11 marzo 2021 ore: 15:55
Società

Lo sguardo universale è scomparso dai nostri orizzonti

In questa quarta domenica di Quaresima viene richiamata la grande tragedia della deportazione del popolo ebraico a Babilonia, ad opera di Nabucodosor
Era il 597. La deportazione riguardava i militari e tutte le persone che avessero una qualche funzione pubblica (famiglia regale, quadri statali, militari, religiosi ed economici) per facilitarne l'asservimento e sradicarne l'identità nazionale. Nel 587 il re Sedecia si ribellò ai babilonesi. Gerusalemme venne nuovamente conquistata, il tempio di Gerusalemme cessò il suo servizio, le mura vennero demolite ed ebbe fine la dinastia davidica. Nel 582-581 si è avuta una terza deportazione. La possibilità del ritorno si attuò nel 538, quando Ciro re dei Persiani conquistò Babilonia e permise a tutti i deportati di tornare alle loro terre di origine.

Là sedevamo e piangevamo

La grande tragedia è ricordata dai profeti, come giusta punizione per l’allontanamento dalla fede religiosa.

Piene di tenerezza sono le parole del Salmo:

«Lungo i fiumi di Babilonia,
là sedevamo e piangevamo
ricordandoci di Sion.
Ai salici di quella terra
appendemmo le nostre cetre.

Perché là ci chiedevano parole di canto
coloro che ci avevano deportato,
allegre canzoni, i nostri oppressori:
«Cantateci canti di Sion!».

Come cantare i canti del Signore
in terra straniera?
Se mi dimentico di te, Gerusalemme,
si dimentichi di me la mia destra..

Mi si attacchi la lingua al palato
se lascio cadere il tuo ricordo,
se non innalzo Gerusalemme
al di sopra di ogni mia gioia».

Si esprime la tristezza di essere deportati ed è sottolineata la volontà di non perdere la propria identità. Vicende che si ripeteranno nella storia per il popolo ebraico, spesso peregrino nel mondo e addirittura rinchiuso in veri e propri ghetti.
E’ la manifestazione del male che arriva a coinvolgere interi popoli. Da qui l’esortazione di San Paolo che, nella lettera agli Efesini, ricorda la missione di Cristo venuto a salvare il mondo intero dal peccato e dalla morte.

La luce è venuta nel mondo

Il dialogo di Gesù con Nicodemo può essere interpretato in termini ampi, oltre che in termini personali.
La venuta di Cristo per salvare il mondo è da leggere con uno sguardo mondiale. Le tragedie umane di terre e popolazioni in guerra, in carestia, in occupazioni e in dittature riguardano milioni di persone.
L’attenzione occidentale è sempre più rinchiusa nella propria felicità. Nonostante il mondo sia diventato globalizzato, lo sguardo complessivo universale è scomparso dai nostri orizzonti. Lo rileviamo nella comunicazione, nella manifattura di prodotti, nel commercio, ma la visione delle condizioni di vita dell’umanità è sempre più rara.
Se, nel passato, era vivo il sentimento della solidarietà, con aiuti personali e collettivi, oggi l’indifferenza è diventata comune.
Ci occupiamo di mondo solo perché rapportato alla nostra dimensione, con gli effetti diretti alla vita di paesi sviluppati. Così per il cibo, per l’ambiente, per la guerra dell’acqua.
Solo Papa Francesco non ha perduto la dimensione universale, interpretando correttamente il Vangelo. Le sue lettere, encicliche hanno sempre lo sguardo rivolto a tutto il mondo.
La pace che invoca ha le radici nel messaggio di Cristo, venuto per “salvare il mondo”.
L’essere missionari, nel senso pieno del termine, non è un’opzione, ma parte integrante della vocazione cristiana.
Avvolti nell’inseguimento del benessere siamo dimentichi di chi è accanto, inseguendo con invidia chi sta meglio di noi.
I continenti fanno parte integrante della comunità umana: la visione cristiana, proprio in rapporto al comune Padre e alla salvezza operata da Cristo, ha il valore di una grazia universale. La risposta individuale deve mantenere lo sguardo della fratellanza, nel progetto di salvezza per tutti promesso e realizzato da Cristo.


14 Marzo 2021 – Anno B
IV Domenica di Quaresima
1ª Lett.: 2Cr 36,14-16.19-23 - 2ª Lett.: Ef 2,4-10 – Vangelo:  Gv 3,14-21)