12 febbraio 2021 ore: 21:07
Società

Ammirazione e gratitudine verso chi si offre per salvare chi è malato

Il tema di questa domenica può essere indicato nella segregazione. Sia la prima lettura che il Vangelo si occupano di persone affette da lebbra. Una malattia contagiosa e invalidante
Nell’antichità era molto temuta, perché non aveva rimedi naturali, né medicine. L’unica risposta era la segregazione che durava tutta la vita, salvo la guarigione che doveva essere certificata. Alla malattia era aggregata anche l’impurità, condizione che non permetteva nessun contatto fisico, perché induceva impurità al destinatario.

Le leggi del Levitico erano severe: suggerivano la prassi dettagliata di come si scopriva la malattia, di come doveva essere vissuta; all’eventuale guarigione seguiva  la purificazione. Il disprezzo era avvalorato dalla paura che la lebbra procurava deturpando la pelle, fino alla caduta di mani, piedi …

Celebre il passaggio della vita di san Francesco che, a imitazione di Gesù, incontra il lebbroso e lo bacia. E’ la conferma della conversione del santo di Assisi.

Fortunatamente l’origine della male è stato scoperto, dovuto a un micobatterio. Anche nella storia europea la segregazione è stata l’unica arma di difesa contro l’epidemia: nella stessa Italia poco recentemente sono stati chiusi i lebbrosari: strutture dove erano ricoverate persone affette da lebbra.

Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò

Il gesto di Gesù con il lebbroso offre la risposta contro la segregazione.

Prima di tutto ascolta il lebbroso che si rivolge a lui per essere guarito. Ne ha compassione, gli porge la mano e lo tocca.

In un solo gesto cancella ogni forma di paura e di allontanamento. Al di là del miracolo il comportamento del Signore ignora le proibizioni della Scrittura; non ha paura della malattia, ma interviene per la guarigione.

Il miracolo suggerisce il comportamento accogliente di un gravissimo rischio, quale il contagio della malattia. Non è così scontato che non esistano, anche oggi, forme di segregazione, anche se più raffinate e meno repellenti.

Si pensi alla malattia psichiatrica che incute terrore perché la si associa alla violenza o alla pandemia che si associa all’infezione.

Occorre molto coraggio nell’affrontare un male che può essere trasmesso: è l’impegno di molti operatori sanitari che oggi curano le persone con il rischio di essere infettate.

La molla che permette di agire è proprio la compassione: l’essere capaci di stare a fianco di chi soffre per portare salute.

E’ l’unica molla che alimenta l’impegno quando il male, sia fisico che morale, ha particolare aggressività.

E’ molto più facile voltarsi dall’altra parte, oppure tenersi lontano a tutela della propria salute.

I drammi di chi è morto per aver aiutato molte persone è di una rilevanza alta sia umanamente che religiosamente. I morti per il coronavirus in questi ultimi mesi sono stati molti, sicuramente troppi. Tra le persone scomparse meritano grande ammirazione e gratitudine quanti, liberamente, si sono offerti per salvare chi era ammalato.

Possono essere dichiarati martiri anche se molti hanno solamente dichiarato di ottemperare ad impegni professionali. A un martirio “laico” si potrebbe pensare, ma pur sempre martirio, suggerito da coscienze rette e generose, che hanno vinto paure ed egoismi.

La speranza è che non si dimentichi chi ha operato secondo lo spirito evangelico.

 

6 Gennaio 2019 – Anno B

VI Domenica Tempo ordinario

(1ª lettura: Lv 13,1-2.45-46 - 2ª lettura: Ef 3,2-3a.5-6 – Vangelo: Mt 2,1-12)