12 giugno 2019 ore: 12:00
Salute

Riduzione del danno, “la cenerentola dei servizi”

L'analisi di Sonia Bergamo, ricercatrice dell'Università Milano Bicocca. 152 i servizi, in gran parte al Nord e gestiti dal privato sociale. Nel 2017 la riduzione del danno è entrata nei Lea, ma solo il Piemonte vi ha dato seguito
Cocaina, busta aperta. Droghe

BOLOGNA – In Italia ci sono 152 servizi di riduzione del danno legato al consumo di sostanze. Sono in gran parte al Nord: nelle regioni del Sud ce ne sono 9 e Sicilia, Basilicata e Sardegna non ne hanno (Dati Cnca 2017). Sono tanti? Sono pochi? Lo abbiamo chiesto a Sonia Bergamo, la ricercatrice dell'Università Milano Bicocca che, dal 2017, si è occupata di Rogoredo, il quartiere di Milano dove “c'è la più grande piazza di spaccio del Nord Italia nota come il boschetto della droga”. Bergamo, che è al terzo anno del dottorato in Sociologia e Metodologia della ricerca sociale applicata, si occupa di consumi e dipendenze da sempre: ha lavorato per Ats Milano e per quasi otto anni al drop in di Collegno (Torino), che ospita da più di dieci anni un luogo di consumo protetto autogestito dagli stessi consumatori, esperienza unica in Italia ospitata dalla Asl To3.

“Il problema non è solo l’insufficiente quantità ma anche lo status assegnato ai servizi e alle politiche di riduzione del danno in Italia – dice –. Da noi sono considerati un po' la Cenerentola dei servizi e delle politiche per le dipendenze”. Basta pensare che anche se dal 2017 la riduzione del danno è entrata nei Lea, i Livelli essenziali di assistenza che devono essere garantiti a tutti i cittadini, a due anni di distanza è stato fatto poco o niente. “Attualmente, la riduzione del danno non è garantita come Lea, l'unica Regione ad aver approvato lo scorso aprile una delibera sul tema è il Piemonte, che ha un tradizione molto radicata e sulla riduzione del danno fa scuola”, precisa.
In molti Paesi europei, i servizi di riduzione del danno sono entrati a pieno titolo tra i quattro pilastri della lotta alla droga – spiega ancora Bergamo – ovvero la riduzione di domanda e offerta di droghe attraverso l’azione delle forze dell’ordine, la cura attraverso i servizi dedicati come i Sert, la prevenzione e la riduzione del danno. Da noi quest'ultima non ha uno status uguale agli altri tre”. I motivi sono da cercare nell'atteggiamento italiano verso l'uso di sostanze, “immaturo e impregnato di moralismo”. Gli approcci dominanti verso le dipendenze sono passati da quello morale in cui il consumatore era considerato una persona colpevole con debole volontà, a quello biomedico, “che tuttora domina in Italia e in tutto l'Occidente”, e considera la dipendenza come una malattia. “Si dovrebbe passare a un approccio più pragmatico e inclusivo, ma si fatica a farlo – spiega la ricercatrice - : non ci si dovrebbe occupare solo di prevenzione, cura e repressione ma considerare che il consumo di sostanze esiste e ci sono persone che non vogliono smettere o non possono farlo in un certo momento della loro vita”.

E qui entra in gioco la riduzione del danno il cui obiettivo è fare in modo che per i consumatori e per la società ci siano i minori danni possibili dal punto di vista economico, sociale e sanitario.
“L'approccio alla dipendenza non può fermarsi al rapporto tra individuo e sostanza ma deve prendere in considerazione il contesto circostante – continua – In Italia, purtroppo, espressioni come drug checking o stanze del consumo sono ancora spauracchi, non se ne parla. Al di fuori degli operatori di strada, questo tema è un tabù. Anche tra gli addetti”.
Sono diverse le tipologie di servizi di riduzione del danno censiti nella ricerca del Cnca: unità mobili nei contesti di consumo e spaccio, drop in ovvero spazi a bassa soglia dove si può fare una doccia e dormire e sono rivolti a un'utenza marginale, unità mobili per grandi eventi e nei luoghi del divertimento. In molti casi, si tratta di servizi gestiti da realtà del Terzo settore e privato sociale. “Il problema, ad esempio in Lombardia, sono i finanziamenti discontinui che indeboliscono questi servizi, riconfermandoli come Cenerentola – dice Bergamo – Ci sono progetti che vengono finanziati di anno in anno, che vengono chiamati sperimentali anche se vanno avanti da vent'anni, che hanno periodi scoperti e non riescono certo a pianificare azioni efficaci sul lungo periodo. La stessa unità di strada ora attiva a Rogoredo non ha orizzonti finanziari rassicuranti. È una castrazione, si è costretti a erogare un servizio senza poter avere uno sguardo più ampio”.


Come dare attuazione alla riduzione del danno come Lea? “L'ideale sarebbe farli rientrare tra quelli erogati dal Sistema sanitario nazionale, come i Sert”, dice Bergamo. L'obiettivo dei servizi di riduzione del danno non è l'astensione dall'uso di sostanze che è, invece, quello dei tradizionali servizi di cura. “L'astensione è uno sviluppo auspicabile, anche se non necessario”.
Gli operatori che si occupano di riduzione del danno incontrano le persone nei luoghi del consumo, per questo si chiamano servizi di prossimità. “Il rapporto tra operatori e consumatori è informale, l'approccio non è giudicante – spiega la ricercatrice –, perché l'obiettivo primario è impedire che le persone muoiano, evitare la trasmissione di malattie e prevenire i danni sociali”. Inoltre svolgono un ruolo di controllo sociale che va a beneficio di tutti e contengono i costi sanitari di eventuali ospedalizzazioni e terapie per malattie come epatite C o Aids, e sono uno strumento per agganciare il sommerso, che non si rivolgerebbe al Sert: “Se si instaura un rapporto tra l'operatore di prossimità e il consumatore e questo manifesta la volontà di continuare in un percorso diverso, l'operatore farà da tramite con il Sert così come lo fa con altri servizi come i dormitori, le mense, i presidi sanitari”.
Il Sert punta all'astensione dal consumo attraverso strumenti psico-educativi e, nel caso dell’eroina, con la terapia sostitutiva del metadone. “Si sostituisce una sostanza illegale con una legale, diminuendo l'acquisto tramite il mercato criminale ed evitando le crisi di astinenza. In questo senso, anche i Sert fanno riduzione del danno”. Ma gli obiettivi sono diversi: da un lato, l'astensione dal consumo, dall'altro la tutela della salute e la riaffermazione della dignità delle persone, che poi può portare all'astensione. Bergamo fa l'esempio delle borse lavoro: “Nei Sert per assegnare una borsa-lavoro si richiede alla persona di essere 'pulite' cioè non consumare per un certo periodo di tempo – spiega – anche al drop in di Collegno, per esempio, ne sono state attivate, ma con un approccio di bassa soglia, che non prevede l’astensione, ma la richiesta di controllare l’uso della sostanza lasciandola fuori dagli orari di lavoro. Sono obiettivi più bassi, ma che permettono alle persone di riappropriarsi della propria vita e ritrovare spazi durante la giornata in cui la sostanza non è protagonista. È una sorta di palestra senza la quale molti consumatori non arriverebbero mai ad accedere ad altri aiuti come le borse lavoro tradizionali”.

Approccio pragmatico/educativo contro repressione. In Italia sembra prevalere il secondo, ma con quali conseguenze? “Il risultato è il consenso elettorale, il cittadino si sente rassicurato dalla presenza delle forze dell'ordine – risponde Bergamo – In realtà, questo approccio è fallimentare perché non fa altro che spostare il problema e creare carriere criminali inserendo nel circuito penale anche chi consuma: sappiamo bene che questo non ha nessun effetto positivo, se non quello di riempire le carceri e sovraccaricare il lavoro delle forze dell’ordine”. Anche i sequestri purtroppo non hanno un effetto decisivo sul traffico di droga, “sono una goccia nel mare rispetto alla quantità di sostanze che entrano nel mercato”. Senza dimenticare che la lotta alla droga fatta con la repressione “è dispendiosa”. Un'altra conseguenza è che in Italia si continua a morire per overdose: a Bologna, ad esempio, nel 2018 sono morte 13 persone (dati Ausl) e nei primi mesi del 2019 se ne contano almeno 8. “Il primo obiettivo dei servizi di riduzione del danno è impedire che le persone muoiano – dice Bergamo - È indicibile che ancora oggi ci siano morti per overdose, una morte è il fallimento del sistema”.

Tutelare la salute dei consumatori è ciò che si fa, ad esempio, nel drop in di Collegno. “Di drop in ce ne sono tantissimi, la particolarità di Collegno è di avere una sorta di stanza del consumo autogestita con la supervisione degli operatori dell'Asl – spiega – Altre esperienze di questo tipo esistono ma sono più estemporanee e non collegate direttamente al servizio pubblico. Spesso restano sotto traccia perché in Italia le stanze del consumo si trovano in una zona legislativa grigia in base all'articolo del Testo unico sugli stupefacenti sulla detenzione di sostanze. Anche in altri Paesi esistono norme simili ma le stanze del consumo ci sono e tutelano sia la cittadinanza sia i consumatori. Lo dicono le evidenze scientifiche e quando la priorità è la tutela della salute, i cavilli legislativi si aggirano senza problemi”. (lp)

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