26 giugno 2019 ore: 13:03
Ambiente

Le Olimpiadi sulle Alpi? “Non saranno ecologiche, serve limitare i danni”

Il Consiglio comunale di Milano chiede un documento sull'impatto ambientale dei Giochi. Francesco Pastorelli, direttore di Cipra Italia, ong svizzera per lo sviluppo sostenibile delle Alpi: “Non le città ma i territori di montagna escono sempre sconfitti”
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MILANO – Le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina devono tenere conto dell'impatto ambientale. Soprattutto dopo che il consiglio comunale del capoluogo lombardo ha impegnato la giunta con una mozione a dichiarare “lo stato di emergenza climatica”, sulla scorta di quanto già fatto da importanti città europee e delle rivendicazioni del movimento giovanile che sul clima si è attivato negli ultimi mesi. Il primo a dirlo a chiare lettere nel “day after” dell'assegnazione dei giochi olimpici invernali del 2026 è Carlo Monguzzi, presidente della Commissione Mobilità e Ambiente di Palazzo Marino. “Sul piano ambientale – ha fatto sapere in una nota l'ex assessore regionale all’Ambiente ed Energia – è opportuno un Documento di indirizzo del Consiglio Comunale, come ho proposto oggi in aula che affronti la questione dell’emissione di CO2, delle edificazioni senza impatto ambientale, con materiali ecocompatibili, ad alta efficienza energetica. E’ poi indispensabile che, sia la preparazione che lo svolgimento delle Olimpiadi, sia plastic free”. “Sono fiducioso – chiude il comunicato – per quanto riguarda Milano, più preoccupato per ciò che accadrà in Valtellina, ricordando i mondiali di sci degli anni ’80, dove furono abbattuti migliaia di alberi. In piena emergenza climatica è una cosa che non dobbiamo  consentire”.

Fiduciosa su Milano ma con molti dubbi sul “grande evento” è anche Cipra, l'ong svizzera con sedi in tutto l'arco alpino che dal 1952 promuove lo sviluppo sostenibile delle Alpie a cui aderiscono decide di organizzazioni: da Legambiente passando per Federparchi fino ad alcune associazioni sportive e università. Cipra Italia ha studiato e monitorato negli anni l'impatto ambientale e economico-finanziario dei giochi olimpi di Torino 2006 e si propone di fare lo stesso per la futura edizione italiana. “Chi esce sempre sconfitto sono i territori di montagna – dice lapidario il direttore della sezione italiana della ong, Francesco Pastorelli –. Il problema è nel manico, non è questione di Milano, Torino o Cortina ma la dimensione dell'evento Olimpico che richiede in due settimane di gare un enorme dispiego di mezzi e infrastrutture. Sarebbe così anche in Canada a prescindere dalla maggiore capacità di sopportazione. Tuttavia è vero che una grande città come Milano è in grado di sostenere le infrastrutture, le può dimensionare e riutilizzare dopo le gare ma rispetto ai territori urbani lo stesso non si può dire per quelli rurali o montani strutturalmente non in grado di accogliere quel numero di atleti, giornalisti, visitatori, accompagnatori, staff in costante aumento nel corso delle edizioni anche per una volontà pianificata del Comitato olimpico internazionale. E soprattutto non sono in grado di gestire il post grande evento”.

“È chiaro – dice Pastorelli – che se parliamo soltanto di sci, la tradizione di Cortina è elevata ma per altre infrastrutture vale l'insegnamento dell'esperienza torinese: basti pensare al 'Villaggio degli atleti' del Lingotto che è diventato l'alloggio dei rifugiati e dei migranti irregolari a cui poi seguono le quotidiane polemiche che conosciamo”. Vi è anche il fattore costi ambientali e oneri finanziari. Nell'ultimo approfondimento di Cipra Italia sull'argomento, nel gennaio 2019, si legge che ‘Secondo il dossier di Milano/Cortina presentato si tratterà di Giochi all’insegna della sostenibilità, dalle enormi ricadute per il territorio e dai costi contenuti. L’esperienza purtroppo insegna che i conti vanno fatti dopo la chiusura dell’evento. Anche l’ultima volta che le Olimpiadi invernali furono ospitate nelle Alpi (Torino 2006) il primo dossier di candidatura stimava i costi in 500 milioni di euro mentre il bilancio consuntivo presentava cifre superiori ai 3 miliardi, tra costi relativi all’organizzazione e alla realizzazione delle opere infrastrutturali ed alcune cattedrali nel deserto”. Rispetto al primo decennio del duemila qualcosa tuttavia è già cambiato. La doppia candidatura odierna – nei fatti quadrupla: Lombardia, Veneto, Alto-Adige e Trentino – ha infatti per l'ong “un aspetto positivo rispetto alle altre: le gare vengono spalmate su un territorio vasto anziché essere concentrate in una sola regione di montagna. A destare preoccupazione tuttavia, oltre alla sottostima dei costi (alcuni impianti sportivi se ben già esistenti andranno ammodernati o del tutto rifatti come la pista da bob di Cortina) sono gli immancabili interventi infrastrutturali come bacini per l’innevamento artificiale, viabilità, parcheggi, villaggi olimpici che, soprattutto nelle zone montane (Dolomiti e Valtellina), oltre al costo, avranno impatti non trascurabili sull’ambiente”.

“Così spalmata sul territorio – dice Francesco Pastorelli – si va incontro alle richieste che facevamo 15 anni fa anche se forse in maniera del tutto casuale o soltanto 'politica', ma qualcosa si è mosso: da Livigno alla Valtellina con Bormio, la Val di Fiemme con l'impianto di trampolino di Predazzo, fino all'Alto Adige con il biathlon in provincia di Bolzano che è stato ammodernato da poco, quella è la direzione più giusta rispetto al passato ma rimane difficile pensare a dei giochi ecosostenibili perché la dimensione è tale per cui l'unica cosa che si può fare è minimizzare i danni. Dal punto di vista economico, anche se si tratta di giochi invernali non possiamo credere a Babbo Natale e far passare sempre la storia che i soldi piovono dal nulla o dal privato che decide di investire. In realtà quei costi sono della collettività e sempre Torino ce lo insegna 2006 con indebitamento degli enti locali”.

Per quanto riguarda le emissioni di gas serra – preoccupazione lanciata dal consigliere Monguzzi di Milano – Cipra Italia non può fornire numeri specifici ma “la dimensione del grande evento concentrato in quelle giornate provoca per forza di cose un incremento sia in fase di cantieri che di evento in sé: certo ci sarà la mobilità sostenibile, ma inimmaginabile che da oggi al 2026 non ci siano auto, camion, elicotteri che fanno avanti-indietro. Un piccolo aneddoto su Torino: ci fu addirittura la polemica sulla fiamma olimpica che brucia per 15 giorni di fila perché quella venne venduta come 'la più grande mai realizzata nella storia' ed era il periodo della crisi del gas che voleva tagliare le forniture come ritorsione. È un fatto ininfluente ma simbolico: le Olimpiadi non sono mai ecologiche, dobbiamo minimizzare gli impatti anche se questa candidatura ha dei pregi rispetto al passato. Ma se il business televisivo deve essere concentrato in sole due settimane non c'è nulla da fare da quel punto di vista. Dopo di che, da ambientalista, dico che il tema prioritario è quello dei costi e delle infrastrutture connesse, non tanto delle emissioni di CO2 che si riducono con politiche di medio-lungo periodo”.

Le infrastrutture connesse è proprio la principale preoccupazione della ong: “È assolutamente giustificata la corsa a mettere apposto il sistema stradale e infrastrutturale per migliorare i collegamenti che con certe zone sono carenti, ma che sia un pretesto per grandi opere non necessarie al territorio”. Di certo le Olimpiadi non avranno impatto sul mega-progetto della Valdastico – la Autostrada A31 che dovrà bucare decine di chilometri di gallerie, dai costi ambientali e finanziari mai chiari e che da anni fa discutere in Trentino le comunità locali quanto la Tav in Val Susa – ma potrebbero averlo sul prolungamento dell'A27, l'autostrada Alemagna, verso nord e le frontiere europee. “Non si realizza in sei anni un'opera di questo tipo e non vorremmo che come già accaduto si utilizzasse la scusa dell'urgenza e delle Olimpiadi per bypassare regole e normative e agire in deroga”.

L'ultimo nodo critico segnalato da Cipra Italia e di carattere “politico” e visione futura. La ong ha raccolto tutti i casi di candidature “di peso” negli ultimi anni poi ritirate per scelta delle amministrazioni pubbliche o in seguito a referendum. “Dopo il ritiro delle candidature alpine di Sion, Graz ed Innsbruck, di quella di Sapporo in Giappone, anche la canadese Calgary ha fatto un passo indietro e l’unica avversaria rimasta, Stoccolma, non gode del sostegno dell’amministrazione locale – si leggeva nei dossier di Cipra mesi prima dell'aggiudicazione preconizzando una vittoria italiana –. Il fatto che diverse località abbiano ritirato la propria candidatura e che i cittadini di Innsbruck, Sion e Calgary abbiano sonoramente bocciato tramite referendum la candidatura delle rispettive città dovrebbe far riflettere i padroni dello sport mondiale (Cio) che si ostinano a proporre un modello di Giochi all’insegna del gigantismo, non più sostenibile né per i costi né per l’ambiente”. I numeri dei referendum raccolti da Cipra sono interessanti: a volte la spaccatura fra favorevoli e contrari è risibile (Monaco 2022, 52% contrari e 48% favorevoli) ma in altri casi si assiste plebisciti come Berna 2010 che alla consultazione del 2002 portò gli svizzeri a votare per oltre il 70 per cento contro i Giochi con lo slogan “Troppo grande, troppo caro e controllato dall’esterno”. Casi diversi in giro per il mondo occidentale ma spesso con esisti dubbiosi: referendum negativi non accettati dalla politica perché non vincolanti, che però si chiudono con l'apertura di pesanti inchieste della magistratura come per Salisburgo 2014 – edizione mai avvenuta per il subentro della Russia – fino a casi di disinteresse da parte della stessa amministrazione pubblica che si candida come per il Comitato francese che decise di presentare una candidatura per i Giochi olimpici del 2018  ad Annecy (chiusa nel nulla), fino a esborsi più altri del previsto come Vancouver 2010 dove  complessivamente per i Giochi olimpici e le infrastrutture sono stati investiti sei miliardi di dollari canadesi quando sarebbero dovuti costare 2 miliardi. “Il mondo occidentale – chiude Francesco Pastorelli – sta rigettando sempre di più i grandi eventi sportivi e basta vedere da dove provengono la maggioranza delle candidature degli ultimi anni. Quindi evviva le Olimpiadi, evviva lo sport, ma almeno qualche dubbio gli amministratori farebbero bene ad averlo”. (Francesco Floris)

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