1 maggio 2020 ore: 20:09
Società

L’impegno è nel far prevalere gli slanci dello spirito

In questa domenica la figura preminente è quella del pastore. Fuor di parabola è la guida del popolo cristiano. Una parabola molto conosciuta nelle storia biblica, ripresa dal profeta Ezechiele (capitolo 34). Il profeta fa riferimento al re David, anche se allarga l’orizzonte al futuro Messia
Gli israeliti erano sostanzialmente un insieme di tribù che sopravvivevano con la pastorizia, con l’agricoltura e, al nord del paese, con la pesca.
L’immagine del pastore era dunque una parabola comprensibile da parte degli ascoltatori di Gesù, anche se l’evangelista Giovanni fa seguire alla parabola una spiegazione per i discepoli.
Lo schema è semplice. Di fronte al vero pastore, chiamato buon Pastore, si contrappongono delle guide non attendibili: sono ladri, estranei e mercenari. Costoro non portano del bene a quanti sono loro affidati. Al mercenario non interessa la salvezza di chi presume di guidare; così il ladro che rapisce e vende e l’estraneo che non avverte nemmeno i pericoli.
La vera guida del popolo ha invece una intimità tra l’essere guida con quanti ne fanno parte.
In quale direzione cammina il popolo del Signore? La risposta, fuori della parabola, è verso Dio (chiamato più volte dall’evangelista Padre).
Si chiude così il senso della parabola. Chi è guida della comunità deve rapportarsi al comportamento del Signore guidato da Dio Padre: voler bene al proprio popolo; non essere indifferenti o peggio ancora mercenari o addirittura ladri, approfittando del suo incarico.
Gesù è il riferimento di ogni autorità, senza dimenticare che l’esistenza della guida può esistere se è in comunione con il proprio popolo. Sant’Agostino approfondirà questa visione quando ricorda in occasione della sua ordinazione episcopale: “Mi consola il fatto di essere con voi. Per voi sono vescovo, con voi sono cristiano. Quel nome è segno dell’incarico ricevuto, questo della grazia”. (Disc. 340,1)

Impegni della Chiesa

Lo scopo di ogni popolo cristiano con la propria guida è raggiungere la salvezza nell’incontro con Dio.
La spiritualità è l’unica fonte di ogni mansione nella Chiesa. Nel proseguo del brano di Giovanni seguono chiaramente le indicazioni: “17Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. 18Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio» (Gv 10, 17-18).
In parole forti e difficili, il Signore traccia la strada della sua missione. E’ una missione esclusivamente religiosa.
Sono dunque necessarie tre virtù che fanno della guida nella Chiesa le matrici di ogni buon governo:

  • l’onore a Dio
  • l’umiltà
  • la dedizione totale.

Se all’esterno la Chiesa sembra un’organizzazione religiosa che ha scopi benefici, in realtà la missione è molto più alta.
E’ lo strumento, per mezzo del quale, si dialoga con Dio, per conoscerlo e adeguarsi a ciò che egli è.
Un percorso che spesso viene chiamato di santità. Se l’organizzazione ecclesiastica ha delle dimensioni anche esterne (organizzazione, linguaggi, risorse) in realtà può esistere se e come tiene alta e continua a perseguire il motivo del suo esistere.

Il Concilio Vaticano II, nella Costituzione Lumen gentium ( n. 8) ricorda: “Così anche la Chiesa, quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per cercare la gloria terrena, bensì per diffondere, anche col suo esempio, l'umiltà e l'abnegazione. Come Cristo infatti è stato inviato dal Padre «ad annunciare la buona novella ai poveri, a guarire quei che hanno il cuore contrito» (Lc 4,18), «a cercare e salvare ciò che era perduto» (Lc 19,10), così pure la Chiesa circonda d'affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l'immagine del suo fondatore, povero e sofferente, si fa premura di sollevarne la indigenza e in loro cerca di servire il Cristo.” 
L’abnegazione e l’umiltà derivano dalla consapevolezza che la missione affidata a tutto il popolo di Dio e soprattutto alle sue guide è talmente degna di attenzione che solo con la coscienza di essere inadeguati e con lo sforzo di essere coerenti, può dirsi significativa. Ricorda sempre la Lumen gentium che “l'assemblea visibile e la comunità spirituale, la Chiesa terrestre e la Chiesa arricchita di beni celesti, non si devono considerare come due cose diverse; esse formano piuttosto una sola complessa realtà risultante di un duplice elemento, umano e divino” (n.8) 
E’ il dramma, ma anche la ricchezza di unificazione della dimensione umana, composta di elementi fisici e spirituali, di corpo e di anima, in un’unità che tende verso l’infinito di Dio.
Così nell’organizzazione religiosa i due elementi si riaffacciano: il problema vero è che la dimensione umana (apparenze, poteri, capacità) non sovrastino la sfera spirituale che è l’elemento fondante dell’esistenza ecclesiale.
La storia della Chiesa rivela i due volti della sua composizione umana e divina. Da una parte periodi bui e peccaminosi, dall’altra grandi slanci di santità e di eroismi.
Ciò non deve meravigliare. Gli scandali si manifestano quando si dimenticano le finalità per cui esiste la religione, compensati da virtù eroiche che dimostrano la fedeltà al Vangelo, fino all’offerta della propria vita.
Se questa duplicità è vera per la Chiesa, lo è pure per ogni cristiano. La vita di ogni fedele è intessuta di errori e di virtù. L’impegno consiste nel far prevalere gli slanci dello spirito sulle debolezze fisiche.

3 Maggio 2020 – Anno A
IV Domenica di Pasqua        
(1ª lett.: At 2, 14a.36-41 - 2ª lett.: 1 Pt 2, 20b-25 – Vangelo: Gv 10, 1-10)