23 gennaio 2020 ore: 15:50
Immigrazione

Morire in un Cpr: quello di Gradisca non è un caso isolato. “Vanno chiusi”

di Eleonora Camilli

L’ipotesi di un “nuovo caso Cucchi” dietro la morte nel centro per rimpatri di un cittadino georgiano. Gianfranco Schiavone (Asgi): “Indagini siano scrupolose, già tre testimoni sono stati rimpatriati”. Riccardo Magi (+Europa): “Altri casi a Caltanissetta e Potenza, queste strutture vanno chiuse proporrò ispezioni”. 


Migranti, mani su barriera - SITO NUOVO
ROMA - Un’agonia durata tutta la notte: la bava dalla bocca, la caduta dal letto, l’impossibilità di rialzarsi fino allo stato di totale incoscienza. Sono precise le testimonianze raccolte dal parlamentare di +Europa Riccardo Magi e dal vicepresidente di Asgi (Associazione studi giuridici per l’immigrazione) Gianfranco Schiavone, dopo la morte di Vakhtang Enukidze, un uomo georgiano di 38 anni nel Centro per il rimpatrio (Cpr) di Gradisca di Isonzo, sabato scorso. Una morte che potrebbe configurare un “nuovo caso Cucchi” perché l’uomo è “morto mentre era in custodia dello Stato” hanno spiegato ieri pomeriggio in una conferenza stampa organizzata d’urgenza alla Camera dei deputati.

“Trascinato via come un cane”. Le visite effettuate dalla delegazione all’interno del Cpr hanno permesso di ricostruire attraverso le testimonianze degli altri ospiti, di alcuni operatori e di un poliziotto cosa è successo a
Vakhtang Enukidze, che era detenuto nella struttura da circa un mese. Le testimonianze  "precise e non contraddittorie", permettono di smentire le ricostruzioni dei fatti circolate sulla stampa in questi giorni, spiega Magi. "I trattenuti, una operatrice e un poliziotto negano che ci sia stata una rissa, ma parlano di violenta colluttazione, il 14 gennaio scorso, tra Enukidze e un altro migrante, in cui il georgiano avrebbe avuto la meglio - afferma - dopodiché contro il georgiano sarebbero intervenute massicciamente e con estrema violenza le forze dell'ordine”. L’uomo sarebbe stato immobilizzato da dieci poliziotti e avrebbe ricevuto percosse anche a terra, per poi essere “trascinato via per i piedi, come un cane”. L’intervento - spiega Magi - è avvenuto nel cortile ed era quindi visibile alle diverse aree della struttura: sia dagli ospiti trattenuti nella zona verde (dove viveva anche Enukidze, ndr) sia da quelli della zona rossa”. Le testimonianze escludono in modo più assoluto anche atti di autolesionismo. Secondo le ricostruzioni, invece, l’uomo è stato poi portato nel carcere di Gorizia  dove ha subito il processo per resistenza a pubblico ufficiale, e 48 ore dopo ha fatto ritorno nel Cpr già in pessime condizioni. In una cella della zona rossa (dove l’uomo era stato spostato) è iniziata la sua agonia. "Non riusciva a tenersi in piedi, poteva stare solo con le gambe piegate - aggiunge Magi - ha chiesto un intervento medico poi quando le sue condizioni sono peggiorate non riusciva più neanche a parlare e gli altri testimoni hanno detto di aver chiesto aiuto per lui. Durante la notte ha cominciato a fare bava dalla bocca, è caduto dal letto e non è riuscito ad alzarsi più. Quando l’ambulanza è arrivata, la mattina dopo, era già in stato di incoscienza e poche ore dopo è morto”. 

Il rimpatrio dei testimoni. La struttura è dotata di almeno 180-200 telecamere, dalla visione delle immagini si potrà capire cosa è realmente successo tra il 14 e il 18 gennaio, altri indizi decisivi arriveranno dall’autopsia, che per ora è stata ritardata per consentire alla famiglia di Enukidze di nominare un perito di parte. Di certo fondamentali sono le testimonianze degli ospiti all’interno della struttura. Ma è qui che nascono le prime criticità: alcuni dei testimoni, almeno tre, sarebbero già stati espulsi verso il loro paese di origine. “Nella seconda visita al Cpr due cittadini egiziani che mi avevano raccontato quanto visto, mi hanno detto che di lì a poche ore li avrebbero portati altrove - spiega ancora Magi -. Da quanto sappiamo tre cittadini egiziani da lì a poche ore sono stati espulsi. Avevo segnalato alla procura come questa circostanza fosse importante e come fosse importante ascoltare queste persone”.  Il rimpatrio dei testimoni potrebbe complicare le indagini, come spiega Gianfranco Schiavone: “Il problema è che i testimoni sono espellendi, sono nella struttura per essere espulsi. Quindi vanno sentite subito, prima delle espulsioni altrimenti si apre uno scenario preoccupante di espulsione dei testimoni - sottolinea Gianfranco Schiavone -. Se una delle ipotesi è il coinvolgimento delle forze dell’ordine le testimonianze devono essere raccolte in un certo modo: devono essere precise, queste persone non possono essere ascoltate semplicemente come persone informate sui fatti dalla polizia all’interno del centro, ma dai pm in locali esterni alla struttura e con degli interpreti che nulla hanno a che fare col Cpr. Soprattutto deve esserci un contesto di attenzione che eviti  influenze o minacce, dirette o percepite. Le testimonianze devono essere rese al di fuori, secondo le modalità previste da un incidente probatorio vero e proprio. In alcuni casi può essere vagliata la possibilità che il cittadino straniero rimanga in italia con permesso di soggiorno per motivi di giustizia”.

Non un caso isolato. Gianfranco Schiavone che da oltre 20 anni si occupa di diritti (nel 2008 partecipò alla Commissione De Mistura visitando tutti i Cpt) parla di una struttura dominata da una “totale opacità” . “Il centro di Gradisca mi ha sempre colpito per essere una struttura grande e priva di qualunque spazio che non siano le celle. Nonostante la norma parli chiaro, nonostante le persone siano trattenute contro la loro volontà, gli spazi comuni non sono mai stati aperti, è stata una scelta della prefettura di Gorizia, questa struttura è pensata come particolarmente repressiva e questo è in difformità con quanto previsto dal regolamento. L’insieme degli elementi che abbiamo trovato a Gradisca mi portano a dire che oltre a un’indagine rigorosa, bisogna chiedere l’immediata chiusura del centro: le inadeguatezze di gestione sono evidenti”. Ai testimoni sono stati sequestrati i telefoni cellullari: una fattispecie illegittima, spiega ancora Schiavone: la norma assicura la libertà di corrispondenza anche telefonica con l’esterno. L’obiettivo è la totale opacità: non devono uscire immagini, video, non è possibile entrare, anche a me è stato impedito l’accesso così come alla stampa”. Riccardo Magi ricorda che il centro è “nuovo e tutto quello che avviene all’interno, compreso l’uso e abuso di psicofarmaci, la mancanza di luoghi di socialità e la militarizzazione totale, non è da attribuire alla fatiscenza dei luoghi ma si è deciso di farlo funzionare così. Il rischio è che siamo davanti a un nuovo caso Cucchi, quest’uomo è morto mentre si trovava sotto la custodia dello Stato”. Un caso non isolato, a inizio gennaio a Caltanissetta un altro cittadino straniero di 34 anni è morto all’interno del Cpr: in questo caso si sarebbe trattato di una morte naturale, ma diversi testimoni hanno parlato di mancata assistenza che ha fatto degenerare le condizioni dell’uomo. A Potenza, invece, è stata aperta un’indagine per la somministrazione abusiva di farmaci agli ospiti del centro. “Queste strutture vanno chiuse - sottolinea Magi -proporrò alla prima commissione Affari costituzionali di fare un giro dei Cpr. Non sono strutture sostenibili, ci deve essere la possibilità per le associazioni che svolgono servizi di assistenza legale di entrare. Gli ospiti hanno difficoltà ad avere legami perfino con i loro legali”.



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