2 novembre 2019 ore: 09:02
Società

La tenerezza infinita di Dio

L’atteggiamento di Dio nei confronti delle sue creature è di una tenerezza infinita. Il Libro della Sapienza da una parte esalta il bene che Dio vuole al mondo. Dall’altra, nei confronti delle creature umane dimostra tolleranza e pazienza.

E’ una grande lezione che deriva dalla concezione propria e unica della religiosità ebraico-cristiana. Sono lontane le vendette, gli odi, che le religioni non cristiane, soprattutto quelle arcaiche, avevano immaginato.

Non più divinità delle guerre e delle tempeste, ma la creazione intesa come cosa voluta e benedetta. Di fronte alle contraddizioni delle creature umane, Dio – per questo sarà chiamato Padre – è paziente e benigno.

Con l’attenzione ai tempi e alle attese perché le creature si ravvedano.

Il Salmo 144 esprime il riconoscimento della bontà di Dio. Per questo può cantare:

 

«O Dio, mio re, voglio esaltarti
e benedire il tuo nome in eterno e per sempre.
Ti voglio benedire ogni giorno,
lodare il tuo nome in eterno e per sempre.

Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
Buono è il Signore verso tutti,
la sua tenerezza si espande su tutte le creature.

Ti lodino, Signore, tutte le tue opere
e ti benedicano i tuoi fedeli.
Dicano la gloria del tuo regno
e parlino della tua potenza.

Fedele è il Signore in tutte le sue parole
e buono in tutte le sue opere.
Il Signore sostiene quelli che vacillano
e rialza chiunque è caduto».
 

Tu correggi a poco a poco quelli che sbagliano

 

Il brano del Libro della Sapienza esprime l’azione di Dio nei confronti del mondo. Dapprima sottolinea i motivi profondi dell’atteggiamento divino: riconosce la creazione e di fronte al mondo creato Dio non può che tutelarlo.

E’ una spiegazione logica dell’agire divino. Chiunque si adopera per una creazione la ama. Ed è anche disposto a sostenerla nell’imperfezione.

Da sottolineare l’accentuazione del correggere «a poco, a poco». Dimostra non solo tolleranza, ma anche benevolenza. Quasi a dire: non avevo pensato a una creazione imperfetta; oppure mi dispiace che la libertà concessa sia male utilizzata. Il Salmo giustamente conclude: «Il Signore sostiene quelli che vacillano/e rialza chiunque è caduto».

 

San Paolo, con la sua lettera, esorta a camminare verso le vie indicate dal Signore: 

«Fratelli, preghiamo continuamente per voi, perché il nostro Dio vi renda degni della sua chiamata e, con la sua potenza, porti a compimento ogni proposito di bene e l’opera della vostra fede, perché sia glorificato il nome del Signore nostro Gesù in voi, e voi in lui, secondo la grazia del nostro Dio e del Signore Gesù Cristo.»

 

Anch’egli è figlio di Abramo

 

Zaccheo è definito da Luca come capo dei pubblicani e ricco. I pubblicani erano coloro che, a nome dell’invasore romano, riscuotevano i pedaggi. Erano non solo giudicati male, ma ritenuti maledetti, perché venduti allo straniero. Nel loro mestiere, oltre ad essere esattori, tenevano per sé parte delle riscossioni, comportandosi da esorsori. Loro stessi, giudicati male, non rispettavano leggi e costumi ebraici, ma si ritenevano liberi da ogni regola.

Il frequentare la casa di un pubblicano era ritenuto un gravissimo atteggiamento perché contrario a tutta la popolazione. Non per caso venivano citati insieme alle prostitute. L’episodio è narrato dall’evangelista Luca, a dimostrazione che non c’è peccato o condizione malavitosa che non possa essere redenta.

Si spiga la frase conclusiva dell’evangelista: ««Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

E’ la conclusione di ogni debolezza ed errore. Se persino i “maledetti” possono essere perdonati, tanto più quanti non arrivano a tale obbrobrio.

Il senso del peccato sta scomparendo nelle coscienze moderne: eppure gli errori, le debolezze, le contraddizioni sono presenti in ogni esistenza umana.
 

3 Novembre  2019 – Anno C

XXXI Domenica del Tempo ordinario

(1ª lettura: Sap 11,22-12,2 - 2ª lettura: 2 Ts 1,11 - 2,2 – Vangelo: Lc 18, 9-14)