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26 giugno 2019 ore: 12:29
Società

India, difensori dei diritti delle minoranze vittime di persecuzione

Nell'India centrale chi alza la voce in favore di dalit (fuoricasta) o indigeni rischia persecuzioni o la prigione. L'ultimo episodio ha riguardato padre Stan Swamy, gesuita 83enne da tempo sotto osservazione delle autorità
Pixabay Attivisti perseguitati in India
Difendere le minoranze in India può essere rischioso. L’ultimo episodio risale a giusto un paio di settimane fa, quando padre Stan Swamy, 83 anni, si è visto 8 poliziotti entrare in casa a Ranchi, nell’India centrale, per una perquisizione. Un’azione, quella contro l’anziano gesuita, che segue a un’altra, eseguita il 18 agosto 2018. In quell’occasione, il religioso, insieme ad attivisti, scrittori e avvocati, era stato accusato, tra l’altro, di aver “manipolato innocenti e incolti cittadini” ed averli istigati a compiere atti contro la nazione.

In difesa degli ultimi

Swamy è piuttosto conosciuto per le sue battaglie a livello sociale. In particolare, ha difeso i diritti di adivasi (popoli indigeni) e dalit (i “fuoricasta” indiani), che sono stati arrestati, in molti casi senza alcun regolare processo, perché sospettati di aver sostenuto i naxaliti, i guerriglieri maoisti delle zone forestali in India centrale. Ma il ruolo del gesuita va oltre: Swamy è fondatore del Vistapan Virodhi Janvikash Andolan, una rete che mette insieme diverse entità indiane in difesa dei diritti umani e contro la cacciata di adivasi e contadini dalle terre. L’azione della polizia pare aver avuto come obiettivo quello di provare la partecipazione del religioso alle violenze registrate in occasione del 200esimo anniversario della battaglia di Bhima Koregaon di fine 2017, quando una serie di scontri si era conclusa con un morto, 30 feriti tra le forze dell’ordine e l’incarcerazione di 300 manifestanti.

Non solo Swamy

In relazione a quella stessa manifestazione, sono diversi gli attivisti accusati a vario titolo dal governo di sedizione, attività illegali, terrorismo e istigazione all’odio tra comunità. Tanto che lo scorso agosto erano stati accusati (e in alcuni casi arrestati) diversi difensori dei diritti umani, tra i quali Sudhir Dhawale, noto per difendere i dalit, l’avvocato Surendra Gadling, Rona Wilson (si batte per i detenuti), il difensore dei popoli indigeni Mahesh Raut, il professor Shoma Sen, il difensore dei diritti umani Arun Ferreira, lo studioso Vernon Gonsalves, il poeta Varavara Rao, e Sudha Bharadwaj, difensore di diritti civili.


Il commento delle ong

Molto critica su quanto sta accadendo è Meenakshi Ganguly, direttrice di Human Rights Watch per il Sudest asiatico, che ha dichiarato a Osservatorio Diritti: “È estremamente preoccupante che attivisti per i diritti umani che hanno difeso i diritti dei civili coinvolti nel conflitto maoista, che sono tra le comunità più emarginate d’India, o quanti hanno condannato le violazioni durante le operazioni di sicurezza, vengano considerati nemici dello stato”. Per la Ganguly, “le autorità sostengono che gli attivisti accusati appoggiano l’ideologia maoista, ma una direttiva della Corte Suprema specifica che il sostegno ideologico non può essere considerato un crimine”. Anche l’organizzazione irlandese Front Line Defenders si era detta preoccupata per le persecuzioni giudiziarie contro il gesuita, che ritiene essere una tattica intimidatoria messa in atto dall’esecutivo dello stato del Jharkhand.

L’articolo integrale di Maria TaverniniIndia: chi difende dalit, popolazione indigena e contadini rischia grosso, può essere letto su Osservatorio Diritti.

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