30 maggio 2019 ore: 14:14
Società

Esce "Selfie": la scelta di Pietro e Alessandro, una vita lontana dalla malavita

Esce oggi nelle sale italiane il film di Agostino Ferrente, presentato al Festival di Berlino. Il regista: “La cosa bella del Rione Traiano è l’umanità. La cosa brutta è l’abbandono di questa umanità"
Selfie, i protagonisti

ROMA - Davide Bifolco aveva sedici anni. Aveva già lasciato la scuola e sognava di fare il calciatore. Nell’estate del 2014 è morto, colpito dalla pallottola di un carabiniere, che lo aveva scambiato per un latitante, mentre girava in motorino con due amici. Non aveva mai avuto problemi con la giustizia. È a lui che è dedicato Selfie, il film di Agostino Ferrente che è stato presentato al Festival di Berlino e arriva nelle nostre sale il 30 maggio. Ferrente ha scelto di non ricostruire la storia di Davide, ma di raccontare quella di altri due sedicenni, che vivono nel Rione Traiano di Napoli, che potrebbero essere stati al suo posto. E di non filmarli direttamente, ma di affidare loro uno smartphone, e di proporre loro di filmarsi, in modalità “selfie”, cioè guardando sempre verso la camera, come se si guardassero allo specchio. Alessandro è cresciuto senza il padre, ha abbandonato la scuola dopo una lite con l’insegnante che pretendeva imparasse a memoria L’infinito di Leopardi, e oggi fa il garzone in un bar. Pietro ha frequentato una scuola per parrucchieri, ma non riesce a trovare lavoro. Il padre lavora fuori città, la madre è in vacanza, ma lui ha deciso di passare l’estate con Alessandro. Selfie segue la vita di questi due ragazzi, che hanno scelto di lavorare, o di provarci, e di non seguire la via più facile per chi vive lì. Quella della criminalità.

“Dal punto di vista narrativo e cinematografico Napoli era già stata raccontata” ci ha spiegato Agostino Ferrente. “Ho pensato di fare qualcosa di diverso, di non adagiarmi su quello che è ormai l’immaginario, la solita cartolina di Napoli, i palazzoni delle periferie. Invece di inquadrare la luna ho deciso di inquadrare il dito, e invece di quello che guardano inquadrare gli occhi di questi ragazzi”. “Selfie nasce dalla tragedia di Davide Bifolco, ucciso due volte, prima materialmente poi nella memoria, perché il tritacarne mediatico ha sentenziato: ‘uno di meno’” ci ha raccontato il regista. “Poteva accadere a Pietro e Alessandro come è accaduto a Davide. Provenendo da un quartiere popolare istintivamente si pensa che uno sia un criminale. Quando succedono queste cose sui giornali c’è l’intervento del sociologo o dell’antropologo. Mai nessuno chiede il parere dei ragazzi. Ho deciso di raccontarli dal loro punto di vista. Che è davvero il loro punto di vista”.

La vitalità di Alessandro e Pietro e coinvolgente. Veniamo subito tirati dentro il loro mondo, siamo in mezzo a loro. E con loro ci troviamo bene, perché sono accoglienti. “La cosa bella del Rione Traiano è l’umanità” ci spiega Pietro. “La cosa brutta è l’abbandono di questa umanità. Se un ragazzo di quattordici anni scende da casa, non trova niente. Davide è stato ammazzato alle due di notte. Anche noi andiamo in giro alle due di notte, ma non facciamo cose brutte. Andiamo a ballare come tutti i ragazzi”. “Il Rione Traiano per conoscerlo ci devi vivere dentro” fa eco Alessandro. “È la fama che ne fa parlare così. Se entri al Rione Traiano ti accogliamo come se fossi uno di famiglia”.

Agostino Ferrente è bravissimo a far raccontare ai ragazzi il loro mondo con i loro mezzi quotidiani. E adatta il suo cinema ai nuovi media, ma senza rinunciare a una sua idea di regia. Selfie non è un film girato con il telefonino. È il selfie, di solito immagine fissa per eccellenza, che diventa movimento. È un’immagine che di solito è solipsistica ed edonistica che qui si apre agli altri e diventa racconto del mondo. “Loro sono attori e cameramen di se stessi, io ero sempre presente” ragiona il regista. “Il regista è il primo spettatore del film con il potere di cambiarlo. Io li provocavo, facevo delle domande, e le risposte alle mie domande sono il film”. “Non è un film partecipato, in questo caso non ho dato il loro cellulare e non ho dato nessuna delega di regia, ero sempre presente, ho solo provato ad annullare il filtro dell’operatore” continua Ferrente. “Non volevo nuovi cameramen, altrimenti sarei andato nelle scuole di cinema. Volevo loro come persone, volevo che si guardassero allo specchio, che si guardassero mentre recitavano. La metafora è che vedevano cosa c’era alle spalle e non cosa c’era davanti a loro, cioè vedevano il passato e non il futuro”.

Le immagini filmate da Alessandro e Pietro sono inframmezzate da quelle, fredde e fisse, delle telecamere di sorveglianza. E da quelle di altri ragazzi che Ferrente ha incontrato al Rione Traiano. Tra queste colpiscono le parole di due ragazzine, che ammettono che potrebbero fidanzarsi e sposare un ragazzo che lavora per la malavita, e aspettarlo nel caso facesse dieci anni di galera. C’è, in loro, una sorta di disincanto e di rassegnazione per la vita a cui sono destinati molti ragazzi, e di conseguenza molte ragazze. “Le ragazze sono realistiche, disincantate” spiega Ferrente. “A quindici anni già sanno cosa le aspetta. Sanno che i ragazzi o moriranno o finiranno in carcere. Quali sono le cose più preziose che abbiamo? La vita e la libertà personale. Qui sanno che possono perderle entrambe”.

In questo scenario, dove è normale, come vediamo nel film, che bambini di dieci anni parlino con naturalezza di uno zio morto con una pallottola in testa, colpisce la scelta di Pietro e Alessandro di cercare una propria via, una vita onesta. “Il concetto di bene e male appartiene a noi che possiamo distinguere” riflette il regista. “Per scegliere tra una realtà e l’altra devi conoscerle entrambe. Se ne conosci solo una come fai a scegliere? A molti ragazzi nessuno spiega che ha un ‘alternativa, la scuola non lo fa, a Napoli la scuola ha fallito. Alessandro e Pietro hanno una grande forza di volontà, e un gran lavoro delle famiglie”. "Io penso che se una cosa on ti appartiene non la intraprendi” ragiona Pietro. “Si chiama malavita perché è una bruttissima vita”. “Abbiamo l’appoggio dei genitori dietro” conferma Alessandro. “Mia madre mi ha fatto da madre e da padre, dietro abbiamo un’educazione da parte dei genitori. Come ti crescono, così prendi la strada. Dico che non vedo il futuro, ma spero che lo vedano i miei figli”. (Maurizio Ermisino)

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