in un salone di bellezza, esce con le amiche, naviga sui social network. È una ragazza moderna, una ragazza come tante. Ma, nel momento in cui la sua famiglia sceglie per lei uno sposo, si vede costretta a prendere peso, secondo le usanze locali: è il gavage, la nutrizione forzata. Michela Occhipinti ci parla di condizione femminile e di modelli sociali, di scelte imposte da altri, di desideri maschili che troppo spesso condizionano la vita delle donne. Temi che non riguardano solo la Mauritania, ma ci riguardano tutti. 
 
Ed è un’altra donna, Adele Tulli, a raccontare, in Normal, presentato sempre nella sezione Panorama, le norme, le convenzioni e gli stereotipi di genere nell’Italia di oggi. E di quei confini che chiamiamo maschile e femminile. Con uno sguardo insieme intimo ed estraniante, Normal propone una riflessione sull’impatto che la costruzione sociale dei generi ha sulle nostre vite. Per cercare un nuovo significato a quella che ogni giorno definiamo normalità. Temi interessanti, e raccontati con personalità e stili originali. Non resta che aspettare che trovino il loro posto nelle nostre sale. (Maurizio Ermisino) 
 
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