4 maggio 2022 ore: 16:40
Società

Noi siamo suoi e "il suo amore è per sempre"

di Vinicio Albanesi
Sono due i sentimenti che le letture di oggi ci suggeriscono. La prima è l’universalità del cristianesimo; la seconda la presenza amorevole del Signore con il popolo dei battezzati

Gli Atti degli Apostoli ci suggeriscono un episodio della missione che Paolo, insieme a Barnaba, svolgono già lontano dalla Palestina. I quattro viaggi di Paolo toccano molte zone tra la Grecia, la Turchia, fino ad arrivare a Roma.
Antiochia di Pisidia, oggi in Turchia, era una città numerosa nella quale convivevano molti greci e anche molti giudei.

Luce delle genti

L’importanza dell’episodio deriva dalla scelta, oramai irreversibile, di comunicare il messaggio del Nazareno non più ai solo israeliti, ma a “tutte le genti”. E’ stata raccontata, nel capitolo XV degli Atti degli Apostoli, la lunga discussione tra Paolo e Pietro a chi si dovesse rivolgere la nuova religione.
Prevalse la tesi di Paolo che era orientato ad annunciare la buona novella a tutto il mondo. I suoi viaggi ne fanno testimonianza. Era certo che tra i suoi ascoltatori vi fossero degli ebrei. Da qui la precisazione che, anche in questo brano, è fatta a proposito dell’annuncio di Cristo.
«Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani. Così infatti ci ha ordinato il Signore: "Io ti ho posto per essere luce delle genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra"».
Da quel messaggio la Chiesa non si è più, per tutti i secoli da allora, discostata.
La vita missionaria ha attraversato varie fasi, con alterne vicende, ma non si è mai interrotta. L’universalità del cristianesimo non è importante solo per i confini umani delle nazioni, ma per la portata di una tale impostazione.
La Chiesa cristiana non si ridurrà mai ad una setta. E’ stata sempre attenta a coinvolgere ogni essere vivente di ogni lingua e di ogni razza.
Nel tempo l’organizzazione si è sempre più riunita, fino a che, dopo l’anno mille, è emersa con molta forza l’organizzazione che oggi viviamo. Un’organizzazione che ha tre livelli di partecipazione: i battezzati, coloro che hanno ricevuto il sacramento dell’ordine (i sacerdoti) e infine i vescovi.
L’armonia di questi tre livelli non è stata sempre raggiunta. Con il Concilio Vaticano II si sono chiariti molti dettagli, soprattutto nei rapporti tra clero, Vescovi e organizzazione centrale.
Molte delle funzioni ecclesiastiche sono oggi concentrate nella Santa Sede: non è stato così nel primo millennio quando le Chieea locali avevano più poteri e maggiore autonomia. Ne ha risentito la stessa dottrina, i riti liturgici, le azioni pastorali.
Quest’ultimo schema è oggi seguito dalle Ciese ortodosse, non senza problemi, alcune delle quali si sono dichiarate autocefale, unite tra loro dal Santo Sinodo. Autocefalia significa la capacità di disporre, oltre i dettami della fede, le regole liturgiche, giuridiche, pastorali.
Sono suddivise in cinque gruppi con il Patriarcato di Costantinopoli che funge da prima Chiesa tra pari.

L’unità del cristianesimo è suggerita anche dalla visione ultraterrena offerta dall’Apocalisse:

«Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello. Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo tempio; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro.
Non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna, perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi».
E’ forse la descrizione, certamente fantastica, del futuro di quanti hanno seguito la via del Maestro.

Noi siamo suoi

Da qui l’immagine del pastore. Una figura inusuale oggi, dato lo sviluppo della civiltà e dei costumi. L’azione di Cristo, luce delle genti, è descritta, dal Vangelo di Giovanni, con parole tenere.

«Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

E’ la dichiarazione solenne della presenza del Signore nella vita dei suoi discepoli. Una visione che oltrepassa il tempo, senza dimenticarlo: una presenza costante che accompagna ogni cristiano a Dio, per chiunque avrà seguito le parole del Maestro.
Un atteggiamento di premura e di sicurezza. Il termine ultimo di che cosa sarà di noi, oltre il ricordo di chi ci ha voluto bene.

Le parole del salmo esprimono con gioia coerente e sincera l’inno di lode al Signore

«Acclamate il Signore, voi tutti della terra,
servite il Signore nella gioia,
presentatevi a lui con esultanza.

Riconoscete che solo il Signore è Dio:
egli ci ha fatti e noi siamo suoi,
suo popolo e gregge del suo pascolo.

Perché buono è il Signore,
il suo amore è per sempre,
la sua fedeltà di generazione in generazione».


8 Maggio 2022– Anno C
IV Domenica dopo Pasqua
(1ª lett.: At 13,14.43-52 - 2ª lett.: Ap 7,9.14b-17 – Vangelo: Gv 10,27-30)