9 novembre 2019 ore: 12:51
Famiglia

Impiego o figlio? A Bologna aumentano dimissioni delle donne

700 rinunce del 2014 salite a 1.300; ben 1.296 in 10 mesi 2019. Nella Citta' metropolitana di Bologna cresce ancora il numero delle donne che si dimette volontariamente dal posto di lavoro di fronte alla scelta tra famiglia e professione

BOLOGNA - Nella Citta' metropolitana di Bologna cresce ancora il numero delle donne che si dimette volontariamente dal posto di lavoro di fronte alla scelta tra famiglia e professione. Lo certifica la relazione annuale sulle convalide delle dimissioni delle lavoratrici madri nel 2019, presentata dall'Ispettorato del lavoro di Bologna a Palazzo D'Accursio, nei giorni scorsi in commissione. "Dal 2014 al 2018 siamo passati da 700 a quasi 1.300 dimissioni, il trend e' in costante aumento", spiega Luigina Lillo dell'Ispettorato del lavoro. La conclusione e' solo una: "Non abbiamo fatto passi in avanti, anzi stiamo tornando indietro", tira le somme Giuseppina Morolli di Uil Emilia-Romagna.

Insomma la situazione non migliora, nonostante le recenti misure varate dal Comune di Bologna a sostegno della maternita' come il taglio delle rette dei nidi, la riduzione delle tasse scolastiche e lo sconto sulla Tari connessa al numero dei figli, elenca l'assessore con delega alle Pari opportunita' di Bologna, Susanna Zaccaria. Sono 1.296 le persone che, fino al 16 ottobre scorso, hanno rassegnato le dimissioni lavorative: le donne (872) sono piu' del doppio degli uomini (424). Un dato chiaro per la consigliera comunale dem Simona Lembi, che mostra "la discriminazione lavorativa ancora in atto" perche' "chi subisce di piu' le conseguenze della crisi economiche sono le donne".

L'identikit della lavoratrice dimissionaria, tratteggiato dai dati del report annuale, e' una donna tra i 29 e i 44 anni (75% dei casi), italiana (77%), con anzianita' di servizio sotto i tre anni (58%), operante nel settore terziario (78%) con un ruolo da impiegata o operaia (94%). Il motivo principale nella scelta di lasciare il posto di lavoro e', per un terzo di loro, la difficolta' di conciliare l'impegno in ufficio con la cura del figlio. L'opzione part time potrebbe essere una soluzione, ma e' "tutt'altro che facile, o non lo sanno o non la chiedono perche' il datore tanto non glielo concederebbe", chiarisce Filippo Lombardo dell'Ispettorato del lavoro bolognese.

"'Conciliazione', 'azioni positive', con queste parole abbiamo avuto ben pochi risultati", riflette Milena Schiavina, responsabile sportello donna Cgil Bologna, "le donne piu' che altro si sono conciliate con se stesse, hanno accettato quello che c'era, ma non e' a sufficienza". Come esempio la sindacalista porta il numero di infortuni sul lavoro, dove primeggiano le lavoratrici bolognesi perche' "corrono da una parte all'altra con mille cose da fare e avvengono sempre infortuni in itinere". La consigliera di parita' in Citta' metropolitana, Giorgia Campana, coglie la palla al balzo e racconta come il suo stesso ruolo riassuma bene la situazione: "Il mio osservatorio sulla parita' e' nato con grande spinta ma alla realta' dei fatti lavoro in questo senso solo due giorni al mese".

L'indice di occupazione femminile in Italia nel 2006 era del 46%, 13 anni dopo e' del 48%, segnala Lembi secondo cui "le normative nazionali sono timide, serve piu' coraggio" e invita il legislatore italiano ad "occuparsi soprattutto di tutelare i momenti piu' fragili della vita di una donna, quale e' la maternita'". Per Zaccaria invece si tratta soprattutto di una questione culturale: "Non si possono imporre con delle norme dei cambiamenti, bisogna spingere le persone a pensare ai 'problemi delle donne' come problemi collettivi".

Morolli lancia un ponte tra le due visioni e conclude: "Le donne che lavorano sono un valore aggiunto, investire su di loro vuol dire crescita economica e sociale. Fino a quando non ci saranno politiche in questo senso non si fara' mai un salto di qualita' nella parita' di genere". (DIRE)

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