6 marzo 2020 ore: 14:12
Società

La speranza e la promessa di riuscita, sorregge l’iniziativa

In questa seconda domenica di Quaresima il tema, affrontato dalle tre Letture, è il viaggio verso la fede. In realtà si tratta di un inizio di viaggio e il raggiungimento di una meta

Nella prima lettura è descritto, dal libro della Genesi, l’invito ad Abramo a cercare la terra dove abiterà il suo popolo.
Non c’è indicazione del luogo, ma la benedizione di Dio accompagnerà Abramo verso una “terra promessa”.
Molti Libri del Vecchio Testamento raccontano le vicende della storia di Israele, collocandole sempre e comunque sotto la “volontà” di Dio: anche episodi che umanamente lasciano perplessi: conquiste, guerre, esili, distruzioni.
Ma è l’approccio caratteristico della narrazione veterotestamentaria. Tutto avviene per volontà del Signore per rispondere alla promessa della “terra”.
Il Salmo 32 è l’espressione autentica di una fede radicata nella vita concreta di un popolo che si ritiene “benedetto” a tal punto da sottoscrivere un’alleanza con Dio stesso.

«Retta è la parola del Signore
e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto;
dell’amore del Signore è piena la terra.

Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme,
su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte
e nutrirlo in tempo di fame.

L’anima nostra attende il Signore:
egli è nostro aiuto e nostro scudo.
Su di noi sia il tuo amore, Signore,
come da te noi speriamo».

Una fede profonda e autentica che ispirerà oltre la condotta morale, anche gesti di vita quotidiana. Tutta la storia di Israele sarà intrecciata con la visione di Dio: sia direttamente, ma soprattutto per mezzo dell’opera dei profeti e della fedeltà alla legge. Il patto dell’alleanza lega il popolo al suo Dio nel raggiungimento di una pace che questo piccolo popolo otterrà.

Verso la patria
Il testo della Genesi «Vàttene dalla tua terra/dalla tua parentela/e dalla casa di tuo padre/verso la terra che io ti indicherò./ Farò di te una grande nazione/e ti benedirò, renderò grande il tuo nome/e possa tu essere una benedizione» è spesso citato come l’inizio del percorso di ogni popolo. Può essere interpretato come spinta nei confronti di tutta la socialità umana. C’è sempre un inizio il cui futuro non è chiaro, né sicuro, ma la speranza e la promessa di riuscita sorregge l’iniziativa.
Può dunque essere interpretato, nella storia dell’umanità, come l’inizio di ogni identità di nazione. Nella storia che conosciamo c’è sempre qualcuno che coraggiosamente si attiva per l’ideale di popolo. E’ la spinta che le comunità sentono per avere una propria identità. Quando l’identità sarà sufficientemente matura, produrrà costumi, idiomi, tradizioni:  in altre parole, la nazione.
A questa prima fase seguirà la spinta per aggregarsi tra popoli, avendo in comune finalità che rendono più sicure le condizioni di vita delle comunità. Sono le vicende che accompagnano luoghi e tempi della storia.
Nelle vicende di Israele c’è un limite. L’appartenenza a Israele è esclusiva: non c’è la dispersione nei condizionamenti dei vicini. Da qui una fortissima identità, ma anche la chiusura all’umanità. Sarà il cristianesimo che romperà questi vincoli non per azzerare l’appartenenza, ma per allargare a tutta l’umanità i principi della convivenza collaboratrice e pacifica.

Ascoltatelo

Il cuore dell’episodio della trasfigurazione è nelle parole pronunciate dall’alto: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». Si tratta di comprendere chi è effettivamente Gesù. Non tutti sono convinti; anche i tre (Pietro, Giacomo e Giovanni) infatti sono impauriti. Il Cristo è veramente il Messia che ha rivelato il volto di Dio. La sua missione è in continuità con la legge (Mosé) e i Profeti (Elia). Ma ne è anche il superamento.
La sua missione non è un trionfo, ma passerà attraverso l’umiliazione, la passione, la morte. Cristo ha portato salvezza e non è venuto per risolvere i problemi che affliggono la sua Palestina. Molti attendevano il liberatore. La visione di Cristo è il rapporto diretto con la propria condizione di fronte a Dio, nella dimensione della salvezza dell’anima.

E’ quanto, nel breve brano della seconda Lettera a Timoteo, San Paolo esprime:

«Figlio mio, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo. Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia. Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo.»
Nella storia del cristianesimo ci sono stati momenti nei quali la tentazione che il regno dovesse coincidere con la professione di fede (sacro romano impero) è stata vissuta. Fortunatamente la storia ha fatto comprendere come quell’impostazione fosse limitata e non propriamente cristiana.

Gesù indica, senza ombra di dubbio, che la sua missione è la relazione diretta con Dio e non una “soluzione” alle vicende umane riguardanti i popoli. La dottrina sociale della Chiesa interverrà a indicare direttive e metodi di rapporto tra le nazioni, senza ricadere più nella tentazione di creare un regno cristiano universale. La questione del regno rappresentava l’aspirazione di Israele; Cristo ha suggerito altri orizzonti.


8 Marzo 2020 – Anno A
II Domenica di Quaresima    
(1ª lett.: Gn 12, 1-4a - 2ª lett.: 2 Tm 1, 8b-10  – Vangelo: Mt 4, 1-11)