8 aprile 2021 ore: 12:28
Società

La fede e la sua conseguenza nella vita reale delle persone

In questa prima domenica dopo Pasqua la liturgia passa a descrivere la vita di quanti hanno creduto nel Signore
La prima scena è quella delle prime comunità che si radunano con grande fede e grande fervore. La seconda pone l’attenzione su che cosa significa credere nel Signore; infine il Vangelo prevede che qualcuno possa avere dubbi e cerchi le certezze per avere una fede vera.

Un cuor solo e un’anima sola

Le prime comunità cristiane sono coese: sono costituite da poche persone, guardate con ostilità sia dal mondo ebraico che dal mondo pagano. Erano descritte come appartenenti a una setta. Si radunavano nelle case, celebravano la cena e si aiutavano l’un l’altro. Addirittura erano arrivati a condividere le proprietà. Un fenomeno che non si ripeterà più nella storia della Chiesa, eccetto che per i religiosi: «Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno».

Condividere tutto significava aver talmente fiducia dell’altro che solo una fede comune poteva renderli sicuri di quanto facevano.
Radunarsi per condividere i beni presupponeva una comune dottrina, un’organizzazione voluta e riconosciuta dai componenti; una forza notevole per affrontare i “nemici”. Ma già le Lettere di san Paolo accennano ai problemi sorti all’interno delle prime comunità. Nella prima generazione i riferimenti erano gli Apostoli, testimoni indiscussi della fedeltà al Maestro. Con il trascorrere degli anni saranno gli anziani coloro che dirigeranno le comunità, fino ad arrivare all’individuazione di un “Vescovo”, quale autorità che dirige la comunità. A loro volta, nel tempo i Vescovi si raduneranno tra loro per comporre i “concili”, si faranno aiutare dai presbiteri, per affrontare i problemi importanti delle comunità.

I suoi comandamenti non sono gravosi

In termini dottrinali la Lettera di San Giovanni offre un’indicazione preziosa, quasi ad essere esclusiva. Il centro della fede è l’amore di Dio; amare Dio significa osservare i suoi comandamenti; essi non sono gravosi.
La direzione indicata da San Giovanni insiste molto nel modo di manifestare la fede. Prima di tutto, riprendendo le parole del Maestro, con la sua regola d’oro «Ama Dio e ama il prossimo» insistendo poi nel ricordare che il cristianesimo non è una dottrina, ma un modo di agire che deriva dalle convinzioni della fede, ma le cui manifestazioni insistono nei comportamenti concreti.
Già dai primi secoli inizia il rischio della spaccatura tra la dottrina e la prassi. L’influenza della tradizione ebraica e della filosofia greca e poi romana insistono sulla «verità», affidando a piccoli gruppi (monaci, eremiti, religiosi) l’indicazione dei comportamenti della vita concreta.
Il rischio evidente è quello di razionalismo: molte domande speculative sulla fede, una troppa libertà sul modo di vivere e di agire.
E’ la condizione in cui versa la Chiesa oggi. Con l’affermarsi della speculazione che pone al centro dell’attenzione le convinzioni personali, i comportamenti reali della vita sono lasciati alle decisioni individuali. Ciò ha creato l’eccesso delle domande, a svantaggio delle prassi.
Il Vangelo stenta ad essere accettato per le sue conseguenze nella vita reale delle persone, a vantaggio di tutta la riflessione che si affanna a chiedersi chi è Dio, chi era Cristo, chi è la Chiesa.
I comportamenti cristiani, nella loro radicalità, sono diventati secondari, permettendo che le disuguaglianze, le ingiustizie convivessero con l’appartenenza al cristianesimo. Un danno enorme perché il riconoscimento dell’essere seguaci di Cristo non si intravvede più nel modo di agire, ma semplicemente, nel modo di ragionare.
Una contraddizione che Papa Bergoglio ricorda ogni momento: né tutti sono disposti ad ascoltarlo perché arriva alla radice dell’appartenenza religiosa. Non si può predicare la creazione, la figliolanza divina, il proselitismo evangelico dimenticando che il cristianesimo è una guida alla vita conseguente alla dottrina.

Beati quelli che hanno creduto

L’episodio di Tommaso che non crede alla risurrezione di Cristo è l’esempio di quanti nutrono molti dubbi sulla presenza di Gesù nella vita di tutti i giorni.
Probabilmente non sono solo i dubbi razionali che impediscono di accettare il Vangelo, quanto piuttosto le indicazioni per la vita che sono suggerite dal cristianesimo.
C’è sicuramente una connessione tra fede razionale e comportamenti conseguenti: è giunto il momento di insistere di più sul modo di vivere che sul modo di pensare.
L’impegno evangelico, in questo caso, diventa più stringente e anche più veritiero. Le idee, le parole, le convinzioni se non si traducono in azioni, lasciano il tempo che trovano: discussioni infinite e, alla fin fine, ininfluenti perché non incidono nella vita reale.
Una riflessione utile nei nostri giorni, sommersi da tendenze vitali spesso solo apparentemente religiose.


11 Aprile 2021 – Anno B
II Domenica di Pasqua
(1ª lett.: At 4,32-35  - 2ª lett.: 1Gv 5,1-6; Vangelo: Gv 20,19-31)