25 settembre 2020 ore: 23:08
Società

Accudimento, positività e propositività: “miracoli” del voler bene

Sono due i sentimenti che la liturgia oggi ci suggerisce. La prima è per la radice dell’atteggiamento fondamentale del cristianesimo: può essere riassunta nelle parole amore, compassione, pietà. La seconda indicazione richiama la coerenza: l’attenzione ad una religiosità coerente e non già precettistica e formale
Tutti i cristiani sanno bene che il comandamento nuovo del cristianesimo è riassunto nell’amore di Dio e del prossimo. Il Vangelo di Marco ricorda:

«Uno degli scribi […] si avvicinò e gli domandò: «Qual è il più importante di tutti i comandamenti?» Gesù rispose: Il primo è: "Ascolta, Israele: Il Signore, nostro Dio, è l'unico Signore. Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l'anima tua, con tutta la mente tua, e con tutta la forza tua". Il secondo è questo: "Ama il tuo prossimo come te stesso". Non c'è nessun altro comandamento maggiore di questi». Lo scriba gli disse: «Bene, Maestro! Tu hai detto secondo verità, che vi è un solo Dio e che all'infuori di lui non ce n'è alcun altro; e che amarlo con tutto il cuore, con tutto l'intelletto, con tutta la forza, e amare il prossimo come se stesso, è molto più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Gesù, vedendo che aveva risposto con intelligenza, gli disse: «Tu non sei lontano dal regno di Dio». (Mc12, 28-34)

La grandezza e la persistenza del cristianesimo nel mondo è da ritrovarsi in questa indicazione che imposta le relazioni con Dio e con il prossimo in termini di compassione e di pietà.
E’ un atteggiamento che supera le dimensioni solo intellettuali ed emotive delle persone: l’amore e la compassione disegna una convivenza che non esclude nessuno: nei confronti dell’autorità superiore (Dio) degli altri, ma anche di se stessi.
Come se d’incanto si sognasse un mondo tollerante, rispettoso, premuroso e vicino. Ciò che ognuno desidera per sé ed è per questo accettato. Non è soltanto un precetto verso l’esterno, ma parte da se stessi e si espande ai propri simili e, andando oltre, verso Dio. Questa tolleranza va oltre i propri simili, ma coinvolge quanto e quanti rendono possibile una convivenza armoniosa e felice.

Per questo l’amore di cui parla il cristianesimo non è soltanto intraumano, ma si allarga all’ambiente, agli animali, a tutto l’universo, in una visione che combatte e corregge gli istinti di solo sopravvivenza, nella lotta per la vita.

Il passaggio a questa visione interpreta la concezione stessa della vita, perché richiama una convivenza degna di essere vissuta. Non è soltanto donazione, ma anche sicurezza per sé, per il mondo circostante, per ogni creatura vivente e presente sulla terra.
La lettera agli Efesini lega questa indicazione alla vita di Cristo. Non è soltanto indicazione umana ma, riferita a Cristo, diventa divina.
«Ciascuno non cerchi l'interesse proprio, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l'essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall'aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre».

E’ l’atto supremo di donazione. In Cristo è sacrificio fino alla croce, richiamando le infinite donazioni umane: in famiglia, nelle missioni cristiane nel mondo, nella vita religiosa, negli impegni di lavoro, nell’attenzione alle cose comuni e pubbliche.

La storia e la vita quotidiana è piena di un’infinità di atti donativi.
Proprio alla condotta pratica della vita si richiama la parabola di oggi dei due figli, di cui il primo dice di voler obbedire, ma non lo fa, mentre il secondo, pur affermando di non voler obbedire, alla fine risulta coerente. E’ un richiamo evidente ed esplicito alla serietà dei comportamenti.
Il Vangelo di Matteo ha un passaggio illuminante: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità. Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia». (Mt 7, 21-24)

La tentazione di trasformare la religiosità in formalismo è sempre in agguato. Con un duplice rischio: di ritagliarsi per sé un proprio Dio e di limitarsi semplicemente alle esteriorità delle pratiche. Un modo, tutto sommato, non troppo impegnativo.
Per scongiurare simili rischi è bene concentrarsi sul voler bene. Con tale sentimento seguono le azioni conseguenti. Chi vuol bene è attento, premuroso, rispettoso, disposto al perdono. Ha il vantaggio di guardare la vita e il futuro in dimensione positiva e propositiva.
Non si chiude in sé e non si piange addosso. Cerca soluzioni, spera nel bene; alla fin fine è operatore del miracolo. Non quello eccezionale, fuor di natura, ma il miracolo dell’accudimento e della positività che cambia la propria e l’altrui vita. In questa visione è presente Dio perché soltanto lui è la perfezione. Il salmo 24 lo canta esplicitamente.

«Ricòrdati, Signore, della tua misericordia
e del tuo amore, che è da sempre.
I peccati della mia giovinezza
e le mie ribellioni, non li ricordare:
ricòrdati di me nella tua misericordia,
per la tua bontà, Signore».


27 Settembre 2020 - ANNO A
XXVI DOMENICA TEMPO ORDINARIO
(1 lett. Ez 18,25-280 - 2 lett. Fil 2,1-11- Vangelo Mt 21,28-32)