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9 agosto 2019 ore: 19:11
Società

La fede: "fondamento di ciò che si spera"

Il cuore di questa liturgia è la definizione della fede che la Lettera agli Ebrei scandisce all’inizio del brano: “fondamento di ciò che si spera, prova di ciò che non si vede. E’ una definizione che sembra astratta; in realtà, a ben riflettere, definisce correttamente  la fede

La fede nasce da una speranza verso le cose grandi e nobili; offre la certezza di ciò che non si sperimenta. E’ una fiducia, un affidarsi: il problema serio è da dove e da chi nasce la fede: chi, in altre parole, la garantisce.

La prima lettura è un brano che racconta il classico rapporto che il popolo ebraico ha con Dio. IL popolo è stato obbediente, Dio risponde con la benedizione. Un modo primitivo di interpretare la relazione con Dio. 

Si introduce il concetto di scambio: sono fedele e obbediente; tu Dio mi ricompensi con le benedizioni. Il problema (si pensi al Libro di Giobbe) a chi, pur essendo credente e obbediente viene colpito dal male.

Infine il Vangelo, esorta a una vita che ha a cuore i fondamenti del futuro. Domenica scorsa il Libro del Qoelet ha insistito nel dire che tutto è vanità: il Vangelo esorta a seguire la via evangelica, la quale libera da tutte gli impicci della vita quotiana e offre un futuro che è degno di essere vissuto perché una grande visione dei cieli.

 

Avevano prestato fedeltà

 

Anche nel libro sapienziale ritorna il concetto di patto e di alleanza: se il popolo rimare fedele a Dio sarà protetto e benedetto; i nemici saranno sconfitti. E’ uno dei temi base della scrittura prima di Gesù.

Un rapporto di fiducia reciproca tra Dio e il popolo che si materializza nello scambio del bene del male.

Un’idea primitiva della fede, in quanto si materializza nella reciprocità del bene e del male. Un vincolo che è stato utile alle origine della religione ebraica, perché ha permesso l’idea di un Dio unico e generoso; anche paziente e pieno di misericordia.

Una concezione della fede che è rimasta tale, anche con l’avvento del cristianesimo. Se si è buoni ed onesti, Dio non può che benedire.

Il dramma è il sorgere del male anche per chi è fedele e pieno di fede. Le risposte non sono facili e soprattutto non sono a buon mercato.

 

Il salmo canta la relazione di fiducia tra Dio e il suo popolo

 

“Esultate, o giusti, nel Signore;

per gli uomini retti è bella la lode.

Beata la nazione che ha il Signore come Dio,

il popolo che egli ha scelto come sua eredità.

 

Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme,

su chi spera nel suo amore,

per liberarlo dalla morte

e nutrirlo in tempo di fame.

 

L’anima nostra attende il Signore:

egli è nostro aiuto e nostro scudo.

Su di noi sia il tuo amore, Signore,

come da te noi speriamo.

 

Speranza e verità

 

Nel brano della Lettera agli Ebrei l’autore – gli esperti non sono riusciti a definire chi sia – affronta il problema della fede e suggerisce una soluzione che oltrepassa le considerazioni umane, per accedere direttamente alla visione di Dio.

Si riferisce a personaggi della storia del popolo ebraico per dimostrare che non tutti avevano ottenuto ciò che aspettavano. 

Continua: “Nella fede morirono tutti costoro, senza aver ottenuto i beni promessi, ma li videro e li salutarono solo da lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sulla terra. Chi parla così, mostra di essere alla ricerca di una patria. Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto la possibilità di ritornarvi; ora invece essi aspirano a una patria migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non si vergogna di essere chiamato loro Dio. Ha preparato infatti per loro una città.”

L’indicazione è chiara: la fede diventerà realtà solo alla fine dei tempi: “nel cielo” dove sarà rivelata la volontà di Dio.

E’ un passaggio difficile che va la cuore del significato della fede. Un grande sforzo per non giudicare le cose che succedono per affidarsi alla volontà divina che “tutto vede e provvede”.

D’altronde non è possibile gestire il presente della vita perché non si conoscono tempi e modi del futuro. La condizione umana lascia libertà in un cerchio largo a sufficienza per non essere compreso del tutto, ma con l’esclusione del futuro che non è nelle mani umane. 

 

Non temere piccolo gregge

 

Il brano del Vangelo sembra rispondere alle domande inquietanti del futuro della vita. Con una caratteristica: che il Signore indica la strada pratica. Una strada che prevede l’abbandono di tutti i dettagli che impediscono una visione trascendente: “fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.”

La parabola raccontata se indica i rischi dell’impreparazione, suggerisce la meta finale: “Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!”

 

11 Agosto 2019  – Anno C

DOMENICA XIX DEL TEMPO ORDINARIO

(1a Lettura: Sap 18, 6-9  – 2a Lettura: Eb 11, 1-2.8-19 - Vangelo Lc 12, 32-8)