24 febbraio 2020 ore: 11:38
Salute

Coronavirus, "ti spiego perché la tua scuola è chiusa"

Scuole chiuse in alcune regioni, viaggi d'istruzione e gite scolastiche annullate in tutta Italia e poi, naturalmente, le notizie che sui social circolano veloci e senza filtri: la parola “Coronavirus” è ormai entrata anche nel lessico dei più piccoli. Ecco un vademecum con i consigli del pedagogista Novara su come aiutarli a non avere paura
scuola, aula e banchi

ROMA - Scuole chiuse in alcune regioni, viaggi d'istruzione e gite scolastiche annullate in tutta Italia e poi, naturalmente, le notizie che sui social circolano veloci e senza filtri: la parola “Coronavirus” è ormai entrata anche nel lessico dei più piccoli, diventando quasi un intercalare. Se un tempo i pericoli si potevano “nascondere” ai bambini, in attesa che almeno gli adulti li comprendessero e imparassero a gestirli, oggi questo non è più possibile: i ragazzi vengono a conoscenza di ciò che accade con una rapidità straordinaria e spesso senza la mediazione degli adulti. Del Coronavirus quindi è meglio parlare in famiglie: Daniele Novara, in un breve vademecum pubblicato sul sito del Ccp (Centro psicopedagogico per l'educazione e la gestione del conflitti) fornisce alcune indicazioni utili su “come parlare del coronavirus ai bambini”.

“I genitori si pongono domande e non è sempre facile avere risposte scientifiche e comunque attendibili – osserva - È facile cadere nell’enfasi emotiva che non aiuta i più piccoli a vivere in questa inedita situazione”. D'altra parte, fa notare Novara, “per qualsiasi vicenda i bambini e le bambine vivono gli stati emotivi dei loro genitori, sono estremamente permeabili alle loro ansie e paure, alle loro inquietudini. Allo stesso tempo la presenza dei genitori è un elemento rassicurante; valgono ancora i famosi studi di Donald Winnicott: durante i bombardamenti tedeschi su Londra nella seconda Guerra Mondiale, quando i bambini meno traumatizzati furono quelli che restarono nei rifugi con i genitori piuttosto che quelli che furono allontanati dai genitori per andare in speciali strutture lontano dalla città. Il genitore educativo – afferma Novara - è quello che mantiene una presenza senza che questa presenza assuma contorni allarmanti e ansiogeni”.

Restare a casa, esperienza ludica

Nel caso specifico delle notizie su Coronavirus e relativi provvedimenti precauzionali, “i bambini vivono il restare in casa come un’esperienza ludica di vacanza - riferisce Novara - È importante che i genitori non li coinvolgano in discorsi fuori dalla loro portata o li espongano a informazioni televisive o digitali che sono di difficile gestione anche per gli stessi adulti, specialmente quando compare il tema della morte (che a partire dal quinto anno di vita il bambino è in grado di cogliere e di comprendere come perdita definitiva)”.

Pochi dettagli prima degli 8 anni

Spiega Novara: “Qualche genitore e insegnante, incautamente - come già capitato per il Giorno della Memoria con bambini di 7, 8 e 9 anni - pretende di coinvolgerli come se fosse possibile a un soggetto con capacità cognitive e un pensiero reversibile molto scarso di cogliere la complessità della situazione. Si rischia solo di creare angoscia che poi i figli piccoli non sono in grado di rielaborare sul piano psicologico e cognitivo”. Ecco perché “fino a 6, 7 anni si può tranquillamente dire che per alcuni giorni i bambini non andranno a scuola, mentre non è necessario spiegare in maniera dettagliata i motivi. Per quelli più grandi, a partire dagli 8 anni quando il pensiero è un po’ più formato, si può segnalare la presenza di una malattia che dobbiamo evitare e quindi ognuno resta a casa sua”.

Rassicurare sì, ma senza esagerare

“Occorre fare attenzione anche all’eccesso di rassicurazioni – aggiunge Novara - Esiste una comunicazione diretta e una comunicazione subliminale. Spesso gli adulti finiscono col trasmettere le loro preoccupazioni, quasi che tranquillizzare i bambini diventasse un modo per tranquillizzare se stessi. Le comunicazioni dovrebbero essere molto asciutte e limitate – raccomanda Novara -, qual tanto che basta per dire ai più piccoli come sarà la loro vita: non andranno a scuola, staranno in casa, potranno fare dei giochi, fare un po’ di compiti, leggere ed eventualmente incontrare in casa altri bambini. Insomma, in educazione è sempre meglio comunicare ai figli ciò che faranno o devono fare piuttosto che dare 'spiegoni' eccessivi – conclude - I bambini come sempre sono quelli che ce la fanno meglio di tutti”.

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