A Gaza è emergenza idrica: l’appello di Gvc
BOLOGNA – “L’emergenza più grande, ora, è la mancanza di crediti per il gasolio – che a Gaza non manca –: vanno recuperati, il gasolio è indispensabile per alimentare fognature, pompe e desalinizzatori”: l’appello arriva direttamente da Stefano Gambini, geologo che per l’ong bolognese GVC è appena tornato dalla Striscia dopo 7 mesi, al lavoro su un progetto finanziato dalla cooperazione italiana a Gaza per la realizzazione di una rete fognaria per circa 100 famiglie. “Abbiamo terminato l’infrastruttura prima dell’escalation di violenza - spiega -. Al momento, non è stata bombardata. Ma altri tratti delle nostre opere sono stati colpiti: quasi quotidianamente ci mettiamo in contatto con il personale locale (i gazawiri non possono lasciare il Paese, ndr) che ci dice di cosa ha bisogno: quanti metri di tubo vanno sostituiti, quanto gasolio serve per far funzionare desalinizzatori e pompe d’acqua. Poi, ci chiedono il coordinamento per agire sul territorio: fino a oggi per le emergenze intervenivamo in remoto”.
Al momento, la tregua cominciata 2 giorni fa sembra reggere (forse potrebbe addirittura esteso di altre 72 ore): “Solo in queste ultime ore i nostri operatori si sono sentiti abbastanza tranquilli e sono andati di persona a vedere i danni. Ma continuano a raccontarci di distruzione. Un nostro ingegnere e la sua famiglia stanno bene, anche il nostro tassista, ma siamo molto in pensiero per loro”. Gambini, insieme con il resto del personale non locale, è uscito dalla Striscia pochi giorni prima dell’inizio ufficiale dell’operazione militare: “Nei periodi di relativa tranquillità una o due volte alla settimana ci sono bombardamenti israeliani: prima dell’8 luglio, ci sono stati 4 giorni di attacchi continui, non potevamo restare”. Secondo recenti valutazioni, si stima che la fornitura di acqua e i servizi fognari siano stati tagliati o danneggiati mettendo a rischio circa 1 milione e duecentomila di abitanti, i 2/3 della popolazione di Gaza.
Ma Gaza vive un’emergenza quotidiana, che si protrae anche nelle parentesi di relativa tranquillità: solo il 10 per cento dell’acqua è potabile, tutto il resto è marina o salmastra e va desalinizzata, per poi essere distribuita con dei camion in vari punti della città, oppure utilizzata per ricaricate le cisterne dei palazzi e delle abitazioni. “È piena di nitrati, inquinatissima, in mare viene scaricato di tutto: l’acqua nelle case al massimo può essere utilizzata per fare la doccia, ma è talmente salata e oleosa che serve sempre sciacquarsi con quella dei serbatoi”. Secondo il rapporto Gaza 2020 steso dalle Nazioni Unite, nel 2016 l’acquifero di Gaza non sarà più utilizzabile, e nel 2020 non più recuperabile. “Serve una soluzione politica che poi, a cascata, coinvolga tutti gli altri settori: bisogna fare in modo che non si ripetano più interventi militari così pesanti”. Perché, secondo Gambini, la situazione può migliorare: tanti i progetti in piedi per organizzare il sistema fognario e per il trattamento delle acque reflue in modo che in mare vengano scaricate meno inquinate. Ma le operazioni militari mandano tutto a monte: “Non si può pensare di andare avanti così: soluzioni tecnicamente percorribili – e di buon livello – ci sono. La gente di Gaza ha un’ottima preparazione tecnica, possiamo contare su validissime professionalità. Hanno tanta voglia di costruire e ricostruire, di reagire e lavorare”.
A oggi, si contano quasi 2 mila vittime palestinesi, soprattutto donne e bambini, e 67 israeliane (3 civili e 64 soldati). Per sostenere le sua attività nella Striscia, GVC ha indetto la campagna Sos Gaza: www.gvc-italia.org/Come-aiutarci/SOS-GAZA (ambra notari)