20 dicembre 2019 ore: 15:33
Disabilità

Dopo di noi, quanto costa una casa? Domande senza risposta, a un anno dal riparto

La legge è stata approvata nel giugno 2016, il riparto dei fondi è avvenuto un anno fa: a distanza di tanto tempo, tuttavia, in molte regioni nessun progetto è stato ancora realizzato con le risorse stanziate. Perché? “La legge è generica e sono i comuni a dover dare indicazioni”. Il punto di Berliri (Casa al plurale) su costi, preoccupazioni, prospettive
Casablu casa famiglia

ROMA – La legge sul Dopo di noi è ancora in gran parte solo sulla carta, mentre la sua attuazione nei territori è tutta (o quasi) da realizzare. Se da un lato il riparto delle risorse tra le regioni è avvenuto quasi un anno fa (in GU il 5 gennaio 2019), dall'altro si attendono ancora, quasi ovunque, le delibere dei comuni, che indichino le modalità specifiche e le caratteristiche che i progetti devono avere.

“Per ora, abbiamo in mano solo la legge, che è generica – ci spiega Luigi Vittorio Berliri, presidente dell'associazione Casa al Plurale, cui aderiscono oltre 50 case famiglia di Roma e Lazio per minori e persone con disabilità – Anche nel comune di Roma siamo in attesa dell'approvazione della delibera”. Una notizia, questa, confermata dall'assessora alla Persona, scuola e comunità solidale Veronica Mammì.

Tante domande, poche risposte

Soprattutto sulle caratteristiche, le modalità di gestione e di conseguenza i costi reali delle strutture a carattere familiare, che sono tra i dettami principali e più innovativi della norma, tutto resta ancora da definire e mettere a fuoco. “La delibera - continua Berliri – risponderà ad alcune domande fondamentali per noi progettisti e operatori sociali, che abbiamo il compito di dare gambe alla norma: chi è il responsabile di queste strutture che, come chiede la legge, devono ospitare quattro persone con disabilità? Chi assume gli operatori? Chi risponde dell'organizzazione del servizio? Chi paga? Con quali soldi? Una delle nostre preoccupazioni è che si pensi di poter coprire gli oneri di gestione con le risorse portate 'in dote' dagli ospiti, ma questa dote non è sufficiente. Per esempio, un ospite può 'portare con sé' le sue 20 ore settimanali di assistenza domiciliare: ma la legge richiede un impegno assistenziale ben maggiore e non si capisce, per ora, con quali risorse si debba andare a coprire. Mi domando: qualcuno si è mai seduto al tavolo per calcolare questi costi?”.

Le preoccupazioni

C'è poi un'altra preoccupazione, questa soprattutto delle famiglie, a cui per ora la legge non offre risposte rassicuranti: “Se la casa appartiene a una persona con disabilità, che la mette a disposizione del progetto, cosa accade quando questa persona viene a mancare, o semplicemente decide di non partecipare più al progetto? E' una questione che deve assolutamente essere normata con attenzione”, spiega Berliri.

E poi c'è la questione, ancora indefinita, della compartecipazione economica da parte delle famiglie. “La delibera del comune di Roma, per quanto ne sappiamo, chiederà alle famiglie con determinati requisiti di reddito di partecipare alle spese al 100%. Ma di quali spese parliamo? Nel caso della lieve disabilità, anche il costo assistenziale è lieve. Ma per le disabilità gravi e gravissime, cui la legge si rivolge, la spesa è molto più alta. Temo che questa misura possa funzionare molto bene per le disabilità lievi, ma non riesca invece a rispondere proprio ai destinatari per i quali è stata pensata”, afferma Berliri.

Chi ha più di 64 anni non entra?

C'è però una preoccupazione ancora più grande, che riguarda nello specifico la regione Lazio, che “ha commesso un grave errore interpretativo della norma nazionale, limitando il servizio alle persone tra i 18 e i 64 anni. Perché? Perché, nella ripartizione dei fondi, la norma ha utilizzato l'unico criterio oggettivo disponibile: i dati Istat sui cittadini con disabilità tra i 18 e i 64 anni. La regione ha erroneamente trasformato in requisito questo che era invece un criterio di riparto. L'impatto di questa restrizione sarebbe notevole, dal momento che impedirebbe l'accesso alle strutture a quelle persone con disabilità diventate anziane, che con più urgenza esprimono il bisogno di supporto”.

Il 'dopo di noi' nel progetto Residenzialità

Mentre queste domande restano aperte e in attesa di risposte chiare, a Roma nessuna struttura per il “dopo di noi” è stata finora inaugurata con i fondi stanziati dalla legge. “Per adesso, da quel che ci risulta, si stanno sfruttando le prime risorse progetti di avvio alla residenzialità con, come i soggiorni nel fine settimana o per brevi periodi”. Eppure, strutture per il “dopo di noi” esistono e alcune sono gestite proprio dalle cooperative, fondazioni e associazioni che aderiscono a Casa al plurale. “E' merito dell'intuizione che, molto prima delle legge, ebbero a Roma Francesco Rutelli e Amedeo Piva – ricorda Berliri – Furono loro a ideare e finanziare il Progetto residenzialità, che attualmente risponde all'esigenza del 'dopo di noi' proprio tramite case famiglia, simili ma diverse rispetto a quelle previste dalla legge”. La differenza principale consiste nella capienza delle strutture: laddove la legge nazionale parla di strutture per quattro persone, le attuali case famiglia sorte con il progetto Residenzialità contano fino a otto ospiti. “Inoltre, cambia il tipo di accreditamento richiesto, la tipologia di abitazione e ci sono requisiti e criteri più rigidi del progetto residenzialità, rispetto al modello più flessibile nella legge nazionale. Non sappiamo cosa accadrà, ma immagino che le strutture che sorgeranno con i fondi del Dopo di noi coesisteranno con quelle del progetto comunale”.

Intanto, “alcuni dei nostri associati già nei primi mesi del 2020 partiranno con nuovi progetti 'figli' di questa nuova legge, non appena avremo le indicazioni e la cornice normativa chiara. Tra gennaio e febbraio – annuncia Berliri – contiamo di poter raccontare questa nuova risposta al dopo di noi”. (cl)

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