11 settembre 2020 ore: 12:31
Società

"Nessuno di noi vive per se stesso"

Il tema di questa liturgia potrebbe essere il rancore e la vendetta: la rabbia che si scatena e invoca il male per un torto subito
Il testo del Siracide è molto esplicito:

“Chi si vendica subirà la vendetta del Signore, il quale tiene sempre presenti i suoi peccati. Perdona l’offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati. Un uomo che resta in collera verso un altro uomo, come può chiedere la guarigione al Signore? Lui che non ha misericordia per l’uomo suo simile, come può supplicare per i propri peccati?”

Guerre civili, terrorismo, ecatombi

Eppure si amplificano climi nei quali il rancore e la vendetta prendono il sopravvento. Si pensi alle guerre civili sparse nel mondo; alle forme del terrorismo; alle ecatombe tra gruppi contrapposti.
Il sorgere del rancore e della vendetta è la chiusura dentro di sé, con nessuna considerazione di chi è accanto. Il male subito diventa una ferita che colpisce e procura dolore. La risposta immediata è procurare altrettanto dolore così che si instauri una specie di parità.
Il limite della reazione è ritrovarsi nella stessa posizione di chi ha offeso. Una parità che soddisfa l’immediato. Una risposta fondata sulla superficie dei sensi, senza che le creature umane possano appellare ad altri principi nobili.

Il risultato è che la vendetta non fa fare nessun passo verso la giustizia: rimangono i sentimenti dell’”occhio per occhio e dente per dente”, inquinando ogni buon sentimento. Il rancore ha l’effetto di promettere pace, mentre in realtà trascina nel male.
Non libera dall’angoscia ma, anche se a parti rovesciate, rende simili a chi ha offeso.
Prima che religiosamente il rancore immobilizza nella condizione “carnale” direbbe san Paolo. Più modernamente si può pensare alla reazione primordiale, quelle suggerite dall’istinto della sopravvivenza.
Il testo del Siracide ondeggia tra la sapienza umana e la dimensione religiosa: una proposta saggia, ma anche religiosa, appellando alla pochezza umana per ricorrere alla sapienza di Dio.

“Ricòrdati della fine e smetti di odiare,
della dissoluzione e della morte e resta fedele
ai comandamenti.
Ricorda i precetti e non odiare il prossimo,
l’alleanza dell’Altissimo e dimentica gli errori altrui.”

San Paolo, nella capacità di sintesi che si riscontra in alcuni passaggi delle sue lettere, si esprime chiaramente:

“Fratelli, nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore.
Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi.”

La visione cambia decisamente: l’appello è alla visione religiosa, di cui il Signore Gesù è stato non solo esemplare, ma anche parte attiva nella soluzione delle contraddizioni.

Gioia e speranza

La parabola del Vangelo di Matteo è ben conosciuta: un re rimette un grande debito a un suo suddito e quest’ultimo che, a sua volta, è creditore nei confronti di un suo amico per una piccola somma, non riesce a perdonare.
Da cui la conclusione molto netta: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello”.

E’ un appello alle capacità razionali e religiose degli uomini e delle donne. Razionali perché nessuno può essere sicuro di non aver procurato dolore a terzi; religiose perché il cristianesimo indica la convivenza umana come fratellanza.
Al culmine della fratellanza c’è un unico Dio, indicato da Cristo, come Padre e come tale benevolo, paziente, disposto al perdono.

Tra i molti testi della Scrittura si possono citare i versetti del capitolo 13 della Lettera ai Corinti:

“La carità è magnanima, benevola è la carità;
non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d'orgoglio, 
non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse,
non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 
non gode dell'ingiustizia ma si rallegra della verità. 
Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.
La carità non avrà mai fine.” (1 Cor 13, 4-8)

Un’immensa visione di gioia e di speranza!


13 Settembre 2020 – Anno A
XXIV Domenica Tempo ordinario
(1ª lett.: Sir 27, 33 – 28, 9  - 2ª lett.: Rm 14,7-9 – Vangelo: Mt 18,21-35)