22 settembre 2019 ore: 10:00
Immigrazione

Come sono nate le ong del mare? Il “modello Moas” e il “modello Sea Watch”

di Francesco Floris
In principio fu il Moas, iniziativa filantropica. Poi Sea Watch, per portare gli “occhi” e lo “sguardo” della società civile europea nel Mediterraneo. Poi ancora altre ong, come Msf che usa il Sar come “piattaforma di intelligence” per conoscere le rotte migratorie. Fino a Mediterranea, dove “umanitarismo e disobbedienza civile coincidono”
Sea-Watch Migranti, la nave Sea-Watch 3 - SITO NUOVO

Foto Sea-Watch

MILANO – Come sono nate e perché le ong del mare sono tutte diverse?Gli studi del professor Cusumano, docente dell'Università di Leiden e studioso del ruolo dei diversi attori nelle crisi belliche e umanitarie, si rifanno a un'ampia letteratura internazionale sul mondo umanitario. E applicati al Mediterraneo individuano alcuni modelli di riferimento e una sottile linea rossa di evoluzione delle ong stesse.

Moas (Migrants Offshore Aid Station) è stata la prima organizzazione a solcare le acque a sud di Malta e Lampedusa. È una ong di tipo “wilsoniano”, come la definisce lo studioso: il modello americano, con un'iniziativa personale finanziata da filantropi (in questo caso i coniugi Catrambone) che decidono di lanciarsi nella conduzione di attività umanitarie senza alcun passato alla spalle in questo genere di attività. Per farlo arruolano equipaggi formati da ex uomini di Marina militare e Guardia costiera maltese (attirandosi più di una critica sia da “destra” che da “sinistra”, proprio in virtù dell'atteggiamento tenuto negli anni dalle forze armate dell'isola rispetto ai soccorsi e alle convenzioni internazionali sul diritto del mare) e imbarcando come personale medico prima il ramo olandese di Medici Senza Frontiere, poi Emergency di Gino Strada per un breve periodo (se ne andrà con una polemica nemmeno troppo sottaciuta) e infine la Croce rossa e il Corpo italiano di soccorso dell'Ordine di Malta (Cisom) che già lavorano per istituzioni italiane come le Capitanerie di porto. Possono sembrare dettagli ma non lo sono: le modalità operative di Moas – poco “politicizzate”: per esempio fornendo video e fotografie a inquirenti, militari e polizia italiana per individuare gli “scafisti”, in barba ai principi umanitari di neutralità che altre ong hanno deciso invece di non violare – ha fatto sì che i maltesi fossero visti di buon grado dai corpi militari italiani impiegati in mare. Molto meno dai colleghi delle altre organizzazioni. Fino a quando sulla testa delle ong non è cominciata una pioggia di accuse e insulti quotidiani senza distinzione di sorta, Moas era percepita dagli altri volontari come una sorta di organizzazione sì umanitaria ma di stampo paramilitare, poco sensibile ai principi di neutralità.

L'atteggiamento della magistratura nei confronti dei maltesi invece è stato diverso e alterno: quando nella primavera del 2017 arrivano le prime accuse di collusione con trafficanti e scafisti – mai provate – chi ha buona memoria ricorda che il procuratore capo di Catania, Carmelo Zuccaro, aveva un chiodo fisso: dimostrare che  le ong in mare non potessero mantenersi solo con le donazioni, che le missioni Sar fossero molto più costose di quanto dichiarato e che ostacolassero il lavoro investigativo degli inquirenti. In questo senso Moas divenne uno dei bersagli perfetti: era piccola, senza una folta schiera di donatori come Msf o Save the Children (che vennero definite dal magistrato siciliano “ong buone su cui nessuno può nutrire dubbi” anche se sarà proprio lui a indagare Msf per traffico e smaltimento illecito di rifiuti un anno e mezzo dopo quella dichiarazione), ma dall'altra parte aveva ben due navi iper attrezzate (la “Phoenix” e la “Topaz Responder”), droni, un equipaggio professionale, sponsor illustri come la band Coldplay e si finanziava benissimo. Poco importa che il direttore finanziario di Moas, Benjamin Briffa, andasse al Senato italiano a spiegare che “i costi operativi della nave sono di 11 mila euro al giorno, comprensivi di tutte le spese, incluse le tasse e le derrate alimentari”, una cifra di gran lunga inferiore rispetto a molte attività umanitarie nei Paesi di origine, contrariamente alla leggenda popolare, perché sui maltesi iniziarono a piovere accuse di ogni tipo, sopratutto da parte di una certa stampa vicina ai servizi d'intelligence di polizia e militari. L'accusa meno grave era quella di fungere da “scudo umanitario” dei fondatori Catambrone per ottenere vantaggi fiscali per le società affiliate al proprio gruppo imprenditoriale. Quella più grave di essere una copertura del governo statunitense nel Mediterraneo e aver installato a bordo delle proprie navi tecnologie per il controspionaggio e le intercettazioni. Nulla fu mai provato e alcuni magistrati e poliziotti – come il procuratore Giordano, all'epoca capo nell'ufficio di Siracusa, o Carlo Parini, commissario a capo del Gruppo interforze di contrasto all'immigrazione clandestina – smentirono questa ipotesi in audizioni ufficiali. Ma ormai i danni d'immagine e la paura di finire al centro di azioni giudiziarie sono troppo forti: a metà maggio del 2017 Moas sbarca un gruppo di migranti soccorsi e consegna alla Procura di Catania un video girato dal suo drone che “incastra” due scafisti. Zuccaro festeggia pubblicamente: “È la prima volta per Catania che la ong fornisce un filmato utilissimo” dice. Nemmeno tre mesi dopo Moas lascia il Mediterraneo per andare a fare operazioni “anfibie” (in acqua e a terra) in Yemen e nel sud-est asiatico dove prende vita la rotta dei profughi Rohingya dal Myanmar.   (AGGIORNAMENTO: LA PRECISAZIONE DEL MOAS)

La mutazione “genetica” delle Ong

Da Moas nel 2014 in poi si dipana una vera e propria evoluzione nel dna degli “umanitari” d'Europa: nasce la tedesca Sea Watch, che nel 2014 opera prima nel Mar Egeo con una piccola imbarcazione per far fronte ai quasi 600 mila arrivi che investiranno la sola isola di Lesvos quell'anno, poco più grande dell'Isola d'Elba. La missione di Sea Watch è diversa. Come ben esemplificato dal nome “Watch” (guardare, sorvegliare, proprio come la cugina Sea Eye, “occhio del mare”) lo scopo non è quello di soccorrere nessuno ma solo fare gli avvistamenti, distribuire i giubbotti salvagente e mettere l'Europa di fronte al fatto compiuto di un concreto o potenziale naufragio in atto, obbligandola ad intervenire. Non funziona. Non sempre. E allora cominciano a imbarcare i migranti soccorsi a bordo, fino a 300 e più persone su una nave di 32 metri e larga 7, la Sea Watch 2 che dal campo di base a Malta punta la prua verso le acque a largo di Tripoli ogni due settimane. L'altro obiettivo iniziale di Sea Watch, infatti, è para-umanitario e pre-politico: la sensibilizzazione di stampa e opinioni pubbliche a Berlino, Roma, Parigi e le grandi città europee. È questo uno dei motivi che porta l'ong a utilizzare la bandiera olandese per la propria nave, una scelta presa in funzione della policy marittima di Amsterdam che permette a quel tipo di natante di imbarcare un 50 per cento di equipaggio volontario e non professionista, da affiancare a pochi specialisti del mare come ex capitani in pensione, comandanti, studenti di tecnologia marittima, chef, medici, meccanici delle flotte commerciali di Amburgo. La rapida rotazione di missioni e equipaggi ogni due settimane coinvolge nelle attività di soccorso decine di persone di qualunque estrazione sociale e culturale. Che una volta tornate a casa non possono dimenticare ciò che hanno visto, ne parlano e ne fanno parlare. È infatti a bordo di Sea Watch che si formano quasi tutti i futuri fondatori e volontari delle altre ong tedesche, la presenza più massiccia nel Mediterraneo centrale.
Parla di “isomorfismo” il professor Eugenio Cusumano perché “quando affronti una sfida nuova è naturale imitare chi l'ha affrontate prima. È conveniente. Qui si sovrappongono due isomorfismi diversi, perché la stessa tendenza a imitare deriva anche dalla coercizione del contesto e cioè il fatto che in mare ci sono regole, leggi, regolamenti amministrativi come banalmente il fatto che una nave deve avere un capitano professionista, non si può fare altrimenti, e quindi la stessa struttura organizzativa delle ong converge verso alcuni punti fermi”. Nel mezzo di questa linea evolutiva si collocano gli spagnoli di Proactiva, che se da una parte ricordano Moas perché anch'essi sono l'emanazione umanitaria di una società privata di bagnini e sicurezza marittima sulle spiagge iberiche che riceve velatamente le stesse critiche (lo fate per i vantaggi fiscali o per farvi pubblicità), dall'altra adottano tecniche operative più simili alle tedesche. Fino a modificare la propria forma mentis, diventando più antagonisti nel corso del tempo per una reazione uguale e contraria alle accuse che gli vengono mosse: verranno indagati nel marzo 2018 dalla Procura di Catania di associazione per delinquere (inchiesta archiviata) e diffamati sul caso della migrante camerenunse Josepha soccorsa in punto di morte, dove per qualche giorno in Italia si diffonde la folle idea che la donna africana sia la comparsa di una finzione cinematografica.

Il modello operativo di Sea Watch e degli “imitatori” cambierà più volte andando verso la “professionalizzazione” del soccorso ma sempre come risposta al contesto esterno: inizia a effettuare i salvataggi – con annessa la necessità di una prima nave più grande, scorte a bordo, viveri, farmaci, figure professionali come l'ostetrica – per una ragione semplice: gli Sos ci sono, le navi europee no. Un percorso che si conclude quando la ong sarà fra le poche a non firmare il “codice di condotta” proposto nel 2017 dal ministero dell'Interno di Minniti – uno dei tasselli della politica di contenimento che si basa sugli accordi con la Libia e l'addestramento dei militari di Tripoli – e poi con la politica ancora più aggressiva del successore Matteo Salvini. Il rischio a quel punto è che pur stazionando in alto mare prima o poi la Guardia costiera italiana avrebbe chiesto loro di consegnare i profughi alle autorità libiche. Così Sea Watch si dota di una terza nave – più grande e potente ancora, la ex “Dignity 1” di Msf – che la rende autonoma negli spostamenti mentre in precedenza non avrebbe mai potuto fare rotta sull'Italia o Malta con decine e centinaia di persone a bordo o restare per 17 giorni al limite delle acque territoriali di un Paese in balia del “mercato della vacche fra Paesi europei sui migranti” dice Eugenio Cusumano riferendosi agli accordi una tantum sulla redistribuzione “dove si assiste a negoziati poco edificanti perché ad esempio fra i criteri che premono di più ai governi c'è quello della nazionalità di chi verrà accolto: si preferiscono le persone provenienti da nazioni africane in cui è più facile rimpatriare e quindi i senegalesi sono molto ambiti perché ci sono accordi per esempio con Parigi, mentre eritrei e sudanesi vengono percepiti dalle istituzioni come una grana”.

Sin dal principio però l'operazione Sea Watch (e derivati) è un successo umanitario, mediatico e di raccolta fondi. Ma non è necessariamente vista di buon occhio da tutti anche all'interno di quel mondo. Per le ong con una storia passata lunga di decenni “l'idea di mandare dei ragazzi allo sbaraglio o percepiti come tale, anche dal punto di vista legale e di due diligence con il rischio di conseguenze spaventose crea delle frizioni pur nel rispetto delle idee reciproche”, spiega il docente.

Arrivano i “professionisti”, li vogliono gli armatori

Non è un caso che in quel momento arrivano le “professioniste”: Save The Children e Medici Senza Frontiere, che tuttavia risponderanno in maniera differente alle “modifiche dell'ambiente esterno, anche legale”. Save the Children verrà vista tutt'altro che come un alleato quando si scopre che le indagini della magistratura sulle ong sono nate da personale non umanitario imbarcato con loro. Un sospetto alimentato dal fatto che fra le organizzazioni, lei è l'unica ad avere rapporti anche economici con lo Stato italiano in quel momento dichiaratamente interessato a “far fuori” i volontari dal Mediterraneo per chiudere e rafforzare gli accordi con la Libia. Medici Senza Frontiere invece tiene a fasi alterne una linea ortodossa sui principi umanitari di neutralità. Non firma il codice di condotta, viene indagata a Catania per traffico e smaltimento illecito di rifiuti prodotti su una propria nave e se ne va temporaneamente dal Mediterraneo (è appena rientrata ad operare) per non farsi trascinare in quello che con il Viminale di Salvini a fare la parte del leone diventa un vero e proprio agone politico. Ma Msf se ne va per almeno altri due motivi. Dietro questa scelta anche ragionamenti economici: non tanto il costo delle operazioni in mare, che nonostante le leggende circolate in questi anni sono inferiori rispetto ad avere un ospedale da 500 pazienti in Afghanistan o in Siria come da tradizione della ong, ma perché la campagna di criminalizzazione sta colpendo in quella fase al cuore delle donazioni. Il “pubblico” di Msf non è infatti quello di una piccola ong tedesca con spirito avventuriero e anarcoide finanziata anche dalle diaconie protestanti, ma una platea molto più ampia e differenziata che non vede necessariamente di buon occhio il “portarli qui da noi”. Vi è infine una riflessione sul ruolo della stessa Msf: nel mandato di un'organizzazione medica le operazioni Sar sono comunque un'anomalia, necessaria forse oggi, ma non ordinaria. In realtà la struttura decentralizzata della ong nata nel 1971 – con Msf Roma che insieme a Bruxelles gestiva la nave “Buorbon Argos”, Barcellona di ruolo sulla “Dignity 1”, Amsterdam in joint venture  prima con Moas e poi Sos Meditarranée – ha sempre immaginato le attività nel Mediterraneo anche come una piattaforma di intelligence per conoscere più a fondo e prima degli altri che cosa accade lungo le rotte migratorie africane, per impostare future attività pianificate. Ecco una delle ragioni per cui non è necessaria una presenza costante 365 giorni all'anno, ma si può decidere di effettuare temporanei periodi di inattività.

Da “umanitari” a “politici”

Un passo indietro: è probabilmente in questa fase (2016), seppur con delle ovvie sfumature temporali, che il Sar da operazione umanitaria sporadica diventa sistematica e inevitabilmente politica in senso lato. È la stessa Guardia costiera italiana a far sì che questo accada, intendendo le ong come uno dei bracci operativi – il più avanzato geograficamente – dell'intero Piano nazionale di soccorso varato una prima volta nel 1996 ma modificato in base ai tempi proprio nel 2015. Una situazione atipica a livello politico, giuridico e diplomatico. Perché per garantire i due obblighi fondamentali – non gli unici – stabiliti dalla “legge del mare”, che sono l'assistenza in mare e la ricerca e il salvataggio, occorre utilizzare “sempre risorse pubbliche e ricorrere a quelle private in casi di evidente carenza di mezzi dello Stato”. Così ha spiegato il significato delle convenzioni internazionali sul mare il 20 marzo 2015 Umberto Leanza, storico giurista e docente di diritto internazionale all'Università Tor Vergata, oltre che consulente del servizio contenzioso diplomatico, trattati e affari legislativi del Ministero degli Esteri, durante un seminario organizzato nella sede romana di Confitarma, la confederazione italiana degli armatori. Il luogo del convegno non è casuale. Prima delle ong infatti le “risorse private” sono i mercantili. Che nel 2014 soccorrono 44 mila persone nonostante l'operazione Mare Nostrum. Numeri che impattano sull'industria in termini di rischi, giornate di lavoro, turnazione dei marittimi, polizze assicurative, ritardi nelle consegne, deviazioni di rotta. È così che proprio l'industria navale italiana ed europea appoggia velatamente la presenza delle ong. Due delle navi battenti bandiera italiana, la “Vos Producence” e  la “Vos Hestia”, con cui hanno operano rispettivamente Msf e Save The Children lungo la rotta migratoria del Mediterraneo centrale, fanno parte della flotta di circa 200 imbarcazioni della Vroon Offshore, società basata nei Paesi Bassi ma con uffici anche a Genova e che offre numerosi servizi fra cui trasporto, navi di supporto offshore, servizi di installazione, manutenzione e ingegneria offshore, navi da carico secco, navi container, autocisterne ad alto calore. Vroon Offshore è lo stesso armatore finito al centro delle cronache per il caso della nave “Vos Thalassa” che in piena guerra alle ong da parte dell'Italia, nell'estate 2018, si ritrova a soccorrere delle persone e le viene ordinato di riportarle in Libia. Subisce una rivolta da parte di alcuni migranti che se ne accorgono e viene costretta a chiamare la Guardia costiera italiana parlando di “ammutinamento” a bordo e di rischi per la sicurezza dell’equipaggio. Il processo si concluderà con l'assoluzione dei migranti responsabili per legittima difesa perché il rischio di essere riportati in Libia viene giudicato una scriminante sufficiente, ma la vicenda spiega meglio di mille parole i timori dell'industria privata. “Le ong hanno riempito un vuoto creato dagli Stati – commenta Eugenio Cusumano – ma a prescindere dal sostegno alle loro attività, do per persa la loro battaglia sul medio-lungo periodo. Perché è un fatto che il controllo delle frontiere, anche in termini di sicurezza della vita umana, è una prerogativa delle nazioni”.

Che lo si dica in termini accademici (“il controllo delle frontiere è prerogativa delle nazioni”) o nei termini populisti che da due anni dominano l'agenda (“le ong vogliono decidere chi entra e chi esce”), l'ultima mutazione genetica delle organizzazioni umanitarie avviene nel 2018. Quando nasce la piattaforma italiana Mediterranea Saving Humans, gestita dalla società civile, e in cui entrano a far parte attivisti politici di lunghissima data come Luca Casarini. È la più “politica” delle ong, non si “nasconde” più dietro il solo rispetto ossequioso del diritto internazionale del mare che pure ha le sue falle, perché nei fatti non definisce mai in maniera specifica che cosa sia un “porto sicuro” ma solo che cosa non lo è, e per l'evoluzione del quadro italiano è naturale che proprio Mediterranea sia l'ultima a nascere anche in termini cronologici. Non nasconde la volontà di violare i provvedimenti presi dal primo governo Conte assumendosene la responsabilità rispetto alla cosiddetta “chiusura dei porti”. “Nasce come risposta al contesto politico – spiega il ricercatore olandese –. Alla base dell'idea di umanitarismo c'è quella di neutralità, è vero, ma se lo Stato criminalizza il soccorso in mare allora la disobbedienza civile e l'umanitarismo diventano la stessa identica cosa”.

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