28 luglio 2017 ore: 11:12
Economia

L’occupazione riparte al Sud, ma non incide sull’emergenza sociale

I dati della Svimez. Nonostante alcuni dati positivi, il Mezzogiorno d’Italia agli attuali ritmi recupererà i livelli pre-crsi solo nel 2028. Circa 10 persone su 100 sono in condizione di povertà assoluta, contro poco più di 6 nel Centro-Nord. Calano gli investimenti pubblici
Povertà. Vecchietta di spalle seduta su un muretto - SITO NUOVO

ROMA - Il 2016 è stato positivo per il Sud, il cui PIL è cresciuto dell’1%, più che nel Centro-Nord, dove è stato pari a +0,8%. Ciò è la conseguenza di alcune condizioni peculiari: il recupero del settore manifatturiero, cresciuto cumulativamente di oltre il 7% nel biennio 2015-2016, e del +2,2% nel 2016, la ripresa del settore edile (+0,5% nel 2016), il positivo andamento dei servizi (+0,8% nel 2016). A dirlo è la Svimez, l’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, che anticipa i dati del rapporto Svimez 2017. E ovviamente sottolinea anche una forte disomogeneità degli andamenti delle regioni del Sud nel 2016. In questo senso, la Campania è la regione italiana, e non solo meridionale, che ha registrato nel 2016 il più alto indice di sviluppo.  E anche la Basilicata continua ad andare bene, è la seconda regione del Mezzogiorno e una delle prime d’Italia, anche se rallenta la crescita (da più 5,4% del 2015 a +2,1% del 2016).

Previsioni 2017 e 2018. In base alle previsioni Svimez, quest’anno il PIL dovrebbe aumentare dell’1,1% al Sud e dell’1,4 % nel Centro-Nord. Nel 2018 si prevede un aumento del prodotto dello 0,9% nel Mezzogiorno e dell’1,2% al Centro Nord. Il principale driver della crescita meridionale nel 2017 dovrebbe nuovamente essere la domanda interna: i consumi totali crescerebbero dell’1,2% (quelli delle famiglie dell’1,4%) e gli investimenti al Sud del +2%. Si prevede anche una crescita per l’occupazione. (+0,6%).
La Svimez ha stimato gli effetti dell’eventuale attivazione della clausola di salvaguardia relativa all’aumento delle aliquote Iva nel 2018 per circa 15 miliardi. Se, infatti, tale aumento diventasse operativo, sarebbe l’economia meridionale a subire l’impatto più negativo, in quanto nel biennio 2018 – 2019 il Pil del Sud perderebbe quasi mezzo punto percentuale di crescita (-0,47%), due decimi di punto in più rispetto al calo di prodotto presunto nel Centro-Nord (-0,28%).

L’evoluzione del Pil negli ultimi anni. Nel 2016 il prodotto dell’Italia è cresciuto dello 0,9%, dopo essere aumentato dello +0,1% nel 2014 e del +0,8% nel 2015. Il recupero, però, è molto più lento se confrontato con l’Area dell’Euro, dove la crescita è stata doppia (1,8%) e con l’intera Unione Europea, dove è stato ancora maggiore (+1,9%). Si è quindi continuata ad allargare la forbice di sviluppo con l’Europa: dall’inizio della crisi nel 2008, il divario cumulato con l’Area dell’Euro è aumentato di oltre 10 punti percentuali, con l’Unione Europea di oltre 12 punti. Nel quindicennio 2001 – 2016 la caduta del Pil cumulato al Sud è stata del -7,2%, a fronte di una crescita del 23,2% dell’Ue a 28.

Aumento di consumi e investimenti al Sud nel 2016. La crescita del prodotto nel 2016 è stata sostenuta nel Mezzogiorno dall’aumento sia dei consumi che degli investimenti: entrambe le voci hanno mostrato, come nel 2015, un incremento positivo, dopo 7 anni di flessioni consecutive. I consumi finali interni sono aumentati al Sud dell’1%, quelli delle famiglie dell’1,2%, anche se nelle aree meridionali aumenta meno che nel Centro-Nord la spesa alimentare e quella per abitazioni. La crescita degli investimenti nel 2016, (pari al 2,9% nel Sud), è stata elevata sia nell’industria in senso stretto (+5,2%), dopo anni di flessioni, sia soprattutto nell’edilizia (+8,7%). L’andamento è stato, invece, negativo nell’agricoltura (-3%, dopo il +4,2% del 2015 che ha risentito dell’annata agraria eccezionale). Si conferma altresì la crescita dell’export, anche in un periodo di rallentamento del commercio internazionale.

Forte calo degli investimenti pubblici al Sud. Terminata nel 2015 la fase di accelerazione della spesa pubblica legata alla chiusura della programmazione dei Fondi strutturali 2007-2013, per scongiurare la restituzione delle risorse comunitarie, nel 2016 c’è stata una severa contrazione della spesa pubblica in conto capitale. Nell’anno ha toccato nel Sud il punto più basso della sua serie storica, appena 13 miliardi, pari allo 0,8% del Pil.

Riparte l’occupazione ma non incide sull’emergenza sociale. Nella media del 2016 gli occupati aumentano rispetto al 2015 al Sud di 101 mila unità, pari +1,7%, ma restano comunque di circa 380 mila al di sotto del livello del 2008. L’aumento deidipendenti a tempo indeterminato in termini relativi è più accentuato nel Mezzogiorno, grazieal prolungamento della decontribuzione. Ma l’incremento degli occupati anziani e del part timecontribuisce a determinare una preoccupante ridefinizione della struttura e qualitàdell’occupazione. La riduzione dell’orario di lavoro, facendo crescere l’incidenza deidipendenti a bassa retribuzione, deprime i redditi complessivi. Il dato più eclatante è il formarsie consolidarsi di un drammatico dualismo generazionale: in Italia rispetto al 2008 sono ancoraun milione 900 mila i giovani occupati in meno. Per quel che riguarda i settori, nel 2016,aumenta l’occupazione nell’industria (+2,4%), mentre diminuisce nelle costruzioni (-3,9%).Significativo incremento nel turismo (+2,6%).

Persistente aumento di povertà e diseguaglianze. Nel 2016 circa 10 meridionali su 100 sono in condizione di povertà assoluta, contro poco più di 6 nel Centro-Nord. L’incidenza della povertà assoluta al Sud nel 2016 cresce nelle periferie delle aree metropolitane e, in misura più contenuta, nei comuni con meno di 50 mila abitanti. Nelle regioni meridionali il rischio di povertà è triplo rispetto al resto del Paese: Sicilia (39,9%), Campania (39,1%), Calabria (33,5%). La povertà deprime la ripresa dei consumi, e, in questo contesto, le politiche di austerità hanno determinato il deterioramento delle capacità del welfare pubblico a controbilanciare le crescenti diseguaglianze indotte dal mercato, in presenza di un welfare privato del tutto insufficiente al Sud.

Nuovo dualismo demografico. Il Sud non è più un’area giovane, né tanto meno il serbatoio di nascite del resto d’Italia: negli ultimi 15 anni, al netto degli stranieri, la popolazione meridionale è diminuita di 393 mila unità, mentre è aumentata di 274 mila nel Nord. Nel 2016 la popolazione del Sud è diminuita di 62 mila unità, calo determinato da una flessione di oltre 96 mila italiani e da una crescita di 34 mila stranieri. Nel Centro Nord il calo di popolazione è stato meno intenso: -14 mila unità. Negli ultimi 15 anni sono emigrati dal Sud 1,7 milioni di persone, a fronte di un milione di rientri, con una perdita netta di 716 mila: nel 72,4% sono giovani entro i 34 anni, 198 mila sono laureati.

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