25 marzo 2021 ore: 17:28
Società

Non un sacrificio per sé, ma un atto di donazione per tutta l’umanità

In questa domenica sono ricordati due episodi della vita di Cristo, non così immediati come la liturgia li ha messi insieme: l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, festeggiato dalla folla che vuole farlo re e il racconto della passione

Ingresso solenne

L’aspettativa di un liberatore dall’invasore straniero era molto alta ai tempi del Nazzareno. Altri presunti Messia si erano affacciati garantendo libertà e non ottenendo nulla, se non repressione. Gesù fa parte, nella mente dei più, di questa speranza, lo accolgono con grande entusiasmo, gridando con le parole del Salmo: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore!»
La vera missione del Cristo non era questa: l’aveva fatto capire ai suoi e a quanti aveva incontrato nel suo pellegrinare. Da lì a poco dovrà affrontare il tradimento e la morte.
L’accoglienza riservata al Nazzareno è stata sempre alternante: a volte accolta con sorpresa e plauso, altre volte con diffidenza e addirittura con ostilità.
Plauso in occasione dei miracoli; diffidenza nei confronti del suo parlare, ostilità nella revisione dei precetti imposti e rigidi.
C’è stato anche chi non l’ha ascoltato ed ha preferito ritirarsi nel suo vivere, senza dare attenzione al suo insegnamento.
L’ingresso a Gerusalemme è un momento di esaltazione: le palme, il puledro, il tappeto dove passa e l’invocazione del salmo sono segni di grande entusiasmo. Sembra che la gloria l’aspetti per essere accolto come salvatore della patria.
In realtà non è così. Il racconto della passione narra una vicenda molto diversa e anche triste.

La Passione nel racconto di Marco

Dopo la cena, il Signore ha capito che è giunto il momento della grande prova. Si ritira, in silenzio a pregare. Non ha amici e potenti che lo proteggano. Si rivolge a Dio, che solo può ascoltarlo. Chiede, per tre volte ai discepoli, di essere consolato, ma loro sono addormentati. E’ la solitudine della morte: senza consolatori e senza compagnia: per questo è turbato e impaurito. Gli rimane come riferimento solo il suo Dio. Lo prega perché allontani la morte.
E’ una preghiera intensa e dolorosa. Mentre l’evangelista Marco non accenna a nessun aiuto, Luca aggiunge che «gli apparve un angelo che veniva a rincuorarlo.»
Molto difficile immaginare i momenti di relazione con Dio, soprattutto in circostanze così drammatiche. Il passaggio che avrà aiutato Nazareno a superare la crisi sarà stato sicuramente il pensiero della salvezza rivolta a tutti.
E’ la rappresentazione dei pensieri di speranza nei momenti finali della vita.
Cristo si rivolge al suo Dio con tenerezza, quasi chiedendo di essere tenuto per mano. Lo chiama Abbà, che può essere tradotto come Dio mio: una presenza che ha il potere di cambiare le cose e alle quali si affida, qualunque sia la decisione. Pur sapendo di dover sacrificarsi, il salto verso la morte è pauroso. Nel suo animo si svolge la lotta tra il donare e il sottrarsi. L’affidarsi a Dio è il segno della sua fede e dedizione.
Non si trattava infatti di un sacrificio per sé, ma di un atto di donazione per tutta l’umanità, in fondo al quale c’era il sostegno di un amore profondo, di una missione altissima, di un evento che avrebbe dato speranza a quanti soffrivano.
Non avrebbe risolto e fatto scomparire ogni male, ma avrebbe aiutato a guidare le volontà verso il bene.
Una missione infinita, che superava i confini degli spazi e dei secoli. Molti nella storia lo seguiranno: sono quanti hanno donato in situazioni eccezionali, ma anche nella normalità, fatiche, sofferenze, fedeltà. Qualcuno dedicherà addirittura la vita. Solo il pensiero positivo della salvezza avrà permesso al Nazareno di consegnarsi al suo Dio. Non conosceva i misteri del mondo, ma intravvedeva tutte le dinamiche che costruiscono la storia. Occorreva che qualcuno si offrisse per una missione vera e nobile. Senza rimpianti, ma anche senza insuperbirsi, perché donare la vita non è mai una gioia.
Alla fine della preghiera, Nazareno decide di rimanere fedele a quanto, con tutta la sua vita, aveva testimoniato: «Finito, l’ora è giunta: ecco il Figlio dell’uomo è consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi, andiamo!»
Ha prevalso la volontà di liberazione dal male, anche se, nel momento terribile della croce il lamento, per il dolore disumano gli farà invocare: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?»
E’ la sua umanità che, pur guidata da buona volontà e da nobili sentimenti, emerge con la forza della drammaticità del dolore.
Impressiona che alla prospettiva della morte Nazareno non si ribelli. Nei confronti di Dio rimane intatta la sua fiducia; lo invoca, senza ricatti e senza insistenze.
La sua grandezza si rivela nel profondo dell’anima: una fede incrollabile e una fiducia espressa senza rimpianti.

La paura e la solitudine richiamano le vicende di questi tempi di epidemia: troppi morti soli e disperati. Nemmeno la possibilità di consolarli. Che Dio abbia pietà di loro e soprattutto di noi, se avessimo potuto fare di più, prima e durante l’epidemia. Non sopraggiunga la perdita di memoria per tutte le sofferenze patite da chi non c’è più.


28 Marzo 2021 – Anno B
Domenica delle Palme
(1ª lett.: Is 50,4-7  - 2ª lett.: Fil 2,6-11; Vangelo: Mc 14,1 - 15,47)