20 novembre 2020 ore: 11:46
Società

Un disegno che cura la grandezza delle creature tutte

Oggi la liturgia conclude l’anno liturgico. Un anno speciale, contraddistinto dall’esplosione di una pandemia che ha ucciso troppe persone nel mondo
Ad una prima reazione di solidarietà, nella seconda ondata è subentrato un cinismo che da una parte nega l’evidenza della malattia, dall’altra non se ne dà pensiero. Le ultime vittime del virus sono diventati numeri, anonime foglie cadute nel vento.


L’attenzione a tutti

La prima lettura riporta alla funzione di Dio-pastore che cura il proprio gregge, non dimenticando nessuno: “Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all'ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia.”
Un chiaro esempio di amorevolezza verso tutti, soprattutto per chi è in difficoltà. La particolarità è l’universalismo della premura di chi vuole bene: un Dio che non dimentica nessuno, ma ha chiamato tutti all’esistenza serena e felice.
Una felicità che è donata – il brano del Vangelo lo spiegherà meglio – per ogni aspetto della vita, sia materiale che spirituale.
Un disegno che cura la grandezza delle creature tutte; non solo per gli esseri umani, ma per ogni creatura vivente, considerata la complementarietà della terra con la vita degli uomini.
Una visione così ampia che offre a ogni creatura la possibilità di sentirsi realizzato. E’ il richiamo forte dell’ultima Enciclica di Papa Bergoglio Fratelli tutti.

La visione divina

Il brano del Vangelo di Matteo è stato sottoposto a molte riflessioni. Ne ricordiamo due particolarmente interessanti.
La prima dice che si tratta di una parabola, come ce ne sono moltissime, raccontate dai Vangeli. L’altra invece insiste nella verità delle indicazioni riportate, anche se usa un linguaggio così articolato da far apparire lo scritto come un’esortazione. E’ da scegliere la seconda interpretazione.

Le parole di Gesù, fin dall’inizio sono state attente alla cura di ogni creatura, a partire dai più svantaggiati. Basta riflettere sulle beatitudini e sulle antitesi che lo stesso Vangelo di Matteo riporta ai capitoli cinque, sei e sette del suo Vangelo.
Quel beati rivolto ai poveri, miti, misericordiosi, costruttori di pace non sono parabole, sono proposte chiare in vita del regno. Indicazioni rafforzate con le parole “Vi è stato detto ma io vi dico”.
Le opere stesse del Salvatore sono una dimostrazione evidente del suo intendere e affrontare le vicende che ha vissuto. Non ha respinto nessuno, non facendo distinzione tra chi aveva fede e chi no, ma rispondendo con generosità a chi gli chiedeva aiuto. Dei dieci lebbrosi uno solo tornerà a ringraziarlo. Non disdegna di frequentare peccatori, donne e bambini.
Ma soprattutto la sua morte è stata esempio di mitezza e di donazione. Senza secondi fini, nonostante l’abbandono, la solitudine, la sofferenza. Con il coraggio di perdonare i suoi persecutori.

C’è un ulteriore passaggio da sottolineare. La sua visione religiosa riporta ogni atto umano alla realizzazione del Regno. Una visione che unisce inseparabilmente corpo e anima verso lo scenario divino. Il Nazareno non è stato solo Messia, profeta, taumaturgo, ma l’incarnato che ha fatto da tramite tra l’umanità e la divinità. Si è espresso con parole e comportamenti umani, ma la sua missione era divina. Per come ha chiamato Dio, per come lo ha invocato, per come si è affidato a lui.
L’essere il re dell’universo non può essere modulato semplicemente con una signoria terreno-umana. E’ la visione divina che diventa l’unico vero scopo della vita.
I riferimenti alle azioni concrete sono indispensabili a fruire di questa visione. Si tratta, in altre parole, di non accontentarsi dei sentimenti e delle emozioni, senza la corrispondenza della vita.
Si può avere una visione divina delle cose se c’è un effettivo e reale coinvolgimento della vita reale che ciascuno è chiamato a vivere.
Da qui la regalità: significa l’accettazione della visione che permette di essere gentili, accoglienti, misericordiosi come è Dio.
Sant’Agostino direbbe: ciò che conta è il bene, il bello, l’essere. Significa scendere nei meandri dell’anima per scoprire ciò che è importante vivere.
E’ una dimensione particolare che spinge a comportamenti e sentimenti che guardano ai valori fondanti di una spiritualità devota e umile.
Solo così si può capire che significa essere riferimento per l’universo. La visione divina che ha ancora il limite dello spazio, ma che proietta verso l’eternità.
Non si tratta di rinunciare a qualcosa, ma di desiderare ciò che è importante per sé e per gli altri.
In altre parole, il brano di Matteo non è un’esortazione morale che orienta alle scelte, ma è l’offerta di un modo di pensare, di agire, che supera i limiti delle facoltà umane con un impegno convinto e costante.
Devastante la visione di chi interpreta la regalità di Cristo come superiorità su ogni altra sintesi. Egli ha fatto una proposta che rimane libera, avendo, egli stesso incontrato indifferenti e ostili al suo messaggio.
Ha benedetto coloro che hanno accolto la sua parola, facendo intravedere la visione divina.

22 Novembre 2020 - ANNO A
XXXIV – Nostro Signore Gesù Cristo re dell’universo
(1 lett. Ez 34,11-12.15-17 - 2 lett. 1Cor 15,20-26.2 - Vangelo Mt 25,31-46)