21 aprile 2017 ore: 14:19
Giustizia

Suicidio a San Vittore, il Tribunale di Milano condanna il Ministero della Giustizia

La seconda sezione civile della Corte d'Appello ha disposto il risarcimento del danno per i genitori di Alessandro Gallelli, 21 anni, trovato impiccato nella cella numero 5 del reparto psichiatrico del carcere milanese nel 2012. "Non ci fu un'adeguata sorveglianza". La sentenza emessa poche settimane prima di un nuovo caso di suicidio nella casa circondariale
Carcere: morti in carcere, suicidi

MILANO - Il suicidio di Alessandro Gallelli, 21 anni, trovato impiccato il 18 febbraio del 2012, nella cella numero 5 del reparto psichiatrico del carcere di San Vittore di Milano, poteva essere evitata, con un'adeguata sorveglianza. È quanto stabilisce la seconda sezione civile della Corte d'Appello di Milano, che ha condannato il Ministero della Giustizia a risarcire i genitori di Alessandro. La sentenza, depositata in cancelleria a fine marzo, boccia senza termini il sistema di controllo sui detenuti più fragili all'interno di San Vittore. E, pur riferendosi a un episodio di cinque anni fa, sembra confermare i dubbi di nuovo emersi dopo il suicidio, il 18 aprile scorso, di un altro detenuto, Michele Daniele, 41 anni: era in attesa del giudizio di appello per una condanna di 4 anni e soffriva di una grave dipendenza dall’alcol tanto che una settimana fa era stato visitato dallo psichiatra, che però pare non abbia intravisto rischi suicidari. "Al di là di questi singoli casi, penso si debbano rivedere i meccanismi di accoglienza e sorveglianza nella case circondariali -afferma Alessandra Naldi, garante dei detenuti di Milano-. Qui sono rinchiuse persone in attesa di giudizio, che da poco sono finite in carcere. Anche se non vengono clinicamente definite a rischio suicidio, sono sicuramente più fragili e ci vuole quindi maggiore attenzione nei loro confronti per evitare tragedie di questo genere".

Alessandro Gallelli era finito in carcere per una serie di reati (dall'oltraggio a pubblico ufficiale alla molestia sessuale) commessi perché aveva disturbi psichici aggravati dall'abuso di cannabis e in alcuni casi di cocaina. Nei quasi quattro mesi in cui è stato detenuto a San Vittore, Alessandro ha avuto circa 40 visite mediche, di cui una ventina psichiatriche. Richiuso inizialmente nel reparto dei sex offender, era poi stato trasferito al Conp (come tecnicamente viene chiamato il reparto psichiatrico) perché era aggressivo e andava in escandescenze. Viene messo nella cella 5 da solo, in teoria controllato a vista. Ma, da quel che emerge sia dalla sentenza di primo grado che da quella di appello, questo controllo a vista non c'è stato. "La sorveglianza posta in essere, invece, non fu adeguata -scrivono i giudici-, e meno che mai a vista e ciò può affermarsi con sufficiente certezza, in considerazione dei tempi necessari per l'esecuzione del progetto suicida messo in atto da Gallelli". Nella cella numero 5 c'è infatti solo una finestra, chiusa da una rete spessa con piccoli buchi, dietro la quale ci sono le inferiate. Alessandro avrebbe fatto passare la manica della sua felpa tagliuzzata tra i buchi annodandola poi alle inferiate. Alle ore 17 del 18 febbraio l'agente della polizia carceraria in servizio al reparto psichiatricoannota che Alessandro sta riposando. Al controllo successivo, alle 17.30, lo trova impiccato. "Avuto riguardo alla difficoltà della manovra di aggancio ed ai presumibili plurimi tentativi posti in essere dal ragazzo, l'azione del detenuto avrebbe potuto evitarsi con un'efficiente sorveglianza dinamica, ovvero con controlli ravvicinati".

Proprio un anno fa, i genitori di Alessandro e la Garante dei detenuti di Milano hanno chiesto la riapertura del caso anche in sede penale, perché secondo loro molte cose non tornano nella dinamica della sua morte. Vogliono capire se ci sono responsabilità penali tra le tante persone delle istituzioni che avevano il dovere di tutelare Alessandro: magistratura di sorveglianza, procura della Repubblica, il personale del carcere (dagli agenti di custodia ai medici alla direzione). La sentenza della sezione civile della Corte d'Appello potrebbe ridare vigore alla loro richiesta di riaprire il fascicolo. (dp)

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