28 aprile 2019 ore: 12:47
Disabilità

L'ovale che fa bene: gli Atipici Rugby di Bari

REPORTAGE dello scrittore Matthias Canapini e della fotografa Chiara Asoli. Lo sport come cambiamento e liberazione: è quello che si pratica in tante discipline, tra cui il rugby. Un viaggio attraverso l'Italia per scoprire e raccontare questo mondo. Con una tappa anche in Puglia
Chiara Asoli Rubgy in carrozzina_Atipici Bari

Gli Atipici (foto di Chiara Asoli)

BOX ROMA - Lo sport come cambiamento e liberazione. Ogni evento pulsa nel luogo in cui si è consumato, delegando la testimonianza alle crepe rimaste. L’8 agosto del 1991 il mercantile albanese Vlora, partito da Durazzo e respinto a Brindisi, attracca finalmente nel porto di Bari, col suo carico brulicante di esuli albanesi in fuga da 45 anni di dittatura comunista. Circa 11 mila immigrati, comprese donne e bambini, vennero prima internati nel vecchio stadio Della Vittoria, e poi rimpatriati in Albania. Ne rimasero in Italia solo 1.500, i quali avevano fatto la domanda di asilo politico. E' in questo contesto che nascono gli Atipici Rubgy, un pezzo importante del rugby paralimpico. Lo loro storia è raccontata sulle pagine di SuperAbile Inail da Matthias Canapini e Chiara Asoli, scrittore e fotografa

Gli Atipici (foto di Chiara Asoli)
Rubgy in carrozzina_Atipici Bari

La squadra degli Atipici nasce nel 2014 dal progetto “Uniti alla meta”, con lo scopo di promuovere, come in terra veneta e altrove, il rugby integrato come strumento di cambiamento sociale, favorendo il reinserimento e l’integrazione psichica di persone con vissuti di disagio di vario grado. Realizzato con il patrocinio del Comune di Bari e della Federugby Puglia, è stato supportato col tempo da una miriade di realtà, tra cui la Asd Tigri Rugby Bari, alcune cooperative sociali locali (La Zarzuela, Spazi Nuovi, Apollo, eccetera), alcuni Centri di salute mentale di Bari e provincia. 

“Ricordo nel 1991 gli elicotteri sorvolare lo stadio, lanciare pane e bottiglie d’acqua ai migranti ammassati sulle scalinate di quello che oggi è il più grande stadio di rugby di tutto il Sud Italia”, racconta Mauro D’Alonzo, riccioli nerissimi e septum al naso, psichiatra, rugbista e ideatore del progetto Atipici Rugby Bari. “Lo scopo del laboratorio sul campo, che una volta a settimana prende vita all’interno dell’Arena della Vittoria, è trasformare un’esperienza sportiva in un territorio di cambiamento e di liberazione, ritrovandosi attorno ai rimbalzi di un ovale, a prescindere dal disagio psichico”, prosegue Giulio Palmieri, 37 anni, operatore sociale e ideatore, insieme a Mauro, del progetto in questione. Ci raggiunge trafelato dal lavoro, apparendo nella caligine vaporosa del primo pomeriggio, mentre il quartiere Marconi tutt’attorno è privo di vita, e solo il maestrale che si abbatte violento sui padiglioni della Fiera del Levante sembra dare un tocco di vitalità a un’area dormiente. 

In campo, circondato dalle maestose gradinate in cemento, conosco Giuseppe, un ragazzone che mantiene uno sguardo vacuo e schivo, le cuffie rimbombanti dei brani di Caparezza pressate sulle orecchie. “Il rugby mi piace. Ogni lunedì vengo qui allo stadio, mi alleno poi ritorno in comunità. Al torneo di Pontedera mi sono divertito, abbiamo mangiato la trippa per cena. Dobbiamo dirci altro?”, conclude, svanendo in poco meno di cinque secondi. A bordo campo passeggia Bruno, che riporta una frattura scomposta al mignolo sinistro, rimediata durante lo stesso torneo in cui Giuseppe divorava piatti di trippa. 

Pongo a Luca Longo, 24 anni, giocatore delle Tigri Bari e allenatore, la stessa domanda posta a tutti coloro che si occupano di rugby integrato. Cosa è cambiato nei pazienti dopo aver scoperto il rugby?. “Sicuramente si sentono più spronati ad andare incontro alle proprie paure, con la consapevolezza che non si è soli. Si sono aperti al dialogo, alle relazioni, gradualmente, nei limiti del possibile, stanno uscendo dalla campana di vetro. E far parte della rete Trust, che vede coinvolte anche altre realtà di rugby integrato tra Pontedera, Milano, Colorno e Cremona, li aiuta molto in questo, permettendo un confronto con altri ragazzi e promuovendo questa disciplina attraverso tornei a loro dedicati”. Il rugby come atto politico per affermare l’autodeterminazione, insiste Mauro, che non indossa il camice bianco per la stessa ragione per cui si occupa di rugby integrato: ridurre la distanza con i pazienti, perché l’unica via possibile è l’uguaglianza, riscoprirsi comunità annullando le categorie, a volte anche gli antidepressivi e gli psicofarmaci. 

Riannodando il nastro degli incontri fatti, approdiamo nei vicoli di Bari Vecchia assediata dalle luminarie di San Nicola. Un bambino cingalese pedala velocemente intorno al rione, ogni due minuti riappare beffardo sfiorando pozzanghere e anziani di ritorno a casa, con la sporta sottobraccio gonfia di focacce e Peroni ghiacciate. In silenzio guardiamo il mare burrascoso, che riporta a terraferma urla invisibili, le voci dei fragili che si danno battaglia attorno a un ovale. (Matthias Canapini/foto di Chiara Asoli)

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