19 marzo 2020 ore: 14:28
Salute

"Diciamo che siamo in guerra perché non abbiamo altre parole"

di Dario Paladini
La testimonianza di Damiano Rizzi, presidente della ong Soleterre che guida l'equipe di psicologi impegnati nei reparti Covid-19 del Policlinico San Matteo di Pavia. "Uno degli aspetti che più mette in crisi il personale è che non hanno tempo per conoscere i pazienti, lavorano solo sui corpi"
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MILANO - "Mamma, sei sempre nei nostri cuori, ti pensiamo sempre": poche parole, di una figlia alla madre anziana. Le ha scritte su un foglietto e l'ha affidato a una delle psicologhe che lavorano nei reparti Covid-19 del Policlinico San Matteo di Pavia. "Era da due settimane che questa figlia non vedeva né parlava con la madre ricoverata. È una malattia devastante perché isola le persone e crea un vuoto di comunicazione. Il biglietto restituisce concretezza e fisicità al rapporto", spiega Damiano Rizzi, psicologo clinico e presidente della Fondazione Soleterre, ong che da poco più di una settimana ha avviato un progetto di assistenza psicologica a medici, infermieri, pazienti e famigliari. Soleterre già da alcuni anni è presente al San Matteo nel reparto di oncologia pediatrica. Gestisce o supporta centri ospedalieri e strutture sanitarie in Ucraina, Uganda, Marocco, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centrafricana e Costa d’Avorio.

Con l'emergenza Covid-19 ha deciso di schierare dieci psicologi nei reparti di rianimazione, pronto soccorso e malattie infettive del San Matteo e altri cinque offrono assistenza da remoto ai famigliari dei pazienti. "Ci sono così tanti pazienti che medici e infermieri fanno fatica a conoscerli. Non riescono a creare quel rapporto medico-paziente-famigliare che finora caratterizzava il loro lavoro. Non hanno il tempo per conoscere la storia dei pazienti. E questo è uno degli aspetti che più mette in crisi il personale di questi reparti: lavorano solo sui corpi. Cominciano a sentire la stanchezza, anche se ho visto un ospedale ben organizzato, con professionisti che stanno dedicandosi totalmente e con grande lucidità".

Il compito degli psicologi è anche quello di ricostruire le storie dei pazienti, tenendo i contatti con i famigliari. "I parenti si sentono in colpa perché pensano di essere stati il veicolo del contagio. E spesso la situazione precipita nel giro di poche ore. Non c'è quindi il tempo per condividere le scelte terapeutiche. E la cosa più straziante è che tutto questo avviene senza la possibilità di vedere e toccare il proprio famigliare ricoverato".

Nei reparti Covid-19 tutti sono bardati. "Non vedi i volti. La comunicazione tramite il corpo, importantissima nei rapporti, non c'è. Puoi contare solo sulle parole e sul tono della voce". I pazienti intubati o con il casco per la respirazione non possono comunicare con nessuno, vedono solo corpi completamente coperti e volti mascherati, non hanno notizie dei loro famigliari. Per questo un  foglietto scritto a mano, di cui magari riconosci la calligrafia, diventa uno squarcio di luce in una situazione drammatica.

E poi c'è la morte. La notizia ai famigliari arriva via telefono. Magari sono stati informati qualche ora prima che la situazione era disperata. E non c'è solo lo strazio di non essere stati vicini alla madre, al padre, al figlio, alla figlia, al fratello o alla sorella negli ultimi istanti della sua vita. "Ci sono salme in attesa da giorni di essere cremate - racconta Damiano Rizzi-. Il fatto di non sapere dove sia il corpo di una persona a noi cara è un peso umanamente inaccettabile. Per ciascuno di noi la morte di un parente o di un amico ha una dimensione interna e una esterna. La dimensione esterna, ossia il corpo, la bara e il funerale, rende vera e reale la situazione che stiamo vivendo. Non basta che ci abbiano detto che quella persona è morta. Ancora oggi le madri di Srebrenica (Bosnia) stanno cercando le ossa dei loro figli massacrati nel 1995 e sepolti nelle fosse comuni. Il rito funebre serve a dare significato alla nostra vita. E la situazione di queste settimane è destabilizzante per tutti, perché sentiamo che se una società non riesce a prendersi cura dei morti potrebbe non essere in grado di prendersi cura dei vivi. Senza una degna sepoltura dei nostri morti non riusciamo a sentirci umani come vorremmo".

Soleterre prevede di incrementare il numero degli psicologi nei reparti Covid-19. "Appena abbiamo lanciato il progetto molti colleghi hanno aderito subito e con entusiasmo". Ci sarà bisogno di loro per molto tempo, anche quando il picco dei contagiati e dei morti sarà stato superato e sembrerà di intravvedere l'uscita dal tunnel. "Credo che stiamo vivendo un'esperienza unica -conclude il presidente di Sole Terre-. Diciamo che siamo in guerra, ma solo perché non abbiamo altre parole per descrivere quel che sta succedendo".  
 
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