19 marzo 2018 ore: 10:13
Immigrazione

Migranti: la scuola "di strada" di Termini, dove nasce l’integrazione

Situata al civico 241 di via Giolitti, la scuola di italiano per stranieri della Casa dei diritti sociali è tra le più vecchie e frequentate di Roma. A due passi dalla stazione centrale e dal quartiere multietnico di piazza Vittorio, ogni anno accoglie più di 1400 persone da tutto il mondo. “Non siamo solo un pronto soccorso linguistico, aiutiamo i migranti a inserirsi nella società”
Scuola di italiano per migranti
Scuola di italiano per migranti

ROMA - “Buonasera, come state?” chiede Severine, “Sti-a-mo be-ne” scandisce la classe. Dopo un rapido appello, inizia la lezione: oggi si parla di aggettivi, di singolare e plurale. Bussano di nuovo alla porta: “Posso entrare?” chiede Nafis in uno stentato italiano, “Benvenuto” risponde l’insegnante. Situata al civico 241 di via Giolitti, questa non è una normale aula scolastica, ma la sede della scuola di italiano per stranieri della Casa dei diritti sociali. Un presidio che da circa 30 anni aiuta le persone che arrivano nel nostro paese a costruirsi un futuro, a partire dall’apprendimento della lingua e della cultura italiana. Una scuola “di strada”, con la porta che dà sul marciapiede sempre aperta e dalle aule piene, a due passi dalla stazione Termini e dal quartiere multietnico di piazza Vittorio. 

- Basta passare qualche ora in una di queste classi per avere la fotografia del fenomeno migratorio in Italia. Al piano terra c’è il corso base, al primo piano il corso avanzato. In ogni aula dalle 15 alle 30 persone, che arrivano da tutto il mondo: dall’ Asia all’Africa passando per il Sud America. Ci sono le comunità storiche, insediate da anni nel nostro paese. Persone che lavorano e vengono qui la sera a migliorare la lingua: dai filippini alle persone dell’Est Europa, fino a chi viene dal Maghreb o dal Corno d’Africa. E ci sono i migranti appena sbarcati, transitanti o richiedenti asilo ospitati in qualche centro di accoglienza a Roma e dintorni. Adam, 30 anni, e Rush, 19, sono tra questi. Originari del Sudan, sono in Italia da pochi mesi e mescolano qualche frase in italiano all’inglese: “Vogliamo imparare bene a parlare, per farci capire”, dicono. Tramite il passaparola sono approdati qui, per la prima lezione. “Quando arrivano da noi per la prima volta gli facciamo un’intervista per compilare la loro scheda - spiega Augusto Venanzetti, ex sindacalista Cgil in pensione, ora responsabile e insegnante della scuola -. Cerchiamo di capire che storia hanno alle spalle, cosa gli è successo e se, oltre al corso di italiano, hanno altre necessità, se hanno problemi con l’alloggio, se sono iscritti al servizio sanitario nazionale o se sono passati per le carceri libiche e hanno subito tortura”.

Nella sede dalla Casa dei diritti sociali, infatti, c’è anche uno sportello legale curato dall’associazione Medici contro la tortura, che assiste chi ha bisogno di aiuto. Solo nell’ultimo anno si sono iscritti alla scuola oltre 1400 migranti, provenienti da 96 paese. Stando ai dati dell’associazione sono in aumento coloro che arrivano dall’Africa sub sahariana e che rappresentano circa il 40 per cento del totale. L’altro grande raggruppamento riguarda l’Asia: Bangladesh, Cina, India e Pakistan, che insieme formano un altro 28 per cento, c’è poi un 15 per cento di studenti del Nord Africa e un altro 13 per cento di persone proveniente dal Sud America. Come Adàn, 24 anni, giunto in Italia da El Salvador tre mesi fa per raggiungere suo padre che vive qui da dieci anni. E’ arrivato con un visto turistico, ora ha bisogno di lavorare per ottenere il permesso di soggiorno e rimanere. “Vengo qui tutti i giorni per imparare - spiega -, faccio le pulizie con mio padre ogni tanto, ma non ho un lavoro fisso. Come faccio a trovarlo se non parlo bene l’italiano? Mi sto impegnando perché voglio restare qui con lui”. 

La scuola segue una metodologia di apprendimento basata sulla massima flessibilità nella frequenza: non c’è un corso strutturato che si apre o si chiude ma un’offerta formativa fluida. Ci sono quattro lezioni giornaliere, cinque volte a settimana: “dopo la prima lezione, lo studente può venire quando vuole. Acquisite determinate competenze è lui a decidere di spostarsi o meno a un livello superiore - spiega Venanzetti -. Possono anche assentarsi per un periodo e poi decidere di tornare, non succede nulla, non si tratta di corsi strutturati con un inizio e una fine”. Venanzetti sottolinea che il metodo cosiddetto a “gruppo classe fisso”, è pensato per venire incontro alle esigenze dell’utenza: “qui ci sono persone che lavorano, a volte anche in nero, e che quindi non possono prendersi un permesso per venire a seguire le lezioni. Ci sono studenti che stanno via per vari motivi, noi lasciamo la porta sempre aperta”. Quella della Casa dei diritti sociali è tra le scuole di italiano per stranieri più frequentate a Roma, sia per la sua storia decennale che per la posizione strategica. “Gli studenti arrivano qui su suggerimento di altri amici o conoscenti, possono iniziare in ogni momento dell’anno, non chiudiamo praticamente mai - aggiunge -. In alcuni casi sono i centri di accoglienza, in particolare gli Sprar, che mandano da noi i ragazzi. E poi ci chiedono di verificare la frequenza”. La scuola prevede anche corsi dedicati: in particolare, il giovedì si svolgono quelli per le donne. L’obiettivo è intercettare quelle che per credo religioso possono avere problemi a frequentare classi miste, o le badanti, che di solito hanno il giorno libero proprio a metà settimana. Durante queste lezioni vengono affrontate anche tematiche delicate: la sessualità, la gravidanza, le mestruazioni, l’aborto. C’è poi un corso solo per la comunità cinese, che ha particolari difficoltà nell’apprendimento della lingua. 

La scuola va avanti grazie al contributo degli insegnati volontari: ex docenti in pensione, studenti dell’università, semplici cittadini che hanno sentito il bisogno di dare una mano. Come Luigi Portioli, 66 anni, ex sindacalista Cgil anche lui. “Quando sono andato in pensione ho pensato come dare un senso alla mia vita - racconta -. Volevo continuare a fare quello che avevo sempre fatto, e cioè impegnarmi nel sociale, per cui sono venuto qui. Mi interessava anche conoscere da vicino questo fenomeno di cui si parla tanto: l’immigrazione. Ho sempre pensato che il migrante non esista, esistono le persone che sono diventate migranti per qualche ragione. Qui le ho incontrate. Per loro noi siamo più di un pronto soccorso linguistico, la cosa più importante che facciamo è accoglierle: vengono quando possono, quando vogliono, sanno che le faremo sempre entrare”. I docenti vengono formati per l’insegnamento, una volta a settimana incontrano anche esperti del fenomeno migratorio, per essere aggiornati su varie tematiche. “E’ un’esperienza gratificante e formativa anche per noi - aggiunge -. Sappiamo che insegnando a queste persone la lingua italiana, l’educazione civica, le formule di cortesia, le stiamo realmente aiutando ad integrarsi nel nostro paese”. Mariolina D’Acunto, 24 anni, è invece tra le più giovani insegnanti. E’ venuta qui con il servizio civile: “studio lingue per la cooperazione internazionale all’università - spiega - Inizialmente ho pensato che fosse un buon modo per esercitarmi con la didattica ma poi ho scoperto il valore umano e sociale di questo luogo. Qui davvero c’è tutto il mondo, conoscere le storie di chi entra è un arricchimento continuo. E’ impossibile essere un’insegnante distaccata, inevitabilmente ci si ritrova a stringere amicizia, a comprendere i problemi di chi arriva, a cercare di aiutarlo”. Oltre il corso di lingua c’è un laboratorio di fotografia, un corso di teatro, un cineforum tutti i lunedì pomeriggio, le passeggiate culturali della domenica e un torneo di scacchi. Tutto portato avanti dal basso, su base volontaria. Ma le aule sono malmesse, a causa soprattuto delle infiltrazioni d’acqua che hanno rovinato lo stabile già vecchio. Per questo nei giorni scorsi è stato lanciato un crowdfunding per la ristrutturazione della scuola, con l’obiettivo di arrivare a cinquemila euro. “Finora abbiamo sempre fatto tutto da soli - spiega Augusto - le aule le abbiamo spesso ridipinte noi, ma ora siamo in difficoltà, è necessaria una vera ristrutturazione, vanno buttate giù alcune parti. Ci serve una mano, ci serve l’aiuto di tutti”. (Eleonora Camilli)  

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