3 marzo 2020 ore: 11:40
Salute

“Condividere e coinvolgere”: quando un genitore ha il cancro

di Ambra Notari
Nel libro “Parliamone. La malattia spiegata ai miei figli” la psico-oncologa dell’Ospedale Sant’Orsola di Bologna Lucia Polpatelli “insegna” ai genitori con un tumore a parlare della malattia ai propri figli: “Non esistono regole universali, ogni famiglia ha una propria storia. Ma ci sono spunti condivisi di riflessione”
Copertina Parliamone_860x480

BOLOGNA – “Avere dei figli significa avere un supplemento d’angoscia durante il percorso di malattia, ma anche avere un obiettivo importante per cui combattere”. Esordisce così, Lucia Polpatelli, psico-oncologa del Policlinico Sant’Orsola di Bologna, nella premessa del suo libro “Parliamone. La malattia spiegata ai miei figli”. Perché se sono tanti i percorsi di supporto psicologico per piccoli pazienti oncologici, non esistono proposte strutturate per i bambini che vivono accanto a un genitore che sta affrontando una forma tumorale. “Attenzione: non si tratta di un manuale di istruzioni – spiega Polpatelli –. Raccoglie, invece, spunti su cui riflettere e fare attenzione, suggerimenti sui possibili comportamenti da adottare in determinate circostanze. Spunti e riflessioni assolutamente modellabili, perché ogni famiglia ha una storia, un bagaglio, diverse esperienze, abitudini ed emozioni”.

Prima di esercitare la sua professione in Italia, Polpatelli ha studiato e lavorato negli Stati Uniti e a Parigi. Ed è proprio nella capitale francese che è nata l’idea di questa pubblicazione, distribuita a tutte le persone ricoverate nel reparto di oncologia dell’ospedale bolognese e già ristampata perché le richieste – anche dell’esterno – sono moltissime. “Un giorno di tanti anni fa incontrai David, 5 anni: aveva appena perso la mamma per un tumore allo stomaco. Aveva smesso di mangiare, giocare, faceva fatica a dormire e quasi non parlava più. Durante un incontro mi disse: ‘Un giorno ho fatto arrabbiare e la mamma me l’aveva detto: se continui così, mi farai morire’. Riteneva di essere il responsabile, e nessuno gli aveva detto né spiegato nulla. Sono madre anche io, so bene quanto i genitori si impegnino per preservare i figli dalle fatiche e dai dolori della vita. Spesso, però, è un atteggiamento controproducente, perché i bambini in autonomia si fanno idee anche molto peggiori della realtà”.

Polpatelli, medico con doppia specializzazione, nella pubblicazione – accompagnata dalle illustrazioni di Alain Cancilleri – prova a rispondere ad alcune delle domande che, più frequentemente, si è sentita porre. Devo dire a mio figlio che ho un tumore? Chi dovrebbe informarlo? Quando dovrei informarlo? In che misura? Cosa non devo fare? Come anticipato, non esistono risposte univoche, ma qualche consiglio universalmente valido c’è. Il punto di partenza è che i bambini devono essere informati su quanto accade in famiglia: “Tenerli all’oscuro è una mancanza di fiducia nei loro confronti. Passate con forza il messaggio che siete una squadra, che si ride e si piange insieme”. Naturalmente, i bambini dovrebbero sapere solo ciò che sono in grado di comprendere: questo significa che le informazioni da passare a un bambino con meno di 5 anni sono diverse da quelle che è in grado di gestire un adolescente.

Poi ci sono le incognite e le incertezze, tra gli elementi di una malattia grave che incutono più timore. “È importante, nei limiti del possibile, mantenere la routine quotidiana, facendosi aiutare da qualcuno, magari qualcuno che i più piccoli conoscono bene e di cui già si fidano. Anche per i cambiamenti fisici, il consiglio è lo stesso: parlatene con i bambini”. Tra gli altri spunti, l’importanza di condividere le esperienze della vita quotidiana, a casa e in ospedale: “Trascorrere più tempo con i figli è fondamentale – si legge –. Condividere le vostre emozioni può rafforzare il legame tra voi e li autorizza a esternare le loro”. Infine, un accenno alla morte: “Quando la malattia non può guarire, alla morte e al suo significato conviene accostarsi con delicatezza e tenerezza. Spesso una buona comunicazione si rivela più terapeutica di un’assenza di comunicazione, perché fa sentire i figli più coinvolti. Sempre, in caso di dubbio o di necessità, chiedete all’équipe, pronta a rassicurarvi e supportarvi da un punto di vista clinico, familiare e sociale”.

“Il ruolo di uno psico-oncologo è ancora di nicchia, ma è cruciale – afferma Polpatelli –. Sostenere le implicazioni emotive del cancro non significa solo ‘umanizzare la medicina’, ma adottare un approccio multidisciplinare. Se ci si fa carico anche del suo benessere psicologico, il paziente risponde meglio. La medicina attuale è un lavoro di squadra: ci si impegna non solo per cambiare o togliere quel ‘pezzettino difettoso’, ma per accompagnare in un percorso sia il paziente, sia la famiglia”. E in questa direzione vanno tutte le attività realizzate nell’ospedale bolognese per i pazienti oncologici: i laboratori teatrali, la musicoterapia, la danzaterapia, gli incontri di scrittura: “Gli ospedali non sono solo posti di sofferenza, e questi momenti di incontro non sono momenti in cui si condividono i propri problemi, come qualcuno vuole credere. Sono, invece, situazioni in cui si creano meravigliose alchimie, è la possibilità di accedere a uno spazio dove il cuore pensa e la mente sente”. 

© Copyright Redattore Sociale