26 maggio 2016 ore: 15:42
Non profit

Dal carcere alle periferie: il teatro dell'oppresso per risolvere i conflitti sociali

Un incontro a Palermo presso la comunità francescana della chiesa di Sant'Agnese nel popolare quartiere di Danisinni. "Se in un quartiere ci sono particolari conflitti è molto proficuo attivare un percorso con gli stessi abitanti del luogo che facendo parte di un unica compagnia preparano uno spettacolo"
Carcere e teatro

PALERMO – Il teatro dell'oppresso come strumento operativo a supporto della mediazione sociale e della risoluzione dei conflitti. Di questo si è parlato questa mattina  nell'ambito del terzo workshop sulla mediazione comunitaria avvenuto negli spazi della chiesa S. Agnese affidata alla comunità di francescani del popolare quartiere di Danisinni a Palermo. L'iniziativa è stata promossa dall'Ufficio di Mediazione Penale del comune di Palermo, Istituto Don Calabria, Centro Diaconale “La Noce” - Istituto Valdese, Istituto di Formazione Politica “Pedro Arrupe” in collaborazione con il collettivo SOS Ballarò e la parrocchia Sant’Agnese di Palermo.

Il Teatro dell'oppresso è un metodo teatrale che comprende differenti tecniche create dal regista brasiliano Augusto Boal. Le accomuna l'obiettivo di fornire strumenti di cambiamento personale, sociale e politico per tutti coloro che si trovano in situazioni di oppressione. Boal portò il teatro nella vita quotidiana delle persone, mostrando che ognuno di noi può influenzare attivamente gli sviluppi socio-politici. Con gli anni si è poi diffuso in tutto il mondo dove viene comunemente utilizzato. 

Durante il laboratorio, condotto da Gabriele Verrone, operatore sociale presso l'associazione San Marcellino onlus che lavora nella realtà genovese con le persone senza dimora, sono stati rappresentatati da quattro gruppi di partecipanti alcune possibili situazioni conflittuali: un conflitto tra diversi clienti di un supermercato, uno scontro tra una fumatrice e un cliente di un bar, un conflitto tra assistenti sociali e famiglia di uno studente svogliato e uno scontro aperto tra due posteggiatori abusivi, uno italiano e uno straniero. Al pubblico è stato chiesto di intervenire ed interagire con i suoi punti di vista cercando anche di capire come potesse essere vista una mediazione risolutiva. 

“Per riuscire a rendere proficuo il teatro dell'oppresso, ci vuole un lavoro a monte non indifferente – spiega Gabriele Verrone – che prevede l'organizzazione di un gruppo di lavoro sul territorio prima della rappresentazione teatrale. Una squadra di mediatori può osservare e segnalare le figure più riconosciute di un certo territorio. Successivamente si può pensare ad una rappresentazione con attori non professionisti in cui si può portare in scena quelli che sono gli elementi di discussione o di crisi, conflitto di quel quartiere, favorendo i momenti di partecipazione attiva che avvicina il pubblico a ragionarne insieme. Lo strumento che si favorisce in questo caso è quello di estraniarsi da un problema cercando insieme di trovare una soluzione”.

“Ho avuto modo di sperimentare questa metodologia in due carceri con buoni risultati – aggiunge -. E' anche molto efficace in situazioni di conflitto il lavoro di sensibilizzazione sociale. Se in un quartiere ci sono particolari conflitti è molto proficuo attivare un percorso con gli stessi abitanti del luogo che facendo parte di un unica compagnia preparano uno spettacolo dell'oppresso con l'interazione della gente. Il lavoro può essere lungo ma può avere una buona ricaduta positiva su alcune problematiche del quartiere”. (set) 

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