28 gennaio 2020 ore: 11:00
Ambiente

Popoli artici, "diritto a terra e risorse danneggiato da crisi climatica"

La popolazione inuit è piuttosto giovane, il 33% ha meno di 15 anni: "La velocità del cambiamento, il problema più grande". In corso la conferenza Arctic Frontiers (26-30 gennaio) in Norvegia
Foto: Arctic Council Secretariat / Linnea Nordström (via Flickr) Andenes, Norvegia

Andenes, Norvegia

I popoli artici sono costretti ad affrontare prima di altri le conseguenze della crisi climatica. “Siamo un popolo distinto con uno status distinto e distinti diritti, il diritto alla terra e il diritto alle risorse che sono stati purtroppo danneggiati dal cambiamento climatico”, dice in un’intervista a Osservatorio Diritti  Dalee Sambo Dorough, presidentessa del Consiglio Circumpolare Inuit. Che aggiunge: “Non soltanto siamo influenzati da quello che succede per via del riscaldamento globale, ma anche dall’attitudine coloniale delle altre nazioni e delle compagnie. Uno degli strumenti che abbiamo per difenderci sono i diritti umani”.

Chi sono
. I popoli indigeni dell’Articolo, detti anche “popoli circumpolari” o “popoli artici”, raggruppano diversi gruppi. Tra questi, ci sono
Sami, Nenets, Khanty, Evenk, Chukch, Aleut, Yupik e gli Inuit (Iñupiat) americani in Alaska, gli Inuit (Inuvialuit) canadesi e gli Inuit (Kalaallit) groenlandesi. “Ci sono molte sfumature, ma anche alcune caratteristiche simili da una zona all’altra nella spiritualità. Questa è sempre connessa al mare e agli animali marini. Così come le nostre lingue sono profondamente legate all’osservazione, alla conoscenza e all’uso delle nostre terre e dell’oceano”, dice ancora Dorough.

Cambiamenti troppo rapidi
. La popolazione inuit è piuttosto giovane (il 33% ha meno di 15 anni) ed è ancora in crescita. “Il cambiamento climatico si è sempre verificato e gli inuit si sono continuamente adattati a questi effetti. Tuttavia, oggi questi cambiamenti sono estremamente rapidi e l'adattamento è più precario.
È la velocità del cambiamento il problema più grande, insieme alla capacità di mitigare questi cambiamenti in modi che consentano di mantenere la cultura”, commenta Shirley Tagalik, un’educatrice di comunità ad Arviat, Nunavut, in Canada. Tagalik è impegnata anche nella comunicazione di quello che sta accadendo, ma non è sufficiente. “Possiamo cercare di diffondere costantemente i nostri messaggi, utilizzare le nostre organizzazioni per condividerli, ma alla fine è il mondo che deve impegnarsi a cessare la distruzione dell'ambiente e ad apportare profondi e significativi cambiamenti nella vita quotidiana ad ogni livello”.

La Conferenza
. Proprio in questi giorni è in corso la conferenza Arctic Frontiers (26-30 gennaio)
a Tromsø, in Norvegia. Si tratta di un incontro annuale dedicato proprio allo sviluppo sostenibile nell’Artico rivolto a scienziati, politici, imprenditori e studenti per trovare strategie comuni. Un appuntamento sempre più importante, vista la situazione: dal ’79, da quando cioè ci sono satelliti che studiano l’Artico, è stato calcolato che l’area media coperta dal ghiaccio è diminuita almeno del 40% e lo spessore medio è sceso di più della metà. A questo punto, l’argomento di discussione è concentrato proprio su quando non ci sarà più ghiaccio marino artico.

L’articolo integrale di Emanuela Barbiroglio, "Riscaldamento globale: conseguenze pesanti per i popoli artici", può essere letto su Osservatorio Diritti.  Foto: Arctic Council Secretariat / Linnea Nordström (via Flickr)

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