23 marzo 2020 ore: 14:16
Immigrazione

Coronavirus, quali tutele per i migranti? Dai Cpr ai Cas, ecco cosa si deve fare subito

di Eleonora Camilli
Un centinaio di associazioni hanno stilato un documento con le richieste al Governo. Si chiedono misure sanitarie immediate per le persone che vivono in situazioni di promoiscuità e prossimità forzata nei centri di accoglienza, negli hotspot, nei siti informali. “Un contagio in questi luoghi avrebbe conseguenze drammatiche”
Migranti in fila - SITO NUOVO
ROMA - “Nei periodi di crisi, gli effetti delle disuguaglianze formali e sostanziali diventano ancor più evidenti. Le note che seguono forniscono una prima panoramica sui diritti dei cittadini stranieri messi a rischio dall’emergenza Covid-19.” Così inizia il Documento sottoscritto da un centinaio di associazioni e singole persone che evidenzia le criticità della condizione delle persone straniere ed in particolare dei richiedenti asilo, delle persone senza fissa dimora e dei lavoratori e delle lavoratrici ammassati negli insediamenti informali rurali, in questo periodo di emergenza sanitaria. Il documento, come anticipato da Redattore Sociale,  propone anche alcune soluzioni che il Governo potrebbe adottare fin da subito. “Le persone ad oggi sono prive di effettiva tutela, nella maggioranza dei casi anche degli strumenti minimi di contenimento (mascherine e guanti – acqua, servizi igienici), ed oggettivamente impossibilitate a rispettare le misure previste dal legislatore, vivendo in luoghi che di per sé costituiscono assembramenti” sottolineano le associazioni chiedendo di applicare tutte tutele previste dai provvedimenti per contenere il contagio da coronavirus. 

Innanzitutto, si analizza la situazione nei centri di accoglienza straordinaria che con il decreto sicurezza n. 118/2018 voluto dal precedente governo, sono diventati grandi contenitori di persone, con significativa riduzione dei servizi, compresi quelli sanitari. Per questo le associazioni firmatarie chiedono che vengano chiusi, riorganizzando il sistema secondo il modello dell’accoglienza diffusa in piccoli appartamenti e distribuiti nei territori. Nella situazione attuale, infatti. è impossibile i il rispetto delle misure legali vigenti, a partire dalla distanza tra le persone e al divieto di assembramenti. “Sebbene alcune Prefetture abbiano diramato indicazioni ai responsabili dei Cas - si legge nel documento -chiedendo di "assicurare l'adozione di tutte le iniziative necessarie all'applicazione delle prescrizioni di carattere igienico-sanitario previste", non sono accompagnate dalla puntuale fornitura di mascherine e disinfettanti personali, né da una sanificazione costante dei locali. Aumentano, inoltre, le segnalazioni da parte di persone accolte alle quali è stato vietato in modo assoluto l’uscita dal centro, in contrasto con le disposizioni dei decreti ministeriali che consentono l’uscita per lavoro e motivazioni di salute. In particolare risulta che, in alcuni casi sono state le stesse autorità amministrative e/o giudiziarie ad impartire direttive ai responsabili delle strutture in cui si auspica l'adozione di condotte coercitive. Si ritiene che tali misure siano abnormi e che superino la logica alla base dei provvedimenti emergenziali che si sono susseguiti nel corso dell'ultima settimana”. Il problema è anche lo scarso accesso alle cure: “secondo le informazioni disponibili, è piuttosto problematico l’accesso ai servizi territoriali sanitari e sociali, per coloro che sono all’interno dei Cara e dei Cas - continua il documento -. Ciò risulta particolarmente rilevante nell’attuale contesto di emergenza, durante il quale sono indispensabili diagnosi tempestive ed efficaci trattamenti dei casi sospetti, a cura dei medici di medicina generale. L’iscrizione al Ssn è ostacolata in diversi territori, anche in ragione delle differenti normative regionali in materia di accesso alla salute e alle relative esenzioni dal pagamento dei ticket. L’utilizzo del codice Stp per i richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale è tuttora una pratica diffusa e si sovrappone alla frequente limitazione dell’accesso ai soli ambulatori presenti nelle strutture governative di accoglienza”.

Nel documento chiede, poi, che venga consentito l’accesso al Siproimi (ex Sprar) anche per coloro che ne sono stati esclusi dal decreto sicurezza (titolari di permesso umanitario, richiedenti asilo) e che le persone senza fissa dimora o che vivono negli insediamenti informali rurali (cioè che lavorano per l’agricoltura per fornire i prodotti per la vita quotidiana) siano accolte in strutture adeguate, con dotazione di acqua e servizi igienici, oggi assenti in questi ultimi. “Non risultano essere state emanate direttive specifiche per assicurare un adeguato ricovero, sia diurno che notturno, per tutte le persone che, per qualunque ragione, siano senza dimora o vivono in condizioni inadeguate - sottolineano le associazioni -. La pur censurabile assenza di disposizioni specifiche non esime le autorità pubbliche, coordinate dal Prefetto, anche alla luce dei poteri ad esso conferiti dal Dpcm del 9 marzo 2020, dal dovere di allestire, con immediatezza e senza la necessità di attendere ulteriori istruzioni, ogni misura opportuna di ricovero in luoghi idonei delle persone che non hanno adeguata dimora. Non è superfluo evidenziare che l’invito a “restare a casa” e l’applicazione di sanzioni nei confronti di chi non ottemperi sia discriminante e configuri una doppia ingiustizia nei confronti di chi è privo di fissa dimora”.

Analoghe richieste vengono avanzate per i Cpr e gli Hotspot, evidenziando, quanto ai primi, la necessità di impedire nuovi ingressi e per le persone già trattenute di disporre le misure alternative al trattenimento, stante l’impossibilità attuale di eseguire ogni rimpatrio nei Paesi di origine. In questi luoghi - scrivono i promotori dell’iniziativa - un numero elevato di persone vive in condizioni di promiscuità, spesso in condizioni sanitarie precarie, in assenza di adeguati presidi sanitari interni ai centri frequentati da persone che vivono all’esterno: dal personale di polizia e dell’esercito, al personale degli enti gestori, alle e ai mediatori, agli operatori/trici e, per quanto riguarda i Cpr, alle/ai giudici e agli avvocati/e. Le misure eventualmente adottabili (autocertificazioni, uso di mascherine, mantenimento della distanza di almeno un metro tra trattenuti e altre persone) non appaiono idonee a scongiurare il rischio che avvengano contagi all’interno. “Appare del tutto evidente che un contagio all'interno dei Cpr o degli hotspot avrebbe conseguenze drammatiche, non potrebbe essere affrontato con misure di isolamento dei soggetti che risultassero contagiati, sia in quanto non sono normativamente previste aree siffatte - continua il documento -sia perché significherebbe concentrare in condizioni di promiscuità, in aree isolate e con privazione dei diritti fondamentali, un numero sempre maggiore di trattenuti contagiati. L’esplodere del contagio nei Cpr e negli hotspot, dunque, imporrebbe presumibilmente un aumento significativo del numero di ricoveri in ospedale, con conseguenti effetti anche sulla tenuta e funzionalità del sistema sanitario, già gravemente sollecitato dall’emergenza in atto”.

Infine, nel documento si parla anche della situazione in cui versano le persone migranti che anche in questo periodo possono arrivare in Italia, per cercare di sottrarsi a morte e torture nei campi in Libia o in fuga da situazioni di grave pericolo. “Rispetto a costoro chiediamo che vengano predisposte misure che consentano la rapida indicazione di un porto sicuro per lo sbarco e la predisposizioni di protocolli atti ad evitare la diffusione della pandemia in corso” chiedono le associazioni . 

Le associazioni chiedono quindi al legislatore di non ignorare le riforme che da tempo sono urgenti per le persone straniere e per la democrazia tutta, dalla cittadinanza, all’abrogazione dei  decreti sicurezza, alla sempre più urgente regolarizzazione. 

“L’insieme di queste richieste, che ci auguriamo il legislatore e tutte le competenti autorità prendano immediatamente in considerazione, non rispondono solo ad una imprescindibile necessità di trattamento uguale per tutte le persone - conclude il documento -, “ senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” (art. 3 Costituzione), ma ad una necessità per la salvaguardia dell’intera salute pubblica”.
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