26 novembre 2019 ore: 15:38
Giustizia

Bolivia, instabilità e violenze dopo le elezioni presidenziali

Per le strade boliviane è un susseguirsi di scontri violenti, con feriti e uccisi da parte delle forze dell’ordine. E dure contrapposizioni: sostenitori del presidente Morales esiliato da una parte, polizia ed esercito dall’altra
Foto: Paulo Fabre (via Wikimedia Commons) bolivia

L’instabilità regna sovrana in Bolivia dallo scorso 20 ottobre, giorno delle elezioni presidenziali. In seguito al voto, l’Organizzazione degli Stati americani (Osa) aveva dichiarato che c’erano state scorrettezze nel processo elettorale, che aveva visto di nuovo vincere Evo Morales, alla guida del paese da ormai 13 anni. È così alla fine, il 10 novembre, in seguito all’invito a farsi da parte del comandante delle forze armate, Morales se ne è andato in Messico. E da allora per le strade boliviane è un susseguirsi di scontri violenti, con feriti e uccisi da parte delle forze dell’ordine. E dure contrapposizioni: sostenitori del presidente esiliato da una parte, polizia ed esercito dall’altro.

La situazione oggi. Lo scorso 11 novembre Jeanine Áñez, senatrice d’opposizione e seconda vicepresidente del Senato, si è di fatto autoproclamata capo di Stato ad interim. A seguire, la Áñez ha avanzato una proposta di legge per arrivare e nuove elezioni e a un nuovo Tribunale elettorale. Nessuno spazio, invece, è stato concesso alla richiesta di amnistia per Evo Morales, accusato di sedizione e terrorismo.

Mano libera all’esercito. Le organizzazioni che si occupano di protezione dei diritti umani sono ora preoccupate innanzitutto dal decreto presidenziale votato il 15 novembre scorso. La misura si occupa dell’esercito impegnato nel “ristabilimento dell’ordine interno e della stabilità pubblica”. In particolare, le forze armate sono investite di un potere molto vasto, di un’ampia discrezionalità e non dovranno rispondere penalmente “in caso di legittima difesa o in stato di necessità” se rispettano “i principi di legalità, assoluta necessità e proporzionalità” definiti dalla legge. In questo modo, è la paura, si potrebbero giustificare le azioni volte a reprimere le contestazioni, soprattutto dei popoli indigeni vicini a Evo Morales.

La denuncia di Amnesty e Hrw. Amnesty International e Human Rights Watch hanno denunciato che i diritti umani sono a rischio. Erika Guevara-Rosas, direttrice per le Americhe di Amnesty, ha dichiarato: “La grave crisi dei diritti umani che sta attraversando la Bolivia dopo le elezioni del 20 ottobre si è aggravata con l’intervento delle forze armate. Qualsiasi messaggio che favorisca l’impunità è gravissimo. I nefasti precedenti storici nella regione per quanto riguarda il ruolo dei militari devono essere tenuti nella massima considerazione così come massimo dev’essere l’impegno al rispetto e alla protezione dei diritti umani”. E sulla stessa linea si è espresso Miguel Vivanco, direttore per le Americhe di Human Rights Watch.

Il massacro indigeno. La Commissione interamericana per i diritti umani ha denunciato circa una settimana fa la morte di 23 persone, molte delle quali indigeni, e il ferimento di altre 700 inseguito al 20 ottobre. Cifra che nelle ultime ore è già stata aggiornata a 27 morti. L’Alta commissaria Onu per i diritti umani, Michelle Bachelet, ha dichiarato che le vittime delle proteste “sembrano essere il risultato di un uso non necessario e sproporzionato della forza da parte della polizia e dell’esercito”.

L’articolo integrale di Giulia Cerqueti, "Bolivia: dall’addio del presidente Morales già 27 i morti per le strade", può essere letto su Osservatorio Diritti.

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